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    Home»Culture»Da Ceuta a Nolan e Houellebecq, il diritto come ultimo mito della civiltà occidentale
    Culture

    Da Ceuta a Nolan e Houellebecq, il diritto come ultimo mito della civiltà occidentale

    Angelo ArgentoDi Angelo ArgentoSettembre 9, 202625 VisualizzazioniLettura 6 min.
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    diritto civiltà occidentale
    diritto civiltà occidentale
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    L’Europa porta il nome di una principessa fenicia. Il suo primo mito fondativo nasce dunque sulle coste dell’attuale Libano, non sulle rive del Reno o del Danubio. Ceuta è territorio europeo pur affacciandosi sull’Africa. Ulisse diventa l’archetipo dell’Occidente soltanto dopo aver attraversato il Mediterraneo orientale, avere conosciuto l’altro e avere trasformato il viaggio in conoscenza.
    Tre immagini bastano a dissolvere uno dei più grandi equivoci del nostro tempo: credere che l’Occidente sia un luogo.
    L’Occidente non è mai stato una frontiera. È sempre stato un’idea.
    Ogni volta che la politica prova a ridurlo a una geografia, la storia ricorda che la sua identità nasce dall’incontro. Ogni volta che qualcuno tenta di descriverlo come una civiltà chiusa, la sua stessa genealogia dimostra il contrario. La Grecia dialoga con l’Egitto e con il Levante; Roma costruisce il proprio diritto assimilando istituti provenienti dai popoli conquistati; il cristianesimo nasce in Oriente e trova in Europa la propria architettura istituzionale. L’Occidente cresce contaminandosi. Non si definisce escludendo, ma incorporando.
    Perfino il suo nome suggerisce prudenza.
    Occidens, in latino, indica semplicemente il luogo dove il sole tramonta. Non identifica una razza, una religione o una comunità politica. È soltanto una direzione dello spazio. Sarà la storia a trasformare quel punto cardinale in una categoria culturale. Ma la geografia non basta a spiegare una civiltà.
    Che cosa distingue allora l’Occidente?
    Non la ricchezza. Non la tecnologia. Non la superiorità militare.
    Queste appartengono a molte civiltà della storia.
    La sua originalità consiste nell’avere progressivamente sostituito il dominio della forza con il primato della legge.
    È una conquista lenta, fragile, mai definitiva.
    Platone immaginava il governo dei migliori. Aristotele comprese che perfino il migliore degli uomini deve restare sottoposto alla legge. Roma trasformò quell’intuizione in un sistema giuridico destinato a sopravvivere alla caduta dell’Impero. Cicerone parlò della legge come recta ratio, ragione conforme alla giustizia prima ancora che comando del sovrano.
    Con il cristianesimo quella rivoluzione si approfondisce. La persona diventa portatrice di una dignità indisponibile. Il potere incontra un limite che non può oltrepassare. Da qui nasceranno il costituzionalismo moderno, la separazione dei poteri e la progressiva affermazione dei diritti fondamentali.
    Ma la vera invenzione occidentale non è soltanto la legge.
    È il processo.
    Il processo rappresenta il momento in cui la forza rinuncia a essere giudice di sé stessa. È il luogo in cui il conflitto viene sottratto alla vendetta per essere affidato a regole comuni. È forse questa la più grande rivoluzione politica mai prodotta dall’Europa.
    Da Socrate, che accetta la sentenza pur contestandone la giustizia, fino ai processi di Norimberga, nei quali perfino gli autori dei peggiori crimini vengono giudicati davanti a un tribunale, corre un’unica idea: nessuno può sottrarsi al diritto.
    Norimberga non segna soltanto la fine della Seconda guerra mondiale. Segna il tentativo di affermare che anche gli Stati possono essere chiamati a rispondere delle proprie azioni e che la sovranità non costituisce più uno scudo assoluto. La Carta delle Nazioni Unite, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e lo sviluppo della giustizia internazionale rappresentano, pur con tutti i loro limiti, il prolungamento di quella stessa intuizione: il potere non è legittimo perché è forte; è legittimo soltanto se accetta di essere limitato.
    Naturalmente questa vicenda non coincide con un cammino di progresso lineare.
    L’Occidente è stato anche colonialismo, schiavitù, guerre di religione, totalitarismi e imperialismo. Sarebbe ingenuo dimenticarlo.
    Ma proprio qui emerge la sua differenza più profonda.
    Le ideologie giustificano sempre sé stesse.
