Nessuno, sulla Terra, ha altra via d’uscita
che questa: andare più in alto.
(Aleksandr Solženicyn)
Aleksandr Solženicyn, arrivato in Occidente dopo gli anni della prigionia, ne ammira la libertà politica ma osserva al tempo stesso che il liberalismo, espressione di un umanesimo senza la radice cristiana, ha sfibrato e corrotto questo mondo, rendendolo incapace di elevarsi spiritualmente e moralmente. Una posizione etica e profetica: «La libertà non ha … deviato verso il male in un colpo solo, c’è stata un’evoluzione graduale, ma credo … che il punto di partenza sia stato la filantropica concezione umanistica per la quale l’uomo, padrone del mondo, non porta in sé alcun germe del male, e tutto ciò che vi è di viziato nella nostra esistenza deriva unicamente da sistemi sociali erronei che è importante appunto correggere» (Un mondo in frantumi, discorso di Harvard, 8 giugno 1978)

A. Solženicyn, Un mondo in frantumi, discorso di Harvard, 1978
Un intellettuale del tutto agli antipodi rispetto al primo, Noam Chomsky, critica anch’egli il sistema occidentale, espressione delle élite capitalistiche, che assicura una libertà apparente esercitando forme nascoste di coercizione e di manipolazione. Una lettura laica e rivoluzionaria: «la democrazia sarebbe un’ottima cosa per la gente comune. Ma ovviamente per arrivare alla vera democrazia bisognerebbe smantellare l’intero sistema del capitalismo delle multinazionali, perché è radicalmente antidemocratico», scrive in Capire il potere.
Due visioni rigorose, coincidenti e in un certo senso complementari nella critica verso il sistema liberale, ma con ricette completamente diverse per superarlo: Solženicyn afferma la necessità del ritorno a valori identitari e tradizionali di matrice spirituale, mentre Chomsky propone una democrazia radicale, libertaria e anti-autoritaria.
La realtà attuale è ancora più lontana da una riparazione dei guasti del secondo dopoguerra mondiale, che dall’89 in poi si sono evoluti in malattia cronica.
Negli ultimi tre decenni sono stati capovolti tutti i presupposti che rendevano stabile una società e praticabile una democrazia: i governi e i partiti obbediscono ad altro che ai paradigmi democratici e fluttuano indistinti all’ombra dei poteri che hanno sostituito la politica e la convivenza sociale tradizionale in tutti gli aspetti del vivere: economici, tecnologici, culturali, geopolitici.
Come scrive Colin Crouch in Combattere la postdemocrazia: «La democrazia non è riuscita a tenere il passo del capitalismo che si globalizza: tutt’al più, riesce a gestire qualche raggruppamento di Stati, ma perfino il più importante di questi raggruppamenti – l’Unione europea – rispetto all’agilità dei colossi imprenditoriali fa la figura di un pigmeo e appare gravemente impacciato, mentre il suo tasso di democrazia – per quanto ampiamente superiore a qualsiasi realtà analoga – è decisamente scarso».
La democrazia diventa così un’illusione anche negli Stati democratici e il totalitarismo diventa possibile anche a Occidente, dove tutto, di volta in volta viene sacrificato sull’altare di altri interessi. Ad un progetto cosiddetto «progressista» si sostituisce al massimo un progetto cosiddetto «conservatore».
Per difendere la democrazia in Europa si esige il rispetto da parte degli Stati membri di valori e obiettivi discutibili, anche contro il processo elettorale interno a questi Paesi, che vengono posti sotto osservazione, e si mettono al bando partiti.
Negli Stati Uniti la critica fondata e condivisibile dell’ideologia woke e delle sue conseguenze sociali e politiche rischia di trasformarsi nell’esatto opposto di una rigida contrapposizione identitaria.

Noam Chomsky parla delle prospettive di sopravvivenza dell’umanità ad Amherst nel Massachusetts, 13 aprile 2017, Wikimedia Commons
Il capitalismo cinese non è che la versione asiatica del capitalismo occidentale.
Di nuovo Crouch: «Di solito si pensa che gli esponenti del capitalismo preferiscano la democrazia alle dittature, poiché queste ultime sono pesantemente interventiste, arbitrarie e inclini a cambiare le regole senza un giusto processo. Alla luce dell’entusiasmo con cui oggi si investe in Cina, c’è da dubitare di quella generalizzazione».
In larga parte la responsabilità di questa situazione su scala globale è proprio dell’Occidente, che ha informato di sé ogni ambito sociale, politico ed economico e ancora oggi pretende, nonostante nuove potenze si siano affacciate all’orizzonte, di guidare il mondo, fino ad arrivare al punto che non sia più possibile accettare il confronto con differenti idee di sviluppo.
Ma, dice Solženicyn, «ogni cultura autonoma antica e profondamente radicata, soprattutto se si è diffusa su di una vasta parte della superficie della Terra, costituisce un mondo indipendente, pieno di rebus e di sorprese per il pensiero occidentale. Come minimo, dobbiamo includere in questa categoria la Cina, l’India, il mondo musulmano e l’Africa, se accettiamo di accostare anche le ultime due per uniformità di visione. Per mille anni la Russia appartenne a una tale logica, anche se il pensiero occidentale ha sistematicamente commesso l’errore di negare il suo carattere particolare, e quindi non lo ha mai capito (…) Tuttavia una persistente cecità – che nasce da un senso di superiorità illusorio – induce a credere che tutte le vaste zone in cui è diviso il nostro pianeta debbano seguire uno sviluppo che le porterà a sistemi analoghi a quelli occidentali attuali».

S. P. Huntington all’International Management Symposium, 1997, foto di Regina Kühne, Wikimedia Commons
Anche nelle relazioni internazionali non è stato così mai raggiunto quel rispetto tra le Nazioni, che la carta dell’ONU e l’UE hanno sempre affermato come un obiettivo per rendere il mondo più sicuro, e la sola via della forza sembra dominare i rapporti reciproci, mettendo in pericolo la pace globale, riducendo gli Stati e le società al loro interno, irrigidite su posizioni contrapposte, a monadi incomunicabili.
La realtà odierna di un mondo sempre più multipolare, dove molti Stati si ergono oggi come protagonisti primari, dovrebbe al contrario indurre tutti, a cominciare da noi stessi, a rivalutare la lezione di Huntington, secondo il quale «la sopravvivenza dell’Occidente dipende dalla volontà degli Stati Uniti di confermare la propria identità occidentale, e dalla capacità degli occidentali di acc ettare la propria civiltà come qualcosa di peculiare, ma non di universale, e di unire le proprie forze per rinnovarla e proteggerla dalle sfide provenienti dalle società non occidentali. La possibilità di scongiurare una guerra globale tra opposte civiltà dipende dalla disponibilità dei governanti del mondo ad accettare la natura “a più civiltà” del quadro politico mondiale e a cooperare alla sua preservazione». (Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 1997)
Immagine di apertura: Jimmy Carter ospita alla Casa Bianca l’incontro della Trilateral Commission, 12 giugno 1978, Wikimedia Commons