Di Maio fuori dai radar. Da tre anni è scomparso da giornali, televisioni e Internet. Sembra un personaggio volatilizzato di “Chi l’ha visto?”, il programma televisivo su Rai3. È strana la parabola compiuta da Luigi Di Maio. Da potente capo della rivoluzione grillina al governo dell’Italia a diplomatico europeo, da politico ospite fisso delle prime pagine dei giornali a dirigente sottotraccia di Bruxelles per il Golfo, da infuocato protagonista della lotta anti sistema dei cinquestelle a compassato rappresentante speciale della Ue per il Golfo Persico.

La politica, forse più della vita, riserva straordinarie sorprese e metamorfosi. L’uomo nuovo scelto da Beppe Grillo per guidare il Movimento della rivoluzione populista ricompare improvvisamente con una sterminata intervista a “7”, il settimanale del Corriere della Sera. Luigi Di Maio parla di tutto ma non del suo lavoro di rappresentante speciale della Ue per il Golfo Persico. Eppure nel Golfo si è scatenata una guerra causata dall’attacco degli Stati Uniti e Israele all’Iran, il conflitto si è propagato a tutto il Medio Oriente, ha sconvolto il mercato energetico mondiale con l’impennata dei prezzi del petrolio e del gas.
Luigi Di Maio non è un personaggio qualsiasi. Giovanissimo esce dall’anonimato di Pomigliano D’Arco, dove vive da ragazzo. Scala rapidamente i vertici della politica italiana: alterna cannoneggiamenti populisti a toni compassati. È catapultato da Grillo a capo dei cinquestelle, è il protagonista con il comico genovese del trionfo del M5S con il 32,68% dei voti nelle elezioni politiche del 2018. Diventa deputato perseguendo la linea del “vaffa…” al sistema tradizionale dei partiti, sfiora l’incarico di premier lasciato poi a Giuseppe Conte. Cancella tanti principi sacri grillini cominciando dal “mai alleanze” con altri partiti. È vice presidente del Consiglio e ministro in tre diversi governi: Conte uno (alleanza con la Lega), Conte due (intesa con il Pd e il centro-sinistra) e Draghi (ministero di grande coalizione). Compie tanti salti acrobatici: da populista grillino antisistema a uomo delle istituzioni; da “anti casta” a esponente della “casta”; da sovranista nemico dell’euro, dell’Europa e della Nato a convertito alla politica europeista e atlantica di Draghi.

La sua parabola discendente inizia già nel 2019 quando i cinquestelle crollano al 17% dei voti nelle elezioni europee. Ora riconosce i suoi errori: in testa lo strettissimo rapporto con Salvini nella gara populista con il segretario della Lega «a chi la sparava più grossa» (celebre è il murale di Bansky vicino a Montecitorio a Roma cancellato immediatamente nel quale l’artista britannico lo ritrae in un appassionato bacio di carattere omosessuale). Ma sono tanti gli errori commessi: la sparata di aver “abolito la povertà” con il reddito di cittadinanza proclamata dal balcone di Palazzo Chigi, l’annuncio della richiesta poi non attuata di voler mettere in stato di accusa il presidente della Repubblica Mattarella, la scissione del M5S con il disastro della morte del neonato Impegno Civico da lui fondato con un desolante 0,6% dei voti nelle elezioni politiche del 2022.
Precisa: «Persi tutto». Ha stampato in testa soprattutto una giornata: «Ricordo benissimo il 22 ottobre 2022, quando ho lasciato ad Antonio Tajani il mio tavolo al ministero degli Esteri: è stato il giorno in cui ho messo a fuoco quello che mi era successo».
Critica Beppe Grillo perché dopo il suo tonfo dello 0,6% dei voti con Impegno Civico si lancia in «spettacoli contro di me». Attacca Giuseppe Conte perché gli dà del traditore («Conte deve realizzare che ha vinto tutto con me, mentre io ho perso tutto»). Invece apprezza Mario Draghi.

Poi arriva la nuova vita. Basta con la politica, tutto l’impegno lo dedica alla famiglia. Sparisce dall’attenzione dell’informazione. Nel 2023 riparte subito con un nuovo lavoro a Bruxelles: rappresentante speciale della Ue per il Golfo Persico. Tuttavia della sua nuova attività per l’Unione europea non parla nell’intervista svolta in occasione della ricorrenza per i suoi 40 anni. Del resto il suo impegno diplomatico europeo per il Golfo non lascia traccia sui giornali, nelle televisioni, nella Rete. Eppure il Golfo Persico è un crocevia fondamentale nei rapporti internazionali, non a caso è il teatro di una pericolosissima guerra per ora solo sospesa attraverso una fragilissima tregua tra Usa e Iran.
Forse un indizio su come stanno le cose Di Maio lo fa filtrare nell’intervista: «Io vivo tra Bruxelles e Berlino». Stop. Non emerge una politica di pace europea per il Golfo realizzata da Di Maio. Sembra di essere davanti a una pagina de “l’isola che non c’è”.
L’ex ministro degli Esteri italiano ha davanti un mondo sconvolto da guerre e scontri. Stati Uniti, Cina e Russia sono in lotta per la supremazia globale mentre potenze regionali come Iran, India, Israele, Turchia, Arabia Saudita, Egitto alzano la voce. L’Europa in declino politico ed economico non riesce a marciare unita per difendere il suo stesso futuro di democrazia. Già è un successo che non sia ancora andata in frantumi sugli scogli della guerra in Ucraina e in Medio Oriente. La scrivania del rappresentante speciale della Ue per il Golfo Persico è sommersa da dossier insoluti. Chissà se vedranno un tentativo di soluzione.


