Sono arrivati.
Dalle pendici delle Ande Boliviane, dal Pantanal Brasiliano, dal Chaco argentino, dal nord sud e ovest del Paraguay.
Hanno viaggiato su autobus e camionette, per uno o due giorni, attraversando sterrati che in caso di pioggia si trasformano in trappole di fango.
Hanno portato con sé borsoni e cartoni dai quali sono uscite ceramiche dei Caduveo, intrecci di palme dei Qom e Pilaga, pirografie degli Ache, tessuti di fibra naturale degli Ayoreo, dei Wichi e dei Manjui, sculture di palo santo, legno dalle colorazioni verdognole, dei Nivacle, ed altre meraviglie.
Sono 34 rappresentano 12 etnie. Sono il Museo Verde, una realtà diffusa su di un territorio grande quattro volte l’Italia.
Si sono installati nel Seminario Metropolitano nel cuore di Asuncion, un antico convento circondato da un parco con alberi e spazi verdi che li fanno sentire a loro agio. Dotato di capiente foresteria. Condizioni spartane ma pulizia, tutte le comodità essenziali e spazi generosi per riunirsi, consumare i pasti sui grandi tavoli della mensa, chiacchierare, discutere, condividere.
Qui trascorreremo tre giorni. Sarà il terzo incontro delle comunità indigene che fanno parte della rete del Museo Verde.
“Caro Gherardo, a nome del Rettore dell’Università Cattolica di Asuncion desidero esprimerti sinceri ringraziamenti e congratulazioni. Il Forum “Natura e Cultura nel Gran Chaco” è stato un vero successo. Siamo sorpresi per la quantità e qualità degli interventi con i quali rappresentanti di comunità indigene del Gran Chaco sono intervenuti participando attivamente al dibattito”.
Chi parla è Mabel Causarano, già Ministro della Cultura del Paraguay, che oggi dirige il Dipartimento scienza e tecnologia dell’Università Cattolica.
Sono rimasti tutti sorpresi ed io non ho fatto eccezione. Ci aspettavamo che nostri amici indigeni sarebbero venuti all’ inizio del Forum accademico, avrebbero incassato pubblici ringraziamenti per la loro presenza e poi, al primo coffee break si sarebbero dileguati per fare un po’ di turismo ad Asuncion, o si sarebbero seduti nell’ atrio, nel porticato del convento o sotto un albero del parco, a passarsi la zucchetta colma di tererè ,infuso di erbe aromatiche, da condividere succhiandolo da una bombilla, cannuccia argentata, con un rito che ricorda quello del calumet degli indiani del Nord America.
“Non abbiatevene a male, appena possibile si dilegueranno. I seminari, i convegni, sono esercizi tipici della nostra cultura a loro non congeniali. Faranno atto di presenza e scompariranno “avevo detto in una riunione preparatoria del Forum.
Mi ero sbagliato ed ero felice di ammetterlo. Sono rimasti, anche nella sessione pomeridiana, ad ascoltare curiosi quello che i bianchi dicevano della loro terra e sono intervenuti, spesso, in modo e con argomenti appropriati, con atteggiamento propositivo piuttosto che rivendicativo.
“Non hanno una formazione accademica- commentava il prof. Carvallo, docente di geologia coordinatore del Centro Interdisciplinare acqua e territorio – ma quello che possiamo apprendere da questa gente è più di quanto noi scienziati siamo in grado di spiegare loro. Vogliamo il loro aiuto per un progetto di mappatura e la razionalizzazione dell’utilizzo delle risorse idriche del Gran Chaco. Saperi ancestrali e nuove tecnologie sono la formula per affrontare le grandi sfide di questo decennio.”

Occhi socchiusi, nella mano destra un pezzo di incenso fumante, la sinistra aperta con la palma rivolta in alto. Paolina, donna Ava Guarani avanzava verso il centro della sala. Dalla sua bocca usciva un suono sempre più forte con intonazioni melodiche. Non era previsto e nessuno se l’aspettava ma tutti l’accolsero con rispetto e si apprestarono a condividere la suggestione di questo momento. E poi, tutti per mano in un festoso girotondo.
Lo scenario era cambiato dal giorno precedente.
Sala più piccola, nessun tavolo dei relatori e sedie dei partecipanti disposte in forma rettangolare. Un cerchio composto per i rappresentanti delle 12 etnie riunitesi ad Asuncion.
“Secondo me il primo giorno, dedicato al Forum accademico, può essere aperto alla partecipazione di soggetti esterni. Gli altri due no. Gli indigeni devono sentirlo come un incontro intimo, riservato a loro. Questo li farà sentire a loro agio e più inclini a partecipare “aveva detto Riccardo quando discutevamo come organizzare i tre giorni dì Asuncion. L’ improvvisata cerimonia di propiziazione messa in atto da Paolina dimostrava che aveva avuto ragione.

