La “operazione speciale di Trump” in Iran deborda dalle iniziali previsioni del Presidente americano. Doveva essere un’iniziativa diretta a smantellare l’apparato militare e l’industria della difesa del Paese. L’iniziativa avrebbe richiesto un grande sforzo della marina e dell’aviazione degli Stati Uniti, coadiuvate dagli alleati israeliani e per un periodo di tempo limitato. Trump ha infatti parlato di quattro settimane o poco più.
Un’ambiguità di fondo è sempre stata presente con riguardo agli obiettivi precisi dell’intera operazione, sia riguardo alla strategia americana che alla strategia israeliana. Qualche commentatore americano “amico” ritiene che Trump sia stato manovrato da Netanyahu per un conflitto che non risponde all’interesse nazionale. L’Iran non sarebbe una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti, ancorché si affermi che i missili balistici potrebbero minacciare l’Europa e l’America.
Netanyahu punta a destabilizzare l’Iran e distruggerne l’arsenale militare, oltre ad azzerare la ricerca dell’arma nucleare. Per lo Stato di Israele è vitale che crolli il regime che mira ad annientarlo. L’Iran dovrebbe entrare in uno stadio di debolezza strutturale e di frammentazione. La moderna Persia è abitata da una molteplicità di popoli e comunità linguistiche, diversi fra loro e con aspirazioni neanche tanto sopite all’autonomia se non alla separazione.
Per Trump il regime change non è una priorità. La lezione dell’Iraq durante l’Amministrazione Bush insegna. Come nel caso del Venezuela, egli punta pragmaticamente al regime adaptation: eliminare il leader e la cerchia dei collaboratori più stretti, cercare poi gli interlocutori attenti agli interessi politici ed economici di Washington in seno agli stessi regimi eventualmente riformati dall’interno. Una chiara virata rispetto alla visione ammantata di principi etico-ideologici delle Amministrazioni democratiche e, per motivi parzialmente diversi, delle correnti Neo-Con.
La strategia economica si unisce a quella politica e segna la divaricazione degli obiettivi tra USA ed Israele. Gerusalemme persegue la priorità vitale di garantire la sicurezza dello Stato da tutti i nemici e, allo scopo, mantenere la superiorità strategica regionale. Le armi più avanzate, le forze armate più efficienti, i servizi più spregiudicati. I risultati hanno dato ragione allo Stato: fino alla rottura dell’ottobre 2023.
I dubbi circa l’apparato militare e di sicurezza corrodono il consenso interno, le IDF sono infatti “esercito di popolo”. Un’ombra si riversa sulla efficacia della politica estera basata sulla deterrenza anziché sulla diplomazia. Il trattamento praticato a Gaza esemplifica i momenti di difficoltà nel rapporto con gli Stati Uniti. La risposta americana è stata l’internazionalizzazione dell’affare Striscia e le ripetute riserve sull’annessione della Cisgiordania. L’attacco delle IDF al Libano rientra coerentemente nella strategia della deterrenza mediante occupazione degli spazi altrui per liberarli dai nemici. A Gaza i miliziani di Hamas, in Libano quelli di Hezbollah, in Siria la debolezza del nuovo regime. Washington gioca una partita globale con particolare attenzione alla Cina: il rivale sistemico degli USA, da contenere politicamente e possibilmente indebolire economicamente.
Lo stretto di Hormuz diventa il nodo della questione. Il possibile invio di marines americani sull’isola di Kharg, il principale terminale petrolifero dell’Iran, mostra l’intenzione di Trump di controllare le rotte del petrolio. In questo decennio gli USA sono diventati il primo produttore di petrolio al mondo. Potenziale militare e leva energetica sono elementi di una strategia diretta a mantenere il predominio, anche al prezzo di danneggiare le economie di altri Paesi che fino a ieri venivano considerati partner privilegiati.
Con disarmante franchezza, Trump sostiene che l’aumento dei prezzi del petrolio è un’opportunità di guadagno per l’economia americana. Deve però sbloccare, a tempo determinato, le sanzioni nei confronti del petrolio russo destinato all’India. Lo spinge il Segretario al Tesoro, che vede un aumento record dei prezzi del greggio americano (+ 35% in una settimana) con effetti inflazionistici sull’economia. Un piacere a Modi ma anche a Putin, che è a corto di risorse per la guerra in Ucraina e così incassa un miliardo di dollari in più.
Per passare all’Italia. Da Hormuz non transitano significative quantità di greggio e gas a noi destinate. La crisi provoca una prevedibile impennata dei prezzi del petrolio a barile sul mercato internazionale e l’Italia, come diversi Paesi europei, sconterà un aumento nelle bollette energetiche e una crescente inflazione qualora la situazione degeneri.
Il problema è globale e non si limita alla bolletta energetica. Stati Uniti, Germania, Francia e Regno Unito sono i primi mercati di sbocco del made in Italy. Quei Paesi attraversano una crisi congiunturale ed una fase di difficoltà politica. Le nostre PMI, dando prova di flessibilità, hanno scommesso sulla diversificazione delle rotte dell’export dedicandosi anche ai Paesi del Golfo con risultati degni di nota. La crisi può creare problemi anche in quell’area, bersagliata com’è dagli attacchi iraniani. Dubai, il centro degli affari e del turismo, si spopola progressivamente. La risposta delle monarchie del Golfo è all’insegna della prudenza: difendersi dagli attacchi senza contrattaccare. Non vogliono che l’operazione a marca israelo-americana diventi regionale, l’imbarazzo di schierarsi al fianco di Israele supererebbe i benefici dell’intervento.
La sottovalutazione degli effetti del conflitto è evidente. È parimenti evidente lo sconcerto degli alleati europei riguardo a scelte che non hanno condiviso e di cui sono stati informati a cose fatte.
Una flotta europea, guidata dalla portaerei francese Charles De Gaulle e integrata dalla fregata italiana della categoria FREMM Federico Martinengo, incrocia nel Mediterraneo orientale. Il Presidente francese propone Parigi come sede del negoziato fra Israele e Libano per disinnescare la crisi in quel Paese ed evitare l’avvitamento della crisi generale dell’area. Questo è il ruolo cui sono chiamate le cancellerie europee. Il Presidente del Consiglio italiano ed il Cancelliere federale dichiarano che non aderiscono alle operazioni militari in corso nello stretto di Hormuz, non possono però sottrarsi all’impegno diplomatico per ricondurre i belligeranti alla trattativa.
Serve la coesione se non l’unità di intenti fra i Ventisette ed in seno ai singoli stati membri. A cominciare dal nostro, appena si sarà esaurita la campagna referendaria. Eloquente è l’appello del Presidente della Repubblica a convergere sulle priorità di politica estera a cospetto di inusitate sfide strategiche e di messa in discussione dei pilastri dell’ordinamento internazionale.
Con il rispetto dovuto all’importanza delle battaglie referendarie che in questo Paese sembrano anticipare l’Armageddon nel caso che vinca l’una o l’altra parte, bisogna avvedersi che viviamo in un’epoca in cui le forze politiche non possono più permettersi il lusso di dividersi sulle questioni concernenti il futuro dell’Italia e la sicurezza dei cittadini.