Il comportamento dell’attuale potere russo è una diretta conseguenza dell’impunità dei crimini del regime sovietico. Molti di essi non sono tuttora riconosciati ufficialmente, mentre quelli provati vengono spesso sminuiti o rimangono poco conosciuti al lettore europeo contemporaneo. Tuttavia, tutti i metodi utilizzati dal regime sovietico sono rimasti invariati: oggi sono soltanto rafforzati dalle tecnologie moderne, ma la sostanza del sistema non è cambiata. È per questo che, per comprendere la Russia di oggi, bisogna conoscere che cosa fosse la sua predecessora: la Russia sovietica.
Nell’Unione Sovietica le persone vivevano in due realtà parallele: quella ufficiale — abbellita da manifesti, slogan e un ottimismo forzato — e quella reale, fatta di arresti, torture e repressioni. Molti sceglievano comunque di non restare in silenzio.
Oggi proponiamo ai lettori di TUTTI Europa Ventitrenta di ascoltare due messaggi diversi della stessa lotta. Sono le storie di due noti ucraini che dissero “no” al sistema sovietico in modi differenti, ma con un unico significato. Lei — un’artista che trasformò la cultura in un’arma di resistenza. Lui — un soldato e attivista politico che scelse come arma il sacrificio del proprio corpo.
Vissero destini diversi, ma morirono tragicamente nello stesso mese — novembre — all’età di quarantuno anni.
In questo numero di novembre leggete della pittrice dissidente ucraina, simbolo della generazione degli anni Sessanta, Alla Hors’ka, e del partecipante al movimento ucraino di resistenza Vasyl’ Makukh, che sacrificò sé stesso in segno di protesta contro il sistema totalitario comunista.
Cominciamo dalla storia dell’eroe la cui memoria in Ucraina onoriamo il 5 novembre.
Iryna Medved
IL SACRIFICIO COME GRIDO DI LIBERTÀ
Di Ihor Poluektov
Alla vigilia della principale festa bolscevica, quando il centro di Kyiv era colmo di poliziotti e di agenti del KGB in abiti civili, il consueto ordine fu bruscamente infranto.
Il 5 novembre 1968, nella Piazza Bessarabska, dall’androne del palazzo n. 27 su via Khreshchatyk, corse fuori una torcia vivente — Vasyl’ Makukh, completamente avvolto dalle fiamme… Soffocando un dolore indicibile, correva veloce lungo il viale principale di Kyiv e gridava:
«Via i colonizzatori!», «Viva l’Ucraina libera!»
Corse finché, ancora vivo a metà, crollò sul selciato…
Per le gravissime ustioni letali e senza aver raggiunto il suo quarantunesimo compleanno per soli pochi giorni, morì. Ma il suo fuoco arde ancora.

