La Legge Acerbo e la nascita del premio di maggioranza
La legge ufficialmente legge 18 novembre 1923, n. 2444, fu redatta dal deputato e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo e voluta da Benito Mussolini per assicurare stabilità al governo e una solida maggioranza parlamentare al Partito Nazionale Fascista (PNF). Il disegno di legge fu approvato dal Consiglio dei ministri il 4 giugno 1923 e presentato alla Camera il 9 giugno, dove fu esaminato da una commissione parlamentare composta da rappresentanti di tutti i principali gruppi politici, presieduta da Giovanni Giolitti. La legge fu approvata dalla Camera il 21 luglio 1923 con 223 voti favorevoli e 123 contrari.
La Legge Acerbo modificava il sistema proporzionale in vigore dal 1919 introducendo un premio di maggioranza: la lista che otteneva almeno il 25% dei voti riceveva automaticamente i due terzi dei seggi parlamentari, mentre il restante terzo veniva distribuito proporzionalmente tra le altre liste
La Legge Acerbo rappresenta uno snodo decisivo nella storia italiana, poiché trasformò il sistema elettorale in uno strumento di concentrazione del potere, riducendo l’influenza delle minoranze e facilitando la stabilità del governo fascista. Il meccanismo del premio di maggioranza e la soglia relativamente bassa del 25% furono elementi chiave che permisero al PNF di ottenere una maggioranza schiacciante anche senza il consenso elettorale
La “legge truffa” del 1953
La legge 31 marzo 1953, n. 148 (meglio nota come legge truffa dall’appellativo usato durante te la campagna elettorale di quell’anno), fu una legge che modificò il sistema introducendo un premio di maggioranza consistente nell’assegnazione del 64,4% dei seggi della Camera dei deputati (380 su un totale di 590) alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse superato il 50% dei voti validi.
La legge, promulgata il 31 marzo 1953 e in vigore per le elezioni politiche del 7 giugno di quello stesso anno sia pure senza averne dato effetti, fu abrogata con la legge 31 luglio 1954, n. 615].
Il Melonellum e il nuovo sistema proporzionale
Ora la Meloni ci riprova. La novità più strutturale riguarda l’impianto del sistema. Il Melonellum elimina completamente i collegi uninominali, passando a un sistema integralmente proporzionale. Con il Rosatellum, circa un terzo dei parlamentari veniva eletto nei collegi con sistema maggioritario: vince chi prende un voto in più. Con la riforma, questa componente scompare del tutto.
Al centro della riforma c’è il premio di maggioranza: 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato alla lista o coalizione che supera il 42% dei voti. Una soglia alzata rispetto al 40% iniziale durante i lavori in commissione. Il Rosatellum non prevedeva nulla di simile.
Per evitare squilibri eccessivi, è stato introdotto anche un tetto massimo: la coalizione premiata non potrà superare 220 deputati alla Camera (55% dell’assemblea) e 113 senatori.
Altra novità: le coalizioni e le liste dovranno indicare formalmente il nome del candidato alla presidenza del Consiglio al momento della presentazione del programma. Non cambia il ruolo del Presidente della Repubblica nella nomina, ma si introduce un’indicazione politica esplicita già al momento del voto. l tema su cui il confronto politico nella maggioranza rimane più aperto è quello delle preferenze. Nella versione approdata in Aula, il Melonellum
mantiene le liste bloccate: gli elettori scelgono un partito, ma l’ordine degli eletti è deciso dai partiti stessi al momento della presentazione delle liste. Una scelta che non piace a tutti.
L’allarme dei costituzionalisti
126 costituzionalisti, tra i più importanti studiosi italiani della materia, hanno espresso il loro parere.
Noi professori di Diritto costituzionale riteniamo necessario esprimere una forte preoccupazione per la proposta di riforma della legge elettorale attualmente all’esame della Camera dei deputati.
Essa presenta rilevanti criticità dal punto di vista costituzionale, a partire da un’impostazione di fondo non conciliabile con i principi della democrazia rappresentativa.
La legge elettorale non è una legge ordinaria come le altre: incide direttamente sul rapporto tra corpo elettorale e Parlamento, sull’eguaglianza del voto e sull’equilibrio complessivo della forma di governo.
