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    Home»Diritti»Giustizia minorile: punire invece di educare
    Diritti

    Giustizia minorile: punire invece di educare

    Marco Costantini Sbarre di ZuccheroDi Marco Costantini Sbarre di ZuccheroAprile 13, 20260 VisualizzazioniTempo lettura 4 min.
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    Giustizia minorile
    Giustizia minorile
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    Che l’attuale governo abbia deciso di dichiarare guerra alle nuove generazioni è stato chiaro fin dall’inizio, fin dal primo Consiglio dei ministri nel quale fu introdotto il reato di rave party. Come se fosse questa la priorità del Paese. È un gioco antico: per distrarre dai veri problemi, se ne creano di fittizi e si promette di risolverli con il pugno di ferro.

    Oggi il governo ha vinto: attorno ai più giovani si è creato un vero panico morale. Ci sono riusciti. La popolazione è terrorizzata da adolescenti, baby gang, minori stranieri non accompagnati. Talmente terrorizzata da denunciare qualsiasi loro comportamento, anche quelli dalla scarsissima o inesistente valenza penale. Invece di educare i nostri giovani, si corre a segnalarli alle forze dell’ordine.

    Nel 2024 (ultimo dato disponibile) le segnalazioni di minorenni o giovani adulti sono cresciute del 16 per cento rispetto all’anno precedente. Esplode la criminalità minorile, hanno gridato governanti e giornalisti. Esplode la paura, diciamo invece noi. E quindi la gente, quando si tratta di adolescenti, finisce per denunciare qualsiasi cosa.

    La malaugurata strategia governativa ha perfettamente funzionato. Se infatti andiamo a vedere cosa accade dopo quelle segnalazioni, scopriamo che l’aumento nel numero di minorenni e giovani adulti che l’autorità giudiziaria segnala a propria volta ai servizi della giustizia minorile scende dal 16 per cento al 12 per cento. Sempre notevole, ma già scopriamo che una serie di segnalazioni finisce nel nulla in quanto irrilevante.

    Se, infine, andiamo a vedere quanti di quei ragazzi e ragazze hanno fatto effettivamente ingresso nel sistema della giustizia minorile, vediamo che l’aumento si riduce al solo 2 per cento. Solo per loro l’evento segnalato è sufficientemente rilevante da dover attivare una risposta penale. Una risposta che, dopo il decreto Caivano, è diventata molto più ampia e dura di quanto non fosse prima, contribuendo così a spiegare quel 2 per cento di crescita.

    La fine del 2023 aveva visto l’introduzione delle nuove norme, che hanno comportato un iniziale incremento massiccio della segregazione, per poi andare a regime e stabilizzarsi in assenza di un aumento di episodi cui reagire. È d’altra parte lo stesso governo, quando è costretto a fuoriuscire dai contesti sloganistici e giornalisticamente urlati, ad ammettere che le attenzioni mediatiche sul tema sono fuori mira.

    Nella relazione presentata dal ministero della Giustizia in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2026 si legge: “Relativamente al fenomeno dei reati di gruppo, fortemente attenzionato a livello mediatico, le osservazioni degli operatori non rilevano, negli ultimi anni, consistenti differenze relative ai reati commessi in gruppo.

    Tali agiti, definiti ‘devianti’ e attribuiti alle cosiddette ‘baby gang’, assumono in realtà forme e modalità espressive molto differenti fra loro, inerenti piuttosto a nuove forme di disagio di aggregazioni giovanili ‘fluide’ che non a veri e propri gruppi strutturati”.

    La scelta di disinvestire in politiche sociali e educative viene coperta con una valanga di nuovi reati, aumenti di pena, aggravanti. Se si avesse davvero a cuore la nostra sicurezza si punterebbe piuttosto su un serio aumento degli investimenti nella prevenzione – sicuramente più complesso da effettuare – e non invece sulla sola, facile, inutile, mera repressione.

    Nei mesi passati, come vi raccontiamo nel Rapporto, nelle celle abbiamo trovato ragazzini imbottiti di psicofarmaci e addormentati alle undici del mattino, ragazzini immersi nella spazzatura che dormivano in mezzo a cumuli di rifiuti in quanto non avevano neanche un secchio dove accatastarli, ragazzini chiusi dietro le sbarre in spazi angusti senza accesso ad alcuna attività significativa e a volte neanche all’ora d’aria imposta dalla legge.

    Per loro lo sguardo esterno, lungi dal violarne la privacy, è stato essenziale per vedersi restituita un po’ di dignità. Come lo è stato per quel diciassettenne che viveva l’intera giornata con i piedi a mollo nell’acqua che sgorgava dalle tubature rotte. Le aule scolastiche sono importanti, così come lo sono il refettorio, i corridoi, l’aula colloqui, la cappella, il campo sportivo (quando ci sono).

    Ma è negli spazi individuali che possono accadere le maggiori violazioni dei diritti della persona. E sono questi che, a tutela dei giovani ristretti, devono restare aperti al controllo della società esterna.

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