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    Home»Sviluppo sostenibile»Enrico Giovannini: il Green Deal è ancora vivo
    Sviluppo sostenibile

    Enrico Giovannini: il Green Deal è ancora vivo

    Barbara RoffiDi Barbara RoffiGennaio 19, 20264 VisualizzazioniTempo lettura 6 min.
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    Enrico Giovannini
    Enrico Giovannini
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    Enrico Giovannini
    Enrico Giovannini

    Difficile parlare di multilateralismo in questo periodo ma la pubblicazione del rapporto di ASVIS, ci ha dato lo spunto per una intervista a tutto campo con Enrico Giovannini, noto economista, direttore scientifico e cofondatore di ASVIS (una rete di oltre 300 soggetti impegnati per l’attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni unite e dei suoi 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile https://asvis.it/) , due volte Ministro, del lavoro nel governo Letta e delle infrastrutture nel governo Draghi, oltre che presidente dell’ Istat dal 2009 al 2013.

    In un suo recente editoriale Lei scrive: “L’anno nuovo si è aperto all’insegna delle tensioni internazionali con l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, la guerra in Ucraina e i conflitti in altre parti del mondo. In queste ultime settimane abbiamo capito che nel futuro del mondo, come viene visto dall’amministrazione Trump, ci sono due parole assenti: cooperazione e controllo.  Perché questi due concetti per lei sono fondamentali?

    In primo luogo perché la preoccupazione per quello che accade nel resto del mondo non dovrebbe distrarci dal tentativo di costruire il futuro che vogliamo, un futuro fatto anche di cooperazione e controllo democratico.

    Inoltre – prosegue Giovannini – di fronte a situazioni molto difficili noi umani possiamo o aumentare la cooperazione o aumentare la competizione. Nel caso di una pandemia abbiamo potuto sia essere solidari gli uni con gli altri, per esempio stando a casa, ma contemporaneamente abbiamo anche fatto incetta di vaccini, lasciando i paesi in via di sviluppo al loro destino, senza pensare che da lì comincia la rabbia di una parte del mondo contro le nazioni sviluppate.

    Infine nei processi multilaterali non è detto che vinca sempre il più forte. Infatti se tutti gli altri si associano possono addirittura mettere sotto il più forte, mentre nei contesti bilaterali è sempre il più forte che vince. Nei multilaterali no.

    Insomma l’uscita degli Stati Uniti dalla cooperazione internazionale è un segnale molto forte e negativo, anche perché queste organizzazioni, e lo dico per esperienza personale, sebbene possano essere migliorate dal punto di vista dell’efficienza, sono uno strumento indispensabile per far lavorare insieme i Paesi, per diffondere buone pratiche e per costruire consensi. E abbiamo molto bisogno di consensi in un mondo così complesso come quello in cui siamo immersi.

    Cosa significa questo per il contesto geopolitico?

    Storicamente dentro l’ONU c’è il cosiddetto club dei 77 più la Cina, che ultimamente si presenta in questi consessi come il soggetto che ha le tecnologie, le risorse, una finanza praticamente infinita e che potenzialmente può anche prendere per il collo gli altri paesi.

    Di fatto siamo di fronte ad una ridefinizione dei poteri globali – spiega Giovannini – in cui i quattro paesi che hanno il diritto di veto nel Consiglio di sicurezza, lo hanno in virtù del fatto che sono i vincitori della seconda guerra mondiale. Ma la Cina, per la prima volta in 80 anni di Nazioni Unite, dice che ci siamo dimenticati di loro, perché anche loro hanno vinto contro il Giappone, ma di fatto anche perché si sente il possibile vincitore di questa partita globale.

    Per esempio a Siviglia, nella conferenza multilaterale sulla finanza e lo sviluppo delle Nazioni Unite del luglio scorso, la Cina si è rifiutata di condonare il debito di alcuni paesi, ma si è dichiarata disponibilissima, cosa che già sta facendo, a rimodularlo anche nel tempo. Questo perché ha interesse a che i paesi in via di sviluppo non collassino, e per rafforzare ulteriormente la propria capacità di influire su questi stessi paesi.

    In effetti il rapporto di ASVIS parla molto anche di valori facendo il legame tra la sostenibilità ambientale e le istituzioni, ce lo può spiegare?

    Spesso si sente parlare di sostenibilità come qualche cosa che riguarda tre pilastri, l’economia, la società e l’ambiente – dice Giovannini – nulla di più sbagliato perché c’è un quarto pilastro che è quello delle istituzioni. Pensiamo per esempio alle primavere arabe. Tutto è nato da un problema climatico a seguito di una enorme siccità andarono alle stelle non solo i prezzi delle materie prime agricole ma anche i sistemi di produzione elettrica basati sull’acqua, diventando immediatamente un problema economico e poi sociale a cui i governi non hanno saputo dare risposta. Ed è così che sono state minate le istituzioni e alcune sono saltate. Il pilastro delle istituzioni quindi è altrettanto importante e a questo sono dedicati gli obiettivi 6 e 7 dell’agenda 2030 che parla di istituzioni efficaci, efficienti, sostenibili, e anche di partnership internazionale, con riferimento al multilateralismo di cui abbiamo appena parlato. Con la perdita della pace si perdono anche i diritti e la giustizia. In assenza di questi pilastri non c’è democrazia, non c’è economia, non c’è società e quindi non ci possono essere neanche le politiche per proteggere l’ambiente.

    Torniamo proprio alla sostenibilità ambientale, sembra che in questo contesto il Green Deal non vada più molto di moda

    In parte è cambiato il nome, adesso si parla di “cleaning after deal”, ma se non è zuppa è pan bagnato – chiosa Giovannini – perché in realtà si continua ad andare nella stessa direzione. Magari aggiustando giustamente un po’ il tiro, introducendo finanziamenti sacrosanti, ma la proposta di bilancio pluriannuale va comunque nella direzione di continuare il Green Deal, ancorché rinominato. Il problema è che le risorse sono insufficienti, soprattutto la parte sociale, che è quella che deve aiutare a evitare che i cittadini paghino le conseguenze. E le volontà di tornare indietro ci sono ma sono di un’insensatezza totale. Da un lato perché abbiamo 300.000 morti premature all’anno in Europa per malattie legate all’inquinamento e quindi il problema non è semplicemente il clima.

    Ma a parte questo, ormai il mondo ha deciso di andare nella direzione dell’energia rinnovabile, della transizione energetica, che poi era l’idea iniziale del Green Deal, che non era una strategia ambientalista ma era l’idea che se il mondo vuole salvarsi deve andare verso la sostenibilità ma alla fine ci saranno imprese che l’hanno messo in pratica meglio di noi.

    Perché ormai tutta l’Asia, non solo la Cina, ma anche l’India e l’Africa stanno andando in questa direzione, quindi proprio quando finalmente il mondo va in questa direzione è molto strano che qualcuno da noi voglia tornare indietro.

    Autore

    • Barbara Roffi
      Barbara Roffi
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