Festa di piazza. La festa in Piazza Maggiore per i 100 anni di Mel Brooks, che ha chiuso la quarantesima edizione del CinemaRitrovato con la proiezione di “Frankenstein Jr”, nell’edizione restaurata dalla Disney, è molto di più del geniale aggancio a una fortunata coincidenza. Quel giorno, 28 giugno, il grande comico americano compiva, in eccellenti condizioni di salute, l’età da sempre considerata totemica per l’essere umano (“chi beve birra campa cent’anni”, diceva un fortunato slogan anni ’60). Il messaggio registrato due volte (la prima non gli era piaciuta) dal vivacissimo centenario; la preparazione degli auguri da registrare per l’invio; le volontarie che dirigono le prove (“Tanti auguri a teee…tanti auguri Mel Brooooks…”); la grande scritta sullo schermo in modalità karaoke, con le parole che si illuminano dando il tempo, sono probabilmente il tributo d’affetto più entusiastico mai tributato da una piazza all’essenza più profonda del cinema. Che è nato comico e morirà… Nolan, ma a 70mm: 40 sale in tutto il mondo, nessuna delle quali in Italia. Come spiega il perfido Carlo Righetti (profilo collettivo social che esercita su facebook nel nome di Michelangelo Antonioni), anche la più attrezzata delle nostre, in quel di Melzo, mancherebbe dei requisiti tecnici indispensabili a supportare il formato IMAX 70mm 15/70, con rapporto 1. 43:1, prediletto dal regista inglese. Pazienza. “La maggior parte dei cinefili che stimo – aggiunge Righetti – ha visto i più grandi film della storia del cinema su Telemontecarlo, sulle VHS dell’Unità, nelle maratone di Ghezzi su Rai Tre”. Non disperino, comunque, i noliani più esigenti: basta andare a Londra, al BFIIMAX. Che problema c’è?
“Si può fare!” “Young Frankenstein” è la migliore parodia mai prodotta dall’officina. Nasce dalla conoscenza più colta e minuziosa dell’oggetto parodiato, dall’amore riconoscente per uno dei miti fondativi della modernità, dall’abilità nell’assumerne forme e linguaggio. Travolge l’impalcatura horror del suo oggetto con una carica di scatenata, raffinatissima comicità, nella ferma convinzione che ridere delle proprie paure sarà la salvezza del mondo. E adesso dite che non è attuale.
Si può godere di “Frankenstein Jr” sapendo poco o nulla del mito nato dalla penna di Mary Shelley, o conoscendolo nei dettagli. Nella sua matrice letteraria come nei film che l’hanno tradotto in pellicola a partire dal 1910. Si può ridere con i suoi autori MelBrooks (nato Kaminski), Gene Wilder (nato Silberman) e Marty Feldman; con la loro stralunata e potentissima (anche sessualmente) “creatura” (Peter Boyle), l’inquietante Frau Blucher che spaventa i cavalli (Cloris Leachman), l’assistente Inga(Teri Garr) e la fidanzata Elizabeth (Madeline Kahn) del professor Frankenstein (nipote di tanto nonno), sapendo tutto dell’umorismo ebraico di cui ogni fotogramma del film è intriso o sapendone poco o nulla. Coltissimo e popolarissimo, “Frankenstein Jr” è, puramente e semplicemente, il cinema. Il suo lato più eversivo e scanzonato, beffardo e irriducibile. “Mel Brooks ha cent’anni e da cinquanta critica i Trump”, ha scritto Nicola Perrone su “DIRE”, accompagnando la nota di auguri con la foto sopra. Una risata li seppellirà? Dubito. Una risata non ha mai seppellito nessuno (magari!). Non ha seppellito il signore a destra nella foto, non seppellirà quello a sinistra. Ridere migliora noi, più che il mondo. Ridere migliora la vita (e, forse, un po’, il mondo). Ridere del cinema migliora il cinema.
L’EVENTO.

