
CITTADINI SOSPESI.
LE NUOVE GENERAZIONI CON ORIGINI TRANSNAZIONALI.
di Nino Sergi
Parlano italiano, studiano nelle nostre scuole, condividono sogni e valori con i coetanei italiani, ma restano esclusi da una piena appartenenza. Sono i figli e le figlie di genitori stranieri, nati o cresciuti in Italia: “cittadini sospesi” tra appartenenza reale e riconoscimento formale.
Nel suo nuovo saggio Non più stranieri, non ancora italiani. Cittadini sospesi, Nino Sergi, fondatore e presidente emerito di INTERSOS, affronta con rigore e sensibilità una delle questioni decisive del nostro tempo: la riforma della cittadinanza italiana.
La legge 91 del 1992, nata in un’altra epoca, non poteva prevedere i profondi cambiamenti sociali e demografici avvenuti in Italia, in Europa e nel mondo.
Oggi nel nostro Paese vivono oltre un milione di giovani nati da genitori stranieri. Sergi affronta il tema con equilibrio e realismo politico, fondando la sua analisi su dati ufficiali e su una visione costituzionale ed europea del principio di uguaglianza. «Negare loro un riconoscimento formale nel momento stesso della maturazione civile significa ignorare il loro vissuto e rischiare di compromettere il senso di appartenenza e la fiducia nelle istituzioni».
Il messaggio è chiaro: riconoscere la cittadinanza non è un favore, ma un investimento nella coesione sociale, economica e democratica del Paese.
Un’Italia che cambia. Gli stranieri residenti sono 5,4 milioni (9,2% della popolazione) e gli italiani di origine straniera superano 1,9 milioni.
Eppure la narrazione pubblica resta segnata da paure e stereotipi. Sergi invita a riconoscere la “mutazione morfologica” della società italiana, come l’ha definita il CENSIS: la pluralità culturale non è una minaccia, ma una risorsa da valorizzare. «È la capacità di governare il cambiamento, incluso quello prodotto dalla mobilità umana, che può permettere ai nostri valori di essere non solo trasmessi, ma anche arricchiti dall’incontro con altri valori e modi di vivere».
La scuola, primo laboratorio di cittadinanza. Oltre 914.000 alunni, l’11,2% del totale, non hanno la cittadinanza italiana; il 65% è nato in Italia.
La scuola è il luogo decisivo dell’integrazione e della formazione civica, ma deve essere sostenuta da politiche pubbliche inclusive, capaci di garantire pari accesso all’istruzione e alle attività formative.
Contraddizioni e sfide demografiche. Mentre 6,1 milioni di cittadini italiani vivono all’estero, molti dei quali non hanno mai risieduto in Italia, i giovani che qui sono nati e cresciuti restano esclusi. Un decreto-legge del 2025 ha ridotto gli automatismi dello ius sanguinis, ma non ha risolto la contraddizione: si riconosce la cittadinanza a chi non conosce il Paese e la si nega a chi lo abita ogni giorno.
Sergi lega questa incongruenza alla crisi demografica. Nel 2024 sono nati 370.000 bambini e i decessi sono stati 651.000, con un saldo naturale negativo di 281.000. L’ISTAT prevede un calo di 13 milioni di residenti entro il 2080 e un rapido invecchiamento: nel 2050 il rapporto tra popolazione attiva e non attiva sarà di uno a uno.
Immigrazione e capitale umano. L’immigrazione, sottolinea Sergi, non è un’emergenza ma un fatto strutturale. Nel 2025 gli occupati stranieri sono 2,37 milioni (10,1% della forza lavoro), generano 164 miliardi di euro, pari all’8,8% del PIL, e coprono ruoli chiave in agricoltura, edilizia e ristorazione. Le previsioni per il 2028 parlano di 3 milioni di nuovi lavoratori richiesti, di cui 640.000 immigrati.
Accanto a questo, l’autore evidenzia una realtà troppo sottovalutata: l’emigrazione dei giovani di origine straniera che hanno acquisito la cittadinanza italiana, un terzo dei 175.000 giovani italiani che emigrano ogni anno. Solo il 37,9% dei giovani stranieri desidera restare in Italia: «Quando cresci in un Paese che non investe mai su di te, l’unica cosa che hai voglia di fare è scappare».
Oltre i miti e le paure. Il problema, scrive Sergi, non è la presenza degli immigrati, ma l’assenza di politiche coerenti e lungimiranti.
Autorevoli studi, aggiunge, mostrano che gli immigrati non sottraggono lavoro, non abbassano i salari, non aggravano il calo demografico e che i flussi migratori seguono dinamiche prevedibili. Una parte del discorso politico, invece, alimenta consapevolmente diffidenza e paura. Serve una visione fondata su uguaglianza, diritti e partecipazione civica, riconoscendo la migrazione come fenomeno strutturale delle società contemporanee.
Il coraggio della riforma. In questo quadro si colloca il cuore del libro: la cittadinanza come appartenenza e partecipazione, non come premio.
Sergi richiama le dodici proposte di legge ferme in Parlamento e invita a un atto di coraggio politico e coerenza democratica: riformare la legge 91/1992 introducendo il principio dello ius scholae, con procedure chiare, rapide e non discriminatorie.
Propone inoltre un Patto di responsabilità condivisa tra istituzioni, scuola, mondo del lavoro e società civile. «Dopo quindici anni di discussioni e approfondimenti, è giunto il tempo della decisione».
Il saggio si chiude con un invito semplice e decisivo: l’Italia non ha solo bisogno di nuovi lavoratori, ma di nuovi cittadini consapevoli e partecipi. Perché includere non è un atto di bontà, ma una scelta di intelligenza politica, di giustizia e di futuro.