    Le civiltà autentiche costruiscono invece gli strumenti per giudicare criticamente i propri errori.
    Il processo di Norimberga non cancella Auschwitz.
    Dimostra però che una civiltà può trasformare perfino la propria colpa in un criterio giuridico universale.
    È probabilmente questo il significato più profondo dell’opera di Christopher Nolan.
    In Oppenheimer il centro del racconto non è la bomba atomica. È il limite. La domanda decisiva non riguarda ciò che la scienza è capace di realizzare, ma ciò che una società può considerare moralmente e giuridicamente legittimo.
    È la stessa domanda che oggi accompagna l’intelligenza artificiale, la genetica, la sorveglianza digitale, la robotica militare.
    La tecnica continua ad ampliare il possibile.
    Il diritto resta chiamato a delimitare il lecito.
    Michel Houellebecq osserva la medesima crisi da un’altra prospettiva.
    Nei suoi romanzi non manca la libertà. Manca il significato della libertà.
    L’individuo occidentale possiede più diritti di qualunque generazione precedente, ma fatica a riconoscersi in una comunità politica. Hannah Arendt aveva intuito questa fragilità quando spiegava che le istituzioni possono sopravvivere formalmente mentre si dissolve lo spazio pubblico che le rende vive. Norberto Bobbio ricordava che il problema della democrazia non consiste nell’enunciare nuovi diritti, ma nel renderli effettivi. Jürgen Habermas aggiunge che la legittimità nasce dalla forza degli argomenti e mai dall’argomento della forza.
    Forse è proprio questa la definizione più convincente dell’Occidente.
    Non una comunità etnica.
    Non una religione.
    Nemmeno un continente.
    Ma una civiltà nella quale nessun potere dovrebbe mai sottrarsi al giudizio del diritto.
    Da questa prospettiva anche la teoria dello “scontro di civiltà” appare insufficiente.
    Le guerre contemporanee non nascono soltanto da identità culturali contrapposte. Nascono dalla competizione tecnologica, dal controllo delle risorse energetiche, dalle rotte commerciali, dall’accesso ai dati, dall’equilibrio tra grandi potenze. Le identità diventano spesso il linguaggio simbolico attraverso cui vengono raccontati interessi molto più materiali.
    Ed è qui che ritorna Ceuta.
    Quella città affacciata sul continente africano continua a ricordare che l’Europa è prima di tutto un ordinamento giuridico e soltanto dopo uno spazio geografico. La sua esistenza dimostra che l’appartenenza politica non coincide necessariamente con la continuità territoriale.
    Eppure proprio mentre Ceuta testimonia questa natura istituzionale dell’Europa, il dibattito pubblico appare sempre più dominato dal ritorno delle frontiere. Le temporanee reintroduzioni dei controlli previste dal Codice Frontiere Schengen rispondono a esigenze reali di sicurezza, ma rivelano anche una trasformazione culturale: il confine torna a essere percepito come il principale strumento di protezione dell’identità politica.
    È una scelta comprensibile.
    Ma forse non è sufficiente.
    La storia insegna che le grandi civiltà raramente iniziano a decadere quando perdono il controllo dei propri confini. Più spesso si indeboliscono quando smarriscono fiducia nelle proprie istituzioni, quando il diritto cessa di rappresentare il linguaggio comune e quando la paura sostituisce la libertà come criterio dell’azione politica.
    Per questo l’immagine storica che descrive meglio il nostro tempo non è probabilmente Lepanto.
    È la lunga dissoluzione dell’Impero romano.
    Non perché i barbari fossero più forti.
    Ma perché Roma, progressivamente, smise di credere nella forza ordinatrice delle proprie istituzioni.
    Forse è proprio questa la domanda che Christopher Nolan e Michel Houellebecq, percorrendo strade completamente diverse, consegnano al nostro tempo.
    Non se l’Occidente sia destinato a vincere o a perdere.
    Ma se sia ancora disposto a riconoscere il principio che lo ha reso una civiltà e non soltanto una potenza.
    Che la forza, da sola, non basta.
    Che il progresso tecnico non coincide con il progresso umano.
    Che nessun potere è davvero legittimo se non accetta di rispondere davanti alla legge.
    Perché l’Occidente non finisce dove termina una carta geografica. Finisce il giorno in cui smette di credere che esista un giudice anche per il potere.

    Autore

    • Angelo Argento
      Angelo Argento
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