di Silvia Costa
Una donna anziana a lutto in primo piano e sullo sfondo un giovane soldato che salta su una mina. Sotto, queste parole: “Non ci sarebbe stata la guerra se tu, donna, avessi potuto votare”. Considero questo manifesto della DC del 1946 uno dei più intensi e convincenti sul voto alle donne: un diritto e insieme un valore per la democrazia e la pace.
Il 2 giugno 1946, giorno del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea costituente, segna così una doppia nascita: quella della Repubblica e quella della cittadinanza femminile. Tredici milioni di elettrici, quasi il 90% delle aventi diritto, smentendo ogni timore di bassa affluenza, affollarono i seggi, molte al loro primo voto, trepidanti e orgogliose, consapevoli di rappresentare una conquista che era insieme giuridica, sociale e simbolica. Solo 21 di loro, vere madri della Repubblica, furono elette all’Assemblea su 556 componenti, ma saranno protagoniste nella scrittura dei principi di uguaglianza e dignità della Costituzione e la loro presenza cambiò per sempre il modo di pensare la politica. Tra loro, 9 Dc, 9PCI, 2 socialiste e una dell’Uomo Qualunque.
Le radici di quella svolta affondano lontano. Già tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento associazioni femminili di diversa ispirazione avevano avanzato richieste di partecipazione politica e nel 1919 il voto alle donne era nel Programma del Partito popolare di Sturzo. Le guerre mondiali avevano poi dimostrato la capacità delle donne di sostenere il Paese nel lavoro, nelle famiglie, nell’assistenza e nella vita sociale. Ma fu soprattutto durante il fascismo e la Resistenza che maturò la consapevolezza dell’impossibilità di escludere ancora metà della popolazione dalla vita democratica.
Determinante fu il ruolo dell’associazionismo femminile nella sensibilizzazione, preparazione e partecipazione delle donne italiane all’esercizio del voto. Il Centro Italiano Femminile (CIF), nato nel 1944 come federazione di associazioni cattoliche, presieduto da Maria Federici – futura costituente – promosse l’educazione civica delle donne, l’impegno sociale e ne incoraggiò la partecipazione politica. Parallelamente operò l’Unione Donne Italiane (UDI), espressione di culture politiche antifasciste – comuniste, socialiste e azioniste -diverse ma unite nell’obiettivo dell’emancipazione e della piena cittadinanza. Anche il Movimento Femminile della Democrazia Cristiana, nato nel 1945 e affidato da De Gasperi ad Angela Cingolani Guidi, la prima donna a prendere la parola a Montecitorio come consultrice nazionale e poi costituente, svolse un’intensa attività di preparazione e mobilitazione, organizzando incontri, corsi e campagne informative.
La decisione di riconoscere il voto alle donne, sancita nel 1945 dal governo Bonomi sul forte impulso di Alcide de Gasperi e Palmiro Togliatti, maturò dunque in un contesto di ampia condivisione politica. Nessuno poteva ignorare il contributo femminile alla lotta di Liberazione. Le donne erano state staffette partigiane, organizzatrici clandestine, infermiere, combattenti. Ma erano state soprattutto protagoniste di una resistenza disarmata e quotidiana: avevano nascosto perseguitati, mantenuto unite le famiglie, garantito sopravvivenza e solidarietà nelle comunità devastate dalla guerra.
Dopo il primo voto delle donne nella primavera ‘46 alle amministrative con l’elezione di 2000 consigliere e 13 sindache, le cronache del 2 giugno restituiscono l’emozione di una giornata vissuta come un passaggio storico. Molte donne si presentarono ai seggi con il vestito della festa. Alcune percorsero chilometri a piedi. Molte portarono con sé i figli piccoli, quasi a voler trasmettere loro il significato di quel momento. Le testimonianze raccontano code ordinate, commozione e orgoglio.
Una contadina emiliana ricordò anni dopo: “Mi sembrava di contare qualcosa anch’io”. Una giovane maestra raccontò di aver conservato la scheda elettorale come una reliquia civile. Religiose, impegnate nell’assistenza ma tante anche nell’accoglienza di perseguitati e di sfollati, descrissero il voto come un esercizio di responsabilità verso il bene comune. Donne popolane e donne istruite, operaie e professioniste, credenti e laiche condividevano la stessa consapevolezza: per la prima volta la loro voce avrebbe contribuito a decidere il destino dell’Italia.
Il 2 giugno 1946 non segnò soltanto l’esito dell’estensione del suffragio universale. Fu il giorno in cui la Repubblica nascente riconobbe formalmente ciò che la storia aveva già dimostrato: le donne erano state protagoniste della rinascita nazionale e avevano pieno diritto di partecipare alla costruzione della democrazia italiana. Un riconoscimento conquistato con coraggio, responsabilità e impegno civile.


