Lo scorso 30 giugno si è formalmente concluso il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma a cinque anni dal suo inizio molti ancora non hanno veramente capito a cosa sia servito.
E non è un caso visto che nessuno si è mai veramente posto il problema di rendere pubblico il quadro generale e gli obiettivi di questo immenso piano di investimenti di cui l’Italia è stata il maggior beneficiario con una dotazione di quasi 200 miliardi di Euro.
In realtà in questi anni si è molto sentito parlare di PNRR ma in modo sempre molto frammentato, settoriale o locale, oppure in termini matematici e comunque quasi sempre con riferimento agli “addetti ai lavori” e per questo di fatto il paese non si è mai veramente appropriato di questo strumento.
In assenza di una vera politica divulgativa (come auspicavamo già in un articolo del 2022) risulta quindi molto difficile fare oggi una reale valutazione dell’impatto , anche solo dal punto di vista economico, malgrado il fiorire di studi ed analisi, senza che le azioni intraprese possano essere confrontato con i veri obiettivi globali originali.
Nato subito dopo la pandemia il Next Generation EU, dal quale deriva il PNRR, si prefigge di risollevare le economie dei paesi UE, che avevano subito una battuta d’arresto a causa del Covid, attraverso l’emissione di debito comune, garantito quindi da tutti i paesi UE e superando per la prima volta i tabu soprattutto tedeschi che avevano sempre impedito la creazione di eurobond.
Questo ingente ed innovativo piano di investimenti aveva come scopo dichiarato di favorire la modernizzazione delle economie, al fine di rendere l’Europa “più verde, più digitale e più resiliente” attraverso sovvenzioni e prestiti agevolati, come si legge su uno dei siti istituzionali della Commissione europea.
Ma nessuno si è mai preso la briga eventualmente anche di criticare apertamente questi obiettivi, forse per paura di perdere l’inattesa manna rappresentata da questi finanziamenti, mentre le valutazioni sull’impatto di questo programma continuano ad essere compartimentate ed inevitabilmente incomplete.
In realtà le ragioni sono molteplici e complesse, a partire dalle vicende politiche italiane, con la caduta del governo Conte che aveva negoziato il pacchetto in origine, l’avvento del governo tecnico capeggiato da Mario Draghi, che per sua natura era forse meno incline a farne un oggetto di vanto politico, pur avendo predisposto la prima proposta di spesa accettata dalla Commissione UE, fino ad arrivare al ritorno di un governo politico, affetto purtroppo dalla stessa miopia che colpisce a destra come a sinistra e che non ha permesso al paese di appropriarsi veramente di questo progetto.
Per questo malgrado se ne sia parlato molto anche nei media, l’informazione è rimasta sempre frammentata, concentrata su problematiche locali o settoriali, di fatto rimanendo nell’ambito del dibattito tra addetti ai lavori raramente facendo il legame con gli obiettivi più generali.
Il compito non è stato aiutato dal metodo oggettivamente complesso che contraddistingue i finanziamenti UE, che ha coinvolto soprattutto le amministrazioni locali, dove tecnici di varia natura si sono confrontati tra di loro o anche con i privati imprenditori o difensori di interessi, in un dialogo diretto con le istituzioni europee.
Naturalmente non tutte le amministrazioni locali disponevano delle competenze e delle risorse umane necessarie a questo esercizio e per questo un programma volto a rendere più coeso il nostro territorio rischia di evidenziarne ancora di più le disparità, valutando solo il successo burocratico e amministrativo di chi poteva permetterselo.
Inoltre anche il metodo di rendicontazione e valutazione delle istituzioni europee, anch’esso prevalentemente burocratico, sembra sempre limitarsi ad un monitoraggio numerico dell’avanzamento delle spese o delle riforme senza mai fare una vera analisi dei risultati reali.
Infine per poter fare una valutazione anche solo dal punto di vista economico bisognerà tener in considerazione alcuni fattori tra cui il fatto che qualunque investimento prevede un costo di mantenimento che non sembra quasi mai essere stato programmato, che comunque la parte dei prestiti dovrà piano piano essere rimborsata, senza tralasciare le lamentele di alcuni secondo cui i posti di lavoro generati con i soldi del PNRR sarebbero prevalentemente a termine. A questo si dovrà necessariamente aggiungere l’impatto negativo sulle nostre economie di due guerre scoppiate nel frattempo e di cui non si vede la fine.
Per questo la scadenza del 30 giugno resta solo un momento formale, dopo il quale molti progetti dovranno ancora essere completati, e non rappresenta sicuramente il momento dei bilanci definitivi.
Di PNRR ne sentiremo parlare ancora parecchio, speriamo in termini più realistici e concreti, ma nel dubbio e viste le premesse è legittimo chiedersi se non si sia trattato di una occasione di modernizzazione del nostro paese in parte perduta.


