
Cosa succede quando si mette mano ad un’opera fondativa come l’Odissea, stratificatasi nell’immaginario di millenni di letteratura? È quanto lo spettatore si chiede all’uscita dalla sala stracolma dopo aver visto il film. Il regista sceglie una strada di compromesso, si affida alla tradizione dei kolossal alla De Mille, rinnovandone la drammaticità in forme moderne. Potremmo fare addirittura il nome di Griffith, stante la capacità del film di coinvolgere nel profondo lo spettatore.
Un’opera, a volte, monumentale, con una colonna sonora che da sola vale quasi tutto il film. Infatti, l’autore, Ludwig Goransson, elimina drasticamente l’orchestra, lasciando solo i gong di bronzo, le percussioni e la voce del coro che evoca gli eventi anticipandoli, accentuandone gli stridii, il clangore dei metalli delle armi, richiamando gli spiriti delle acque e le brume della vigilia sospesa del massacro. Non è un caso che l’aedo all’inizio del film racconti la guerra, ritmando la voce con il tamburo.
Il film è pervaso da scene di grande impatto visivo che spesso attingono all’horror, come l’episodio di Polifemo tutto contenuto nel buio della caverna, con i primi piani del corpo del ciclope che si dimena orribilmente, oppure scene di grande forza epica alla maniera di Peter Jackson con le grandi masse in movimento, gli eserciti imbestialiti, i Lestrigoni all’inseguimento dei miserabili marinai. In particolare le sequenze di Circe, che modella con le proprie mani nude la terribile metamorfosi in maiali dei compagni di Ulisse e le tempeste marine che si abbattono sulle “nere navi” sono portentose.
Altro discorso riguarda invece la resa dei rapporti fra i singoli personaggi: Ulisse e Penelope, Telemaco e Penelope, i dialoghi con Calipso, Menelao ed Elena in colloquio con Telemaco, i Proci. La volontà palese di scavarne l’introspezione per delineare una sorta di parabola dell’eroe inquieto e pensoso è meno intensa rispetto alle scene corali. Così come un pochino forzato risulta il tentativo di attualizzare il tema del tramonto della civiltà. Ulisse si sente un superstite e i richiami alla fine dell’età del bronzo vanno di pari passo con lo sguardo alla decadenza del nostro mondo. La stessa Penelope teme la maledizione dei popoli del mare di cui tante volte le ha parlato il figlio. E Ulisse e Penelope sognano, come Dante suggerisce, di riprendere il mare come una nuova storia da iniziare.
Questi aspetti più critici, tuttavia, non intaccano lo sforzo compositivo generale, né influenzano il movimento elicoidale che il film innesca in tre ore di superbo spettacolo. I momenti più alti riguardano l’inganno del cavallo, la cui mole tra la spiaggia e il cielo si staglia come una profezia iconica. Sono magnifiche sequenze che percorrono il film come un filo rosso e ci riportano al respiro solenne dell’Eneide. In particolare l’incendio notturno di Troia, incrociato con le inquadrature dello sguardo ferino eppure addolorato del condottiero sono dense e vibranti. È dunque il tempo, con la sua carica di pentimento e di disgrazia che ritorna ad essere portante in Nolan, accentuato dal montaggio in parallelo tra i flashback con Calipso da un lato e il viaggio di Telemaco dall’altro.
A questo punto si apre un’altra affascinante questione che riguarda le scelte di Nolan, rispetto all’andamento del poema. Nulla che riguardi, ovviamente, la volontà del regista di offrire un’interpretazione personale dell’opera. Un regista non si giudica dalle scelte, ma da come le comunica. Qui si intende solo prestare attenzione alla decisione di eliminare completamente il lungo flashback omerico dei Feaci e di Nausicaa e di sostituirlo con quello, pure ampio, con la ninfa Calipso che s’innamora perdutamente dell’eroe e lo trattiene sette anni sull’isola. Forse non c’è un vero desiderio di tornare ad Itaca? La memoria è un male dell’anima, apre al rischio dell’infelicità?
Nolan ridisegna molti luoghi del nostro immaginario, e in questo c’è gran parte del fascino del film, ma lo fa senza annullarne l’immortale impalcatura narrativa.


