Le primarie di ieri nel Michigan, uno Stato che potrebbe risultare decisivo nelle elezioni di midterm del 3 novembre, confermano i disagi di segno opposto che caratterizzano i due maggiori partiti Usa in questa fase. Fra i democratici, che hanno scelto come loro candidato al Senato in questo Stato Abdul El-Sayed, di origini egiziane, avanza un po’ in tutto il Paese un’onda “di sinistra”, che sovente si dà l’etichetta di socialista, che è fortemente critica di Israele e che ha come referenti nazionali Bernie Sanders, senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders, Alexandria Ocasio Cortez, deputata di New York, e Zhoran Mamdani, sindaco di New York.
Fra i repubblicani, invece, le primarie hanno spesso visto candidati ‘trumpiani’ battere ed escludere dalla competizione elettorale senatori e deputati uscenti, colpevoli di non essere abbastanza Maga agli occhi del magnate presidente Donald Trump. Una conferma, se ve n’era mai bisogno, che Trump controlla il partito.
Oltre che nel Michigan, democratici e repubblicani hanno ieri scelto i loro candidati in Missouri, Kansas, Virginia e nello Stato di Washington. L’esito delle primarie rende ancora più aleatorio qualsiasi pronostico sui risultati di novembre: da una parte, perché i candidati “trumpiani” hanno meno possibilità di conquistare il voto dei moderati, là dove esso sia determinante; dall’altra, perché l’avanzata dei ‘socialisti’ potrebbe rivelarsi un boomerang alle urne, in quanto gli elettori moderati potrebbero esitare a sostenere candidati dichiaratamente “di sinistra”.
E se i repubblicani sono ‘Trump dipendenti’, i democratici hanno il problema opposto: non hanno, cioè, un leader carismatico, capace di galvanizzare gli animi. L’ascendente di Barack Obama s’è molto stemperato, dopo la disastrosa campagna per Usa 2024; e l’ex presidente non s’è ancora impegnato in questa campagna.
Quanto al presidente Trump, dedica più tempo e più post agli sviluppi dei conflitti internazionali – quello da lui scatenato con l’Iran e quelli da lui ereditati con la promessa di risolverli in un batter d’occhio – che alla scadenza elettorale del 3 novembre, quando gli americani andranno alle urne e rinnoveranno l’intera Camera – 435 seggi – e un terzo del Senato – 33 seggi su 100 -.
Ma cercare una via d’uscita al conflitto con l’Iran ha una forte valenza elettorale, perché la guerra e l’andamento dell’economia, specie dell’inflazione, zavorrano le speranze dei repubblicani di tenere la maggioranza al Senato e alla Camera. Invece, rileva un sondaggio per conto dell’Ap, le politiche anti-immigrazione restano un punto a favore dell’Amministrazione Trump, nonostante la polizia anti-migranti continui a fare vittime con i suoi metodi spicci.
Gli ultimi dati su economia e inflazione non sono incoraggianti: nel secondo trimestre, la crescita è rallentata all’1.5%, al di sotto delle aspettative del 2%, soprattutto a causa della guerra, che ha contraccolpi sui costi dell’energia e sulle catene di approvvigionamento. L’inflazione resta ben sopra il tasso aureo del 2%, inducendo la Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, a non ridurre il costo del denaro, nonostante il presidente prema in tal senso.
La guerra, che frena l’economia, è il principale fattore d’insoddisfazione degli americani verso Trump, il cui tasso d’approvazione continua a scendere, sia pure leggermente. Due americani su tre pensano che il conflitto con l’Iran non valga la pena di essere combattuto e soltanto il 28% ne approvano la conduzione. Fra i repubblicani, il tasso di approvazione della gestione della guerra è sceso in un mese dal 71 al 61%, forse a causa delle continue e repentine ‘inversioni di rotta’ decise dal “comandante in capo”: gli americani gli chiedono di dare la priorità a fare scendere il pezzo della benzina e a raggiungere un cessate-il-fuoco stabile e duraturo.
Questa settimana, Trump, che ha finora fatto campagna solo nel Michigan, sarà in California e Nevada, a cantare gli elogi della “Trump-economics”, nel tentativo di risollevare la credibilità della sua Amministrazione e di migliorare la percezione dei risultati economici conseguiti, nonostante l’impatto negativo di guerra e dazi.
I numeri di Trump non sono disastrosi se confrontati con il suo primo mandato e neppure con quelli del suo predecessore Joe Biden: ha l’approvazione di un terzo dei potenziali elettori. Che sembrano persino tanti, visto che il presidente antepone costantemente alla ricerca del bene comune i suoi interessi personali e la rivalsa sui suoi avversari politici.
Anche per questo, i sondaggi danno ai democratici buone possibilità di conquistare la maggioranza alla Camera, dove basterà loro sottrarre ai repubblicani una manciata di seggi. Più incerta la partita al Senato, dove i democratici, per ottenere la maggioranza, devono non perdere nessun seggio e strapparne quattro ai repubblicani: è fattibile, ma è difficile.
L’Amministrazione Trump e le Amministrazioni statali nelle mani dei repubblicani hanno avviato tutta una serie di manovre per cercare di blindare le maggioranze al Congresso: Trump, ad esempio, chiede alla Corte Suprema di dare via libera a misure – finora bloccate dalle corti ordinarie – che rendono più difficile l’accesso alle urne – ufficialmente, si tratta d’impedire che votino non cittadini: un fenomeno che, secondo i dati forniti dallo stesso Trump, riguarda lo 0,1% degli elettori – e che limitano il ricorso al voto per posta, praticato più dai democratici che dai repubblicani.
Diversi Stati repubblicani hanno poi modificato le mappe elettorali, ridisegnando i collegi in modo che i conservatori possano ottenere più seggi. Una mossa cui la California democratica, lo Stato più popoloso, ha risposto con analoghe iniziative a favore dei progressisti.
La scelta dei candidati non è sempre stata oculata: in Texas i repubblicani, nel Maine i democratici hanno puntato su personaggi molto chiacchierati. Quello del Maine è stata indotto a farsi da parte; quello del Texas, Ken Paxton, resta in lizza e si confronterà con un candidato democratico anomalo ma molto forte, James Talarico: i risultati di Texas e Maine potrebbero essere decisivi al Senato.
È probabile che la campagna elettorale resti un po’ sottotraccia nel mese di agosto ed esploda dopo di Labor Day, che quest’anno è il 7 settembre. Per lanciarla, Trump ha già convocato a Dallas, il 9 e 10 settembre, una convention straordinaria di metà mandato del Partito Repubblicano: sarà una novità assoluta.