Vasyl’ Makukh
Per tutta la sua vita, ogni singolo giorno, lottò per un’Ucraina indipendente; subì persecuzioni [fu un prigioniero politico] e, quando insieme agli amici, progettò di organizzare una protesta clamorosa nella capitale, i compagni furono arrestati in anticipo. Decise dunque di agire da solo.
Un impulso potente alla sua decisione di lottare lo diedero gli eventi dell’agosto 1968, quando l’esercito del cosiddetto “pacifico” regime sovietico occupò la Cecoslovacchia.
La scelta di Vasyl’ Makukh fu immediata e senza esitazioni: in ottobre, con alcune lettere si congedò dai familiari e dagli amici, preparò una borsa nella quale, oltre alle mele, mise una bottiglia riempita di benzina, e si mise in cammino per compiere il suo gesto.
Di Vasyl’ tutti ricordavano la straordinaria bontà, la sensibilità, la sua capacità di soffrire con tutto il cuore non solo per il destino dell’Ucraina, ma per ciascun ucraino. Tutti coloro che lo conobbero sottolineavano queste qualità umane.
Aveva due figli piccoli, che amava immensamente e dei quali diceva:
«Olja è la mia anima, e Volodia è il mio cuore».
Si racconta che le sue ultime parole siano state:
«…mio figlio saprà che io non ho taciuto…».
La sua protesta risoluta contro la colonizzazione e la russificazione dell’Ucraina, contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, divenne il primo, nella storia recente d’Europa, atto di auto-sacrificio contro l’oppressione nazionale.
Subito dopo di lui, quello stesso percorso di protesta da martire fu scelto da:
Jan Palach (Cecoslovacchia, gennaio 1969), Ilja Rips (Lettonia, aprile 1969), Romas Kalanta e i suoi seguaci (Lituania, maggio 1972), il tataro di Crimea Musa Mamut (1978).
L’impresa di Vasyl’ Makukh fu poi ripetuta da Oleksa Hirnyk, che il 21 gennaio 1978, nel 60º anniversario della proclamazione della Repubblica Popolare Ucraina, si diede fuoco sul Monte Chernecha a Kaniv, sulla tomba di Taras Shevchenko, in nome della difesa della lingua ucraina. Il suo sacrificio è stato onorato nominandolo “Eroe dell’Ucraina”.
E se ciascuno di questi eroi è oggi circondato dalla memoria e dal rispetto del proprio popolo, il potere moscovita fece di tutto affinché di Vasyl’ Makukh in Ucraina non ci si ricordasse più, perché il suo nome fosse cancellato dalla storia, perché nessuno lo evocasse mai più.
La vedova, Lydija, per diversi mesi consecutivi fu convocata agli interrogatori del KGB. Ma lei non sapeva assolutamente nulla, perché il marito aveva volutamente tenuto tutto segreto anche a lei (sapendo che così le avrebbe salvato la vita).
La donna fu privata del lavoro, condannando sé stessa e i figli alla miseria. Nella regione di Lviv, la sorella Paraska fu convocata al distretto KGB già il giorno dopo la morte di Makukh. Durante le torture, ricordava il marito di lei, «le distrussero gli organi interni, per anni sputò sangue e si spense, come una candela, ancora giovanissima…».
Su ordine dell’NKVD, il drammatico evento — l’auto-immolazione di Vasyl’ Makukh — fu ufficialmente e completamente messo a tacere: ogni prova e ogni menzione venne segretata. Il volantino commemorativo diffuso in samizdat dopo la sua morte fu immediatamente sequestrato e tutti i suoi autori furono deportati nei campi.
Ma grazie alla segnalazione dei dissidenti ucraini, la notizia fu immediatamente diffusa da Radio “Svoboda”:
«Un cittadino dell’Ucraina, Vasyl’ Makukh, protestando contro il totalitarismo comunista, l’asservimento del popolo ucraino e l’aggressione dell’URSS contro la Cecoslovacchia, ha compiuto a Kyiv un atto di auto-immolazione. Davanti al gesto coraggioso dell’ucraino, la comunità internazionale china il capo».
Il ricercatore ceco Petr Blažek, dell’Istituto per lo Studio dei Regimi Totalitari, sottolinea che il motivo del suo gesto fu più importante della vita stessa.
«Oggi per molti è importante capire: un simile modo di protestare ci è difficile da accettare, appare scioccante… Ma non abbiamo riscontrato in nessuno di loro disturbi psichici, come cercavano di dimostrare i comunisti. Al contrario, avevano un finissimo senso della giustizia e dell’onore, e possedevano una spiegazione a questi atti estremi e radicali», spiega lo storico Blažek.
E mentre per lunghi anni Vasyl’ Makukh e il suo sacrificio rimasero dimenticati e segretati, Jan Palach — lo studente ventenne della Facoltà di Filosofia dell’Università Carlo di Praga, che il 16 gennaio 1969 si diede fuoco in Piazza San Venceslao — divenne nella sua patria un eroe nazionale. È stato insignito postumo dell’Ordine di Tomáš Masaryk di I grado.
Il funerale del giovane combattente si trasformò in una manifestazione politica. Nella Repubblica Ceca democratica gli è stato eretto un monumento. E nel luogo della sua auto-immolazione, vicino al Museo Nazionale, i fiori non appassiscono mai.
L’astronomo ceco Luboš Kohoutek diede il nome del suo connazionale all’asteroide da lui scoperto: “834 Palach”. Nel mondo il suo nome è diventato un simbolo della lotta contro il regime totalitario, la cui eredità — dalla quale in Ucraina non si riesce ancora a liberarsi — pesa tuttora sul presente.
Soltanto nel 2017, la giustizia fu finalmente ristabilita: sulla facciata del palazzo n. 27 di via Khreshchatyk a Kyiv fu installata la targa commemorativa in onore dell’eroe ucraino Vasyl’ Makukh.
In seguito, nel 2018, un ponte pedonale sul fiume Botič a Praga è stato intitolato al dissidente ucraino: proprio dal ponte Makukh da allora inizia simbolicamente la via Ukrainska nella capitale ceca.
Di recente, nell’ottobre 2025, sotto l’egida dell’Istituto Ucraino della Memoria Nazionale e dell’Istituto per lo Studio dei Regimi Totalitari (Repubblica Ceca), a Kyiv è stata inaugurata la mostra all’aperto “Fiaccole viventi: forme radicali di protesta politica”.

Kyiv, novembre 2025 — la mostra all’aperto “Fiaccole viventi: forme radicali di protesta politica”. Foto dell’autore.

Kyiv, novembre 2025 — la mostra all’aperto “Fiaccole viventi: forme radicali di protesta politica”. Foto dell’autore.
La mostra propone di conoscere i casi più noti di auto-immolazione avvenuti tra il 1966 e il 1989 nei Paesi del blocco orientale sovietico e offre un’opportunità unica di entrare nelle storie di vita delle persone che scelsero questo disperato modo di lottare contro l’arbitrio politico della dirigenza comunista.
L’autore della mostra e dell’omonimo libro, lo storico Petr Blažek, direttore del Museo della Memoria del XX Secolo di Praga, durante il suo intervento all’inaugurazione ha spiegato che restituire queste storie allo spazio pubblico è diventato possibile soltanto dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. È stato allora che si è aperto l’accesso non solo alle testimonianze d’archivio, ma anche alla possibilità di parlare con le famiglie dei manifestanti, che per anni avevano taciuto la verità su quegli eventi, a causa delle minacce dell’apparato comunista.
Makukh parlò per tutti coloro che allora non venivano ascoltati. Scelse un modo estremo per dire la verità. Noi possiamo sceglierne altri. Ma anche oggi, per il mondo, è importante NON TACERE.