C’è gobba e gobba. Se la finta gobba di “Aigor” in “Frankenstein Jr” non sta mai ferma – la trovi a volte a destra a volte a sinistra – vera e fermissima purtroppo, fra capo e collo, è quella di Suor Giovanna degli Angeli (Vanessa Redgrave) in “Ken Russell’s The Devils – Director’s Cut”, nome assegnato alla versione restaurata di “I diavoli”, l’oltraggioso e oltraggiato film del regista inglese scomparso quindici anni fa a 84 anni. Praticamente sparito dalla circolazione dopo il breve passaggio in sala di una versione censurata (in parte dal regista stesso), il film-scandalo della Mostra veneziana del 1971 era già stato presentato a Cannes nel maggio scorso. Bologna è la sua seconda uscita.
Due sole proiezioni, di cui una rimessa alle condizioni del tempo (se fosse piovuto sarebbe stata annullata per far posto alla serata Pelechian di Piazza Maggiore); posti prenotabili esauriti un’ora dopo l’apertura delle prenotazioni; proiezioni suppletive annunciate e poi cancellate per l’opposizione del distributore, fermo nel non concederne altre; assalto con panini ai posti “last minute” due ore prima dell’ora d’inizio, “Ken Russell’s The Devils – Director’s Cut”” è l’evento mediatico del festival. Più di mezzo secolo prima, come “The devils”, aveva messo a durissima prova il rapporto di fiducia fra le gerarchie cattoliche e il neo-direttore della Mostra Gian Luigi Rondi, tutto sommato meno curiale di quanto avrebbe potuto far pensare la famosa invettiva di Pasolini.
Mentre l’’’Avvenire – riferiscono le cronache – licenzia in tronco il proprio critico cinematografico, il poeta Giovanni Raboni, per avere recensito positivamente il film, ha parole di fuoco anche il Patriarca di Venezia Albino Luciani. Ma il futuro Papa Giovanni Paolo I “non ha visto il film e in privato tranquillizza Rondi”, che a sua volta giustifica la propria scelta “con l’estrema rapidità delle decisioni e il favore di tutti i membri della commissione di selezione” (Gian Piero Brunetta: “La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 1932 – 2022”, pag. 522). Non saranno meno vibranti, però, le reazioni inglese ed europea, tanto protestanti quanto cattoliche (il contesto storico- politico del film è quello della Controriforma nella Nuova Aquitania francese, a sessant’anni dalla strage degli Ugonotti). Ironie della Storia: “I Diavoli” rimanda a una Vandea calvinista, sotto attacco del Cardinale Richelieu. Duecento anni dopo diventerà l’antonomasia geopolitica del suo contrario: la Vandea controrivoluzionaria, ultracattolica e realista, delle guerre eponime.
I diavoli di Loudun.

In un film di Ken Russell la storia (più spesso le biografie) è come la tela su cui il pittore stende il colore. Quella di “The devils” si trova in un romanzo di Aldous Huxley del 1952, “I diavoli di Loudun”, che ha già ispirato un film: “Madre Giovanna degli Angeli” (1961), di Jerzy Kawalerowic,, e un paio di copioni teatrali. Uno di questi, di John Whiting, è alla base di “The devils”. La didascalia che apre il film non fa concessioni alla formula classica sui rapporti fra realtà e rappresentazione. “Questo film è basato su fatti storici. I suoi personaggi principali sono davvero esistiti e realmente accaduti sono gli avvenimenti di maggiore rilievo.”
Siamo dalle parti della storica Vandea (oggi Poitou- Charente), nel 1634. Per domare la riottosità calvinista di alcune sacche della popolazione di Loudun, Richelieu ordina l’abbattimento delle mura che ne costituiscono il riparo e l’orgoglio. A rappresentare la comunità umiliata si erge il prete del villaggio, un irsutissimo Oliver Reed, gran seduttore e uomo dall’incontenibile virilità. Si chiama Urbain Grangier. Arringa il popolo e attrae le Orsoline del vicino convento, che lo vorrebbero come confessore. “Tutte donne nobili – dice Madre Giovanna – che hanno abbracciato la vita monastica perché non c’erano abbastanza soldi in casa per fornire loro la dote, oppure non erano sposabili perché brutte o gravose per la famiglia”. Per cui “le comunità, che dovrebbero essere fornaci in cui le anime sono sempre in fiamme per l’amore di Dio, sono semplicemente morte tra le grigie ceneri della convenienza”. Come dire, mine vaganti.

