Presidente del Consiglio Giorgia Meloni -Foto da wikipedia.org – CC BY 3.0

Non avevo sinora rinunciato a pensare che le “sorti magnifiche e progressive”, per quanto stravolte per tempi e natura, potessero continuare a segnare il cammino della società verso una civiltà più ragionata e tollerante. Per la prima volta, faccio fatica a resistere alla tentazione del pessimismo. Pessimismo dell’età? Forse, ma non solo.

Spira in Europa un vento intollerante, sovranista e reazionario. Un vento che nega il valore di quell’insieme di diritti, valori e solidarietà grazie al quale un miliardo o giù di lì di persone ha vissuto una straordinaria stagione di privilegio nella crescita e nella libertà. Prende forza da lontano, aldilà del mare, ma sarebbe stolto negarci che è qui fra noi che ha le sue radici, di cui abbiamo tardato troppo a prendere coscienza. La sua crescita, dalla prevedibile Ungheria alla stupefacente Finlandia, fa intravvedere una carta geopolitica del nostro Continente in rapidissima introversione. Anche da noi il suo arrivo è stata una sorpresa e – l’Italia essendo quella che è – ha afferrato entrambi i corni del suo fluire: quello intollerante e autoritario di Matteo Salvini e quello, forse ancora più insidioso, della moderazione tattica di Giorgia Meloni. Poi ci sono i refoli dei Conte e dei Vannacci, ma su questo inutile soffermarci.

La fine annunciata dell’ordine multilaterale con cui bene o male il mondo è andato avanti, ha aperto una falla nella democrazia liberale  con cui ci siamo governati per ottant’anni: pensavamo che fosse il sistema migliore, o comunque il solo ragionevolmente possibile, e ci siamo confrontati invece con un oligopolio finanziario che sopravanza, e tende a sostituirsi alle regole della democrazia, e con la crescita di quel Sud del mondo – su cui siamo stati colpevolmente distratti – che ci ha ricordato come la nostra prosperità sia stata figlia del loro sfruttamento e propone adesso un nuovo modello, ancora indefinito ma che, se non è necessariamente anti-occidentale, si vuole  comunque “diverso” da esso. In tale situazione è normale che prevalga la paura – chiamiamola pure timore se si vuole, ma di paura esistenziale si tratta – per un futuro che ritenevamo tracciato e rispetto al quale scopriamo di non avere gli strumenti per decifrarlo e meno ancora governarlo. Una paura che come sempre alimenta le derive autoritarie: quella che i sondaggi mettono in chiaro e che è davvero preoccupante. Perché cresce e perché non riusciamo a trovare un contravveleno efficace.

Questa deriva, con la sua coda di demokrature, attacca frontalmente la costruzione europea, di cui nega premesse e validità in nome del primato dello stato nazione o, al massimo, di una esangue “Europa delle Nazioni”. Se si nega il fatto che mettere in comune la sovranità è il solo modo per garantirsi una soggettività politica ed economica internazionalmente credibile, salvaguardando l‘interesse di ciascuno in nome di un obiettivo comune condiviso, è l’intero castello dell’Unione Europea che viene meno. Un castello che aldilà delle critiche di ipertrofia burocratica (ma le sue decisioni non sono frutto di diktat, bensì della volontà dei suoi membri negozialmente espressa) ci ha permesso di creare un’area di prosperità nuova e di darci un posto, traballante ma sempre di prima fila, nella gestione degli affari mondiali. Se questa costruzione, per la quale non cesserò di impegnarmi, dovesse venire meno, non per questo l’Europa sparirebbe: dovrebbe rassegnarsi all’irrilevanza, con membri dediti alla protezione di interessi “piccoli” in nome del vecchio detto napoletano “Viva la Franza, viva la Spagna” (con quel che segue).