Cosa abbiamo fatto per due giorni, noi tre del Museo verde e 34 rappresentanti dei Popoli Originari del Gran Chaco?
Potrei ricostruire un’agenda dei lavori ma meglio cercare una sintesi., in due parole.
La prima parola che mi viene in mente è laboratorio di confronto e verifica, la seconda fiducia o fidelizzazione.
Vediamo il laboratorio, qualche esempio di come ha funzionato.
Turismo comunitario o ecoturismo.
In un collegamento on Line con Avventure nel Mondo, che organizza viaggi d’avventura, i rappresentanti di Ava Guarani boliviani, di Pilaga, Mocoví, Wichi argentini, di Enlhet e Ayoreo paraguaiani si sono dichiarati felici di accogliere visitatori, invitandoli a venire a conoscere la loro cultura.
Visitatori, però, non turisti.
“Non abbiamo intenzione di cambiare la nostra vita “hanno detto gli Ava Guarani.
“Per accoglierli meglio a queste condizioni ben vengano corsi di formazione”. In altri termini rispetto della tradizione in chiave moderna.
Concetto di Museo.
“È contenitore di oggetti, ma anche di anche spiritualità “. Chi si esprimeva in questi termini non era un professore di Museologia o un cattedratico impegnato a discettare su cultura materiale ed immateriale, ma un rappresentante dei Popoli originari del Gran Chaco. Sorprendente ed incoraggiante. La componente materiale del Museo Verde è solo uno strumento, da non confondere con l’obiettivo. I nostri amici indigeni ci indicano la rotta da seguire.

Passiamo ora al secondo concetto: fiducia, fidelizzazione, consolidazione dello spirito di squadra.
Anche qui non siamo andati male.
Luca Riccardo ed io abbiamo accostato la foto di gruppo scattata tre anni fa in occasione della prima riunione delle comunità del Museo Verde nel cortile del Seminario Metropolitano, con quella di quest’anno. Nella seconda i partecipanti sono più disinvolti, allegri e meno composti. Qualcuno saluta il fotografo e la simmetria del gruppo è gradevolmente turbata da un passeggino con un piccolo partecipante. Una grande famiglia.
“Voi del Museo Verde avete i numeri di what’s app di tutti noi. Dateceli, sono uno strumento semplice e molto efficace per restare in contatto e continuare il dialogo “una semplice proposta avanzata da Regis di Villamontes in Bolivia, terra degli Ava Guarani. Il gruppo del Museo Verde si trasforma in una famiglia allargata, spalmata su di un territorio di 1.300.000 kmq.

Gli indigeni del Chaco, anche quelli che vivono nelle località più remote ed inaccessibili, dove il segnale internet è debole ed incostante, possiedono un cellulare. E lo sanno usare. Molto bene, meglio di quanto siamo portati a pensare. Il metodo intuitivo, che è alla base dell’utilizzo degli strumenti informatici, è a loro congeniale, forse più che a noi.
Riccardo lo sa e il pomeriggio del secondo giorno dei nostri incontri ha estratto un bel coniglio dal suo cilindro di prestigiatore: un piccolo totem interattivo per accedere all’applicazione creata da lui e da Ariadna chiamata “Viaggio nel Chaco”. Toccando lo schermo permette al viaggiatore virtuale di scegliere il suo itinerario, percorrendo interminabili piste di sterrato o lagune popolate da tuiuiu dal collo nero e dalle grandi ali candide, di conoscere i tessuti di caraguata, le sculture di legno o le pitture corporali e così via. È fruibile con un totem che, posizionato in un Museo o altra struttura attira la curiosità dei visitatori, ma anche con un semplice smartphone. I nostri amici indigeni ascoltavano le spiegazioni di Riccardo con concreto interesse.
Poco più tardi ne ebbi la prova. Attraversando un corridoio del Seminario Metropolitano, sentii provenire da una un rumore inequivocabile: il roco richiamo di una scimmia urlatrice della foresta dell’Impenetrable nel Chaco Argentino. Qualcuno aveva intrapreso il suo viaggio virtuale nel Chaco.
Mi venne da ridere e pensai che quel gran genio del mio amico Riccardo avesse colpito nel segno.