Restio, anche per questo, ad occuparsi delle suore, padre Grangier si dedica alle parrocchiane, specie se di famiglia eminente. Una la ingravida e poi la molla, una la sposa segretamente, molte ne seduce, scatenando gelosie e invidie che, alimentate da MadreGiovanna – frustrata e oppressa dalla propria deformità – si traduce in vendetta e, fra le consorelle, in una sorta di isteria collettiva. Accusato di stregoneria, come da denuncia della superiora, da chi non vedeva l’ora di toglierselo di mezzo, i suoi successi erotici verranno attribuiti a un patto col diavolo. Torturato e arso vivo sulla piazza di Loudun, griderà il suo amore per Dio, la fede e la carne a sorelle infoiate, giannizzeri incappucciati, inquisitori invasati e cortigiani irridenti. L’ultima scena vede Suor Giovanna di spalle, intenta a meticolose pratiche autoerotiche con quello che pare un oggetto sacro, raggiunta dall’inviato del Cardinale che, con aria complice, le consegna qualcosa di indubbiamente più adeguato: un osso del prete dalla forma inequivocabile. Arrostito. “Souvenir”, dice. Grazie, Barone.
La paura del portiere prima del calcio di rigore. E’ una condanna alla frustrazione questo bellissimo festival. Chi lo frequenta sa che, comunque vada, non potrà vedere che un ventesimo dei 540 film in programma. Il fascicolo che ha in mano gli appare come la pianta di una città in cui ogni incrocio è una rotonda con venti uscite. Ne prendi una e ti lasci alle spalle le altre. Ad ogni rotonda il malcapitato si troverà nella condizione dell’immaginario portiere di Wenders, “prima del calcio di rigore”. Dovrà buttarsi.
Ognuno ha i suoi criteri, naturalmente. Fra un film già visto e uno non visto, normalmente scelgo il secondo. E alla rotonda serale, nove volte su dieci prendo l’uscita verso Piazza Maggiore. Ma non sono scelte esclusive. Quest’anno, alla rotonda serale, due volte ho contraddetto i miei criteri-guida, scansando l’uscita della Piazza per quella di un film già visto. Una delle due per “I diavoli” (dell’altra dirò poi). Avevo un buon ricordo di quel film. E poi le difficoltà, si sa, spronano all’agonismo. Ho lasciato la proiezione in Piazza della “Serata Pelechian” (che scemo!), mi sono messo con più di un’ora di anticipo in coda per i posti last minute, tuffandomi dalla parte dell’Evento. La palla del rigore è entrata dall’altra parte.

A chi parli, prete? Cosa resta, oggi, di un film, probabilmente sopravvalutato anche allora, che il tempo ha reso un attrezzo fastidioso e inservibile? Di quel mirabolante teatro della “frocerie” (francesismo) in cui sono rappresentati la corte di Luigi XIII e tutto ciò che si oppone all’altrettanto teatrale virilità del protagonista, unico spasmodico oggetto del desiderio (palese o mistificato) di tutta la scena, maschile e femminile? “Maciste contro Freud”? (cit. Nanni Moretti).
Resta la pagina visiva, in cui rifulgono, più ancora di quello di Ken Russell, il genio della sua prima moglie, Shirley, ai costumi, e le scene del trentenne Derek Jarman, con le sue architetture postmoderne su temi langhiani (la piazza di “Metropolis”) e piranesiani (il convento-prigione); le fantasie botticelliane (“La nascita di Venere”) e tutto quello smagliante ambaradam di sfrenatezze visive della prima parte; futile, ma stupenda. Prima che tutto finisca in vacca, nell’isteria registica più che in quella delle suore.
Ma a chi parla, oggi, questo prete vanitoso che declama in un inglese stentoreo da Old Vic persino mentre brucia vivo? Questo villoso damerino che, sottoposto a torture inguardabili, vediamo azzimato e paludato, arringare la folla e assistere in cella, sarcasticamente impassibile, alla comica distruzione da parte dell’inviato del Cardinale dei simboli dell’odiata cultura ellenistica (libri e cazzute statue)? A chi parla oggi questo film che confonde l’“isteria”, con l’”osteria” (numero uno)? Quella in cui (ricorderete anche voi, perdiana, sono le basi) “al c. non c’è nessuno. / Ci son solo suore e frati…” ecc. ecc. (Non dovrò star lì a dirvi tutto io, vero? … e certo che la c. non sta per “convento”). D’altronde, per il regista inglese, isteria è usare come dildo un cero da indulgenza plenaria.

