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    Home»Mondo»Per il glocalista Netanyahu la grazia val bene una guerra
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    Per il glocalista Netanyahu la grazia val bene una guerra

    Enrico MolinaroDi Enrico MolinaroMarzo 19, 20265 VisualizzazioniTempo lettura 4 min.
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    Benjamin Netanyahu

    Tra i flash e gli allarmi sonori sui cellulari, le sirene, l’arrivo dei missili e le intercettazioni, gli israeliani devono trovare il tempo per una domanda esistenziale che richiede urgentemente una risposta: che ne sarà della richiesta di grazia presentata dall’imputato per eccellenza, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu?

    Il documento che l’imputato israeliano – il Capo del governo – ha inviato al Capo dello Stato Isaac Herzog mentre il processo è ancora in corso non offre alcun pretesto per una discussione: nessuna ammissione di colpa e certamente nemmeno un accenno di disponibilità a pagare un prezzo.

    La guerra contro l’Iran, anche se dovesse produrre una vittoria schiacciante – ed è troppo presto per prevedere come finirà – non potrà in alcun modo compensare la terribile catastrofe che Netanyahu ha inflitto a Israele, né risarcire le vittime uccise al Festival Nova o gli ostaggi torturati e uccisi nei tunnel di Hamas – quelli costruiti con i soldi che Netanyahu ha permesso di far entrare nella Striscia di Gaza, né assolvere Netanyahu per il suo rifiuto criminale di istituire una Commissione d’inchiesta statale sul 7 ottobre.

    Herzog si era espresso a favore della concessione della grazia a Netanyahu ancor prima che venisse formalizzata l’incriminazione, per salvare il Primo Ministro dal processo. Il suo ex alleato e stretto collaboratore Moti Sender descrisse come, alla vigilia delle elezioni presidenziali, fu inviato ai collaboratori di Netanyahu con un messaggio di Herzog: “So come disinnescare accuse complesse”.

    Il difensore americano Donald Trump ha chiesto pubblicamente a Herzog la grazia per Netanyahu e lo ha ripetutamente umiliato, definendolo la settimana scorsa “una vergogna”, un attacco guidato dallo stesso imputato Netanyahu.

    Durante una conferenza stampa è stato chiesto al Primo Ministro israeliano un commento sulla dichiarazione di Trump. Netanyahu ha risposto che Trump aveva parlato “con il cuore in mano” e che “i presidenti degli Stati Uniti hanno il diritto di dire ciò che pensano”.

    Herzog avrebbe potuto annunciare che non avrebbe preso in considerazione la richiesta perché l’ingerenza esterna aveva viziato il processo. Invece, si è asciugato la saliva dalla faccia, ha borbottato qualcosa sul fatto che Israele è uno stato sovrano e ha voltato pagina.

    La ministra del Likud (il partito di Netanyahu) Idit Silman ha addirittura chiesto a Trump di imporre sanzioni al Procuratore generale Gali Baharav-Miara (secondo cui la richiesta di grazia rappresenta un tentativo di annullare un processo attraverso una procedura illegale), ed al Presidente della Corte Suprema Isaac Amit.

    L’opinionista di Canale 14 (portavoce ufficiosa di Netanyahu) Yaakov Bardugo, scampato per un pelo a un’incriminazione, è arrivato ad esortare Netanyahu a non presentarsi nemmeno in tribunale, dove il processo è già sospeso a causa della guerra. In realtà nessuno obbliga il primo ministro a testimoniare se preferisce apparire come qualcuno incapace di reggere il controinterrogatorio, ma Bibi Netanyahu è troppo astuto per seguire il consiglio di un portavoce ormai logoro.

    Il ministro di estrema destra Amichai Eliyahu, che sostituiva il ministro della Giustizia Yariv Levin per conflitto di interessi, ha ricevuto il parere del Dipartimento per la grazia del Ministero della Giustizia, che ha stabilito che la richiesta di Netanyahu non soddisfa i requisiti minimi.

    Il Dipartimento ha comunicato che, data la natura dei sospetti contro Netanyahu e la sua affermazione di persecuzione politica, è legittimo richiedere che, finché Netanyahu continuerà a dichiararsi completamente innocente, sarebbe inappropriato pronunciarsi sulla sua richiesta a meno che non si verifichi almeno una delle tre seguenti condizioni: un’ammissione di colpa, le sue dimissioni concordate da primo ministro, o una sentenza di condanna nel suo processo.

    Per Herzog il tempo è un fattore determinante. Le elezioni gli eviterebbero di dover decidere sulla richiesta di grazia e, fino ad allora, potrebbe cercare di sfruttarla per favorire un patteggiamento, essendosi negli ultimi anni già incontrato almeno due volte con gli avvocati dell’imputato Netanyahu nel tentativo di promuovere un compromesso.

    Una grazia corrotta metterebbe Herzog in una posizione imbarazzante poiché l’Alta Corte di Giustizia israeliana probabilmente la annullerebbe, rivoltandogli contro proprio coloro che un tempo speravano che Herzog sostituisse Netanyahu.

    Dopotutto, Netanyahu (con un piccolo aiuto da parte di Trump) sta scrivendo un capitolo glorioso nella storia del popolo ebraico, che lo ricompenserà ampiamente per il deplorevole “incidente” noto come il 7 ottobre 2023, per il quale non ha alcuna responsabilità, e certamente nessuna colpa. Cos’altro deve accadere perché il pubblico israeliano capisca di essere fortunato ad avere un leader di statura unica?

    Autore

    • Enrico Molinaro
      Enrico Molinaro
    7 ottobre 2023 Benjamin Netanyahu Corte Suprema israeliana crisi istituzionale Donald Trump Gaza geopolitica giustizia israeliana governo israeliano grazia presidenziale guerra in Iran Hamas Iran Isaac Herzog Israele Likud Medio Oriente politica israeliana processo Netanyahu richiesta di grazia
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