È grave il fatto che ancora una volta si vogliano modificare le regole elettorali quasi alla vigilia del voto e soprattutto, dopo il risultato della straordinaria partecipazione al referendum, si voglia costruire un sistema elettorale che, anziché combattere l’astensionismo, rischia di incrementarlo, con meccanismi quali le liste bloccate e un premio abnorme, che allontanano i cittadini dal voto e dalla partecipazione democratica, trasformando le elezioni in un plebiscito per la scelta di un capo e dei suoi sostenitori.
Tre sono i punti più critici.
Il premio di maggioranza e il nodo del bicameralismo
Il primo riguarda il premio di governabilità o di maggioranza. La giurisprudenza della Corte costituzionale non ha escluso in assoluto la possibilità di meccanismi premiali, ma li ha sottoposti a condizioni rigorose: il premio deve essere proporzionato, deve operare in presenza di una soglia ragionevole di consenso e deve essere effettivamente idoneo a perseguire l’obiettivo della governabilità. Il pericolo maggiore sta nel fatto che il premio può risultare eccessivo, fino a portare la lista o coalizione vincente verso il 60% dei seggi, incidendo così anche sulle “maggioranze di garanzia” previste dall’ordinamento costituzionale. Altro aspetto fortemente critico è quello dell’incompatibilità del premio con il bicameralismo disciplinato dalla Costituzione.
Liste bloccate e parlamentari scelti dai partiti
Il secondo profilo riguarda l’aver pensato un sistema basato unicamente su liste bloccate, e che consente pluricandidature (fino a cinque collegi!). La proposta accentua i difetti principali dell’attuale sistema, affidando l’intera selezione dei parlamentari a liste bloccate e introducendo un premio potenzialmente abnorme e rigido con l’attribuzione di 70 e 35 seggi assegnati rispettivamente nelle due Camere prescindendo dall’esito del voto per le diverse liste.
Un sistema fondato integralmente su liste bloccate, aggravato da pluricandidature e da liste premiali di dimensione sostanzialmente nazionale, consegna ancora una volta la selezione dei parlamentari alle leadership di partito e svuota il rapporto tra elettori ed eletti.
Il candidato premier e le prerogative del Quirinale
Il terzo profilo riguarda l’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio, che contrasta con i principi che reggono nel nostro ordinamento la nomina del Governo, che dipende dagli equilibri parlamentari risultanti dalla composizione delle Camere, oltre che dall’esercizio delle prerogative del Presidente della Repubblica, ai sensi dell’art. 92 Cost. e dal successivo rapporto fiduciario con il Parlamento.
È proprio dalla combinazione di questi fattori che scaturisce un Premierato di fatto, prospettiva che dopo il risultato referendario sembrava ormai abbandonata.
Per queste ragioni, riteniamo che la proposta di legge elettorale all’esame della Camera dei deputati sia gravemente lesiva dei valori costituzionali, aggravi il distacco tra cittadino ed istituzioni e rafforzi le preoccupazioni per la crisi del Parlamento.
È nostro dovere di costituzionalisti segnalare all’opinione pubblica che questo progetto di riforma elettorale costituisce una forzatura inaccettabile delle regole democratiche e costituzionali.
Il rischio di un premierato di fatto
Ma non basta, si fa entrare dalla finestra quello che non è entrato dalla porta, il premierato.
Il parlamento già ridotto a una funzione notarile non conterà più nulla ridotto a servo del governo. Con la indicazione del candidato presidente del consiglio viene a mancare una delle funzioni del Capo dello Stato sminuendone il potere disegnato dalla Costituzione. A questo punto solo una sollevazione dei cittadini nelle piazze può farci sperare. Riempire le piazze di cittadini indignati da questo ennesimo tentativo di smantellamento costituzionale può servire non ha far fare marcia indietro alla destra ma a mobilitare gli indecisi, i giovani e i cittadini che hanno a cuore la nostra carta costituzionale.
Questa proposta è la dimostrazione del disprezzo che la destra ha per i principi democratici e costituzionali sanciti da una costituzione antifascista che la destra non ha mai digerito.