Non è un caso che la scena più intensa del film sia l’ultima, in cui la farina del sacco di Ken Russell si mischia a quella di Jarman. La giovane moglie del prete arso vivo (Gemma Jones), seguita da un bel movimento di macchina dal basso verso l’alto, attraversa la breccia scavata nelle mura di Loudun per ordine di Richelieu, allontanandosi lungo una strada che l’occhio del giovane genio della scena gay londinese e quello, finalmente austero, del meno giovane furbacchione alla regia, stilizzano come una tragica crepa. Da una parte e dall’altra – simili ad alti, macabri fiori di ferro – i pali con le ruote su cui seccano al sole i corpi straziati degli ugonotti, come schiavi crocifissi lungo l’Appia nel finale di “Spartacus”. Una grande conclusione per un film che ci appare oggi come quelle mura cittadine. Una rovina.
“E INTANTO DUSTIN HOFFMAN NON SBAGLIA UN FILM” (E ROBERT REDFORD UN CAPPELLO).

Ma bel un rigore l’avevo parato anch’io, la sera prima, superando l’uscita “Piazza Maggiore” della rotonda per l’uscita “Festa di compleanno”. Compiva cinquant’anni “Tutti gli uomini del Presidente”, di Alan J. Pakula, con Robert Redford e Dustin Hoffman. Come tutti sanno è la storia dell’inchiesta – nata da un’effrazione, apparentemente banale, nella sede del Partito Democratico al Watergate – che portò alle dimissioni da Presidente di Richard Nixon pochi mesi dopo una rielezione trionfale. Per me nettamente superiore al successivo “The Post” di Spielberg.
Che magnifico film, “All the President’s Men”, oggi che non ha perso un atomo della forza di allora, capitalizzando anzi il mezzo secolo trascorso con lo splendore del mito. Regia e recitazione incantevoli, ritmo prodigioso nelle lunghe scene in redazione e abboccamenti thriller in garage con il misterioso “Gola Profonda”, che fornirà la chiave di volta dell’inchiesta. Se ha un senso l’insopportabile parolina “iconico”, tanto usata, il Carl Bernstein di Dustin Hoffman è lì per quello. E quanto amara ci appare la perdita del Sundance Kid,, nel ricordo dei suoi film, del suo festival, della sua tempra di intellettuale americano del Novecento. Fra i tantissimi film diretti e recitati in settant’anni mi piace, per concludere, ricordarne uno italiano, sconosciuto e piccolissimo. E’ “Borsalino city” (2015) di Enrica Viola, documentario sulla storia della “Borsalino” e della prima vera Company Town italiana (molto prima di Torino): Alessandria. Per due secoli, una città-una fabbrica.

Cosa c’entra Robert Redford? C’entra, perché nel 1965, impegnato in un film in Germania, il nostro caricò in macchina la famiglia e venne ad Alessandria, dove facevano quel cappello che aveva visto in testa a Mastroianni in “Otto e mezzo”. L’aveva tanto cercato in America, senza trovarlo uguale, e si era ripromesso di venirlo a prendere qui. Portò in giro per la fabbrica moglie e figli piccoli (per scrupolo li aveva lasciati in macchina, gli dissero: “Cos’è, matto?”) e disse: “Questo”. Ne prese due.
Cinquant’anni dopo quelli del film lo chiamarono e lui venne a farsi intervistare con il suo cappello, ancora quello. Cercatelo, quel film, se tenete al suo ricordo – e magari al Made in Italy, più e meglio di Lollobrigida. Ne vale la pena.



