La Corte dei conti europea dà il via libera, ma con riserve significative, al Fondo temporaneo per la decarbonizzazione proposto dalla Commissione europea. Lo strumento, concepito come misura ponte per il biennio 2028–2029, punta a sostenere le industrie più esposte al rischio di delocalizzazione delle emissioni di carbonio, in una fase delicata di transizione del sistema ETS e di introduzione del meccanismo CBAM.
Il giudizio della Corte non è negativo, ma è tutt’altro che incondizionato: il Fondo viene considerato utile nel principio, ma ancora fragile nella struttura e nell’impatto atteso.
Uno strumento temporaneo per un problema strutturale
Il Fondo nasce per accompagnare l’eliminazione graduale delle quote gratuite nel sistema ETS e per compensare il rischio che le imprese europee spostino la produzione verso paesi con standard ambientali meno stringenti. Finanziato con il 25% delle entrate generate dal CBAM nel 2026 e 2027, dovrebbe fornire sostegno finanziario mirato alle industrie energivore.
Si tratta però di una soluzione dichiaratamente temporanea. Ed è proprio questa natura transitoria che, secondo la Corte, limita la capacità dello strumento di incidere in modo strutturale sulla decarbonizzazione industriale.
Il nodo centrale: incentivi insufficienti agli investimenti
La principale criticità evidenziata riguarda l’efficacia del Fondo nel generare nuovi investimenti. Le condizioni di accesso al sostegno ricalcano in larga parte quelle già previste per l’assegnazione gratuita delle quote ETS. Inoltre, i contributi vengono calcolati sulla base della produzione storica.
Questo approccio rischia di trasformare il Fondo in un meccanismo compensativo, piuttosto che in una leva per accelerare la transizione. In altre parole, il rischio è che sostenga attività esistenti senza stimolare cambiamenti tecnologici significativi.
Incertezze finanziarie e squilibri di bilancio
Un secondo punto critico riguarda la sostenibilità finanziaria. Le stime della Commissione indicano entrate per circa 632 milioni di euro, a fronte di spese previste per 265 milioni. Un divario che solleva interrogativi sulla reale necessità del contributo del 25% delle entrate CBAM.
A ciò si aggiunge un elevato grado di incertezza: le entrate dipendono infatti da variabili difficilmente prevedibili, come il prezzo delle quote ETS e il volume delle importazioni soggette a CBAM.
Deroghe e governance: servono chiarimenti
La Corte esprime riserve anche sulle deroghe al regolamento finanziario UE richieste dalla Commissione. Una di queste viene considerata non giustificata, mentre un’altra appare poco chiara nella sua applicazione.
Sul piano operativo, emerge inoltre una criticità temporale: le risorse verrebbero raccolte già nel 2028, ma distribuite solo a partire dal 2029. Questo comporterebbe una quota significativa di fondi inutilizzati per almeno un anno, senza indicazioni precise sulla loro gestione.
Non mancano però elementi positivi. La scelta di utilizzare strutture amministrative già esistenti, in particolare quelle del sistema ETS, viene valutata favorevolmente, in quanto consente di contenere i costi e ridurre gli oneri burocratici.
Le correzioni proposte dalla Corte
Per rendere il Fondo più efficace e coerente con i principi di sana gestione finanziaria, la Corte suggerisce alcune modifiche chiave:
- rivedere la percentuale del contributo basato sulle entrate CBAM
- introdurre un unico trasferimento finanziario nel 2029
- chiarire l’uso delle deroghe al regolamento finanziario
- definire meglio la gestione delle risorse non utilizzate
- esplicitare il carattere retroattivo del sostegno
Si tratta di interventi mirati, ma cruciali per rafforzare la credibilità dello strumento.
I settori coinvolti: cuore industriale dell’UE
Il Fondo si concentra su tre comparti ad alta intensità energetica e strategici per l’economia europea: siderurgia, alluminio e fertilizzanti. Si tratta di settori già inclusi nel perimetro del CBAM e particolarmente esposti alla concorrenza internazionale.
L’elenco dei prodotti ammissibili comprende materie prime e semilavorati fondamentali, come acciaio laminato, prodotti in alluminio e fertilizzanti chimici. La scelta riflette la volontà di proteggere le filiere industriali di base, ma al tempo stesso evidenzia la difficoltà di intervenire su comparti caratterizzati da processi produttivi difficili da decarbonizzare.
Un equilibrio ancora da trovare
Il parere della Corte dei conti europea non boccia il Fondo, ma ne evidenzia i limiti strutturali. Il messaggio è chiaro: lo strumento può avere un ruolo utile, ma solo se corretto e rafforzato.
Il passaggio ora al legislatore europeo sarà decisivo. Senza interventi mirati, il rischio è che il Fondo resti una misura tampone, incapace di incidere davvero sulla trasformazione industriale necessaria per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Unione.
Con le modifiche suggerite, invece, potrebbe diventare un primo banco di prova per una politica industriale europea più integrata e orientata alla transizione verde.
Dalla valutazione alla proposta: una responsabilità condivisa
Il parere della Corte dei conti europea apre uno spazio politico che le imprese e le associazioni di settore non dovrebbero lasciare vuoto. Se il Fondo vuole diventare uno strumento realmente efficace, il contributo degli operatori industriali sarà decisivo nella fase di negoziato.
I settori interessati — siderurgia, alluminio e fertilizzanti — hanno ora l’opportunità di avanzare proposte concrete su almeno quattro direttrici.
In primo luogo, è necessario rafforzare il legame tra sostegno pubblico e investimenti reali. Le imprese potrebbero chiedere che una quota del Fondo sia vincolata a progetti certificati di decarbonizzazione, superando il criterio della produzione storica e premiando gli investimenti addizionali.
In secondo luogo, occorre migliorare la prevedibilità finanziaria. Le associazioni industriali potrebbero proporre meccanismi di stabilizzazione — ad esempio corridoi minimi di finanziamento o criteri più trasparenti di allocazione — per ridurre l’incertezza legata ai prezzi ETS e ai ricavi CBAM.
Un terzo ambito riguarda la semplificazione e la rapidità di accesso. Se da un lato l’uso delle strutture ETS esistenti è un vantaggio, dall’altro le imprese potrebbero spingere per procedure ancora più snelle e tempi certi di erogazione, evitando ritardi che rischiano di indebolire l’effetto degli investimenti.
Infine, i settori potrebbero contribuire a definire una visione oltre il carattere temporaneo del Fondo. In assenza di una prospettiva di medio-lungo periodo, infatti, il rischio è che gli incentivi restino episodici. Proposte orientate a una integrazione futura con il sistema ETS o con altri strumenti europei per l’industria pulita potrebbero rafforzare la coerenza dell’intervento.
Il messaggio è chiaro: il Fondo non è ancora uno strumento compiuto. Ma proprio per questo rappresenta un’occasione rara per costruire, insieme a istituzioni e imprese, un modello europeo di sostegno alla decarbonizzazione industriale più efficace, prevedibile e orientato agli investimenti.


