Il teatro surreale chiamato «negoziati di pace con la Russia» sembra ormai avviarsi alla conclusione. Perfino il nuovo presidente degli Stati Uniti si rende ormai conto che la Russia non è disposta ad alcuna concessione e non vuole porre fine alla guerra.
L’Ucraina continua a combattere perché, per il Paese, questa è una guerra esistenziale e, invece della pace tanto attesa, si è aperta una nuova fase di escalation. Il fronte principale si è in parte spostato nei cieli: la Russia prosegue la sua strategia di terrore contro la popolazione civile, mentre l’Ucraina colpisce con crescente efficacia le infrastrutture petrolifere russe, cercando di ridurre la capacità economica della Federazione Russa di sostenere lo sforzo bellico.
Nel frattempo, insieme all’Ucraina, diversi Paesi europei hanno dato vita a una nuova coalizione per rafforzare la difesa contro i missili balistici. Sebbene il Cremlino abbia definito i membri di questa iniziativa «guerrafondai» e li accusi di ostacolare la pace , la comunità internazionale comprende sempre più chiaramente che è proprio la Russia a non voler porre fine al conflitto e a essere determinata a proseguire la propria aggressione.
In questo numero proponiamo ai lettori alcune riflessioni sulle cause della guerra, con l’obiettivo di comprendere meglio le prospettive della sua conclusione.
Iryna Medved
Alla vigilia dell’invasione su vasta scala
Dopo l’elezione del nuovo Presidente dell’Ucraina nel 2019, Putin sperava che sarebbe stato più facile raggiungere un’intesa con Volodymyr Zelensky rispetto a Petro Porošenko, tanto più che il sesto Presidente dell’Ucraina, durante la campagna elettorale, aveva dichiarato di ritenere necessario dialogare con la Russia.
L’incontro tra Zelensky e Putin ebbe luogo nel dicembre 2019 a Parigi, nell’ambito del formato Normandia. Putin arrivò a quel vertice da trionfatore: si considerava il vincitore della guerra e il leader che aveva ormai realizzato il proprio progetto geopolitico. Tuttavia, l’esito dell’incontro e soprattutto la conferenza stampa congiunta ebbero un effetto opposto. Zelensky riuscì a metterlo in evidente difficoltà, facendolo apparire ridicolo davanti all’opinione pubblica internazionale. Per Putin fu un’umiliazione profonda. Si può ipotizzare che proprio allora sia maturata in lui la volontà di rimuovere Zelensky dal potere o, quantomeno, di vendicarsi in qualche altro modo.

Fonte: Wikipedia.
Con ogni probabilità, la Russia avviò la preparazione segreta dell’invasione su vasta scala già nel 2020.
Naturalmente, il Cremlino aveva motivazioni ben più importanti del risentimento personale di un dittatore frustrato. Quali furono, dunque, le ragioni che spinsero Putin a dare avvio all’invasione su vasta scala dell’Ucraina?
Le principali cause dell’invasione su vasta scala
La prima e più importante fu la necessità di ristabilire il controllo imperiale sull’Ucraina e di impedirne l’integrazione con l’Occidente. Dopo il fallimento della strategia politica e della guerra non convenzionale avviata nel 2014, il Cremlino concluse di non poter più raggiungere questo obiettivo con mezzi diversi dalla forza militare.
Il Cremlino non riconosce l’Ucraina come uno Stato pienamente autonomo né gli ucraini come una nazione distinta. L’Ucraina viene presentata come una costruzione artificiale, priva di una reale soggettività politica, e considerata parte integrante della sfera storica e geopolitica della Russia.
Ciò è stato favorito in larga misura dal fatto che la società russa è cresciuta sulle idee dello sciovinismo grande-russo e che la maggioranza dei russi ha percepito il crollo dell’Unione Sovietica come una tragedia. Queste idee sono diventate un terreno fertile per la propaganda del Cremlino e spiegano la straordinaria portata della sua influenza sulla coscienza dei cittadini russi. L’aspirazione a ricostruire la grandezza imperiale sulla base della nazione dominante russa svolge, in questo contesto, un ruolo fondamentale.
Di conseguenza, il progressivo avvicinamento dell’Ucraina all’Europa e all’Occidente fu percepito dalla leadership russa come una sconfitta strategica e come la perdita di un’influenza decisiva sull’Ucraina.
La seconda fu la necessità di preservare il regime di Putin e l’immagine della Russia come grande potenza dotata di un esercito straordinariamente potente.
Per i regimi autoritari il conflitto esterno rappresenta spesso uno strumento di conservazione del potere. La guerra consente di mobilitare la società contro un «nemico esterno», di giustificare le difficoltà economiche e le repressioni, di rafforzare il controllo sullo spazio dell’informazione e di soffocare l’opposizione politica con il pretesto della difesa dello Stato.
La terza fu la sottovalutazione dell’Ucraina e l’errata convinzione di poter ottenere una rapida vittoria.
Il Cremlino prevedeva il rapido crollo delle autorità ucraine, una debole resistenza delle Forze Armate dell’Ucraina e una reazione limitata dell’Occidente. La maggior parte dei servizi d’intelligence del mondo riteneva che l’Ucraina non sarebbe stata in grado di resistere per più di novantasei ore.
Tutte queste valutazioni e questi calcoli si rivelarono errati, ma furono proprio tali convinzioni a rendere molto più probabile la decisione di dare avvio all’invasione su vasta scala.
Anche i politici filorussi presenti a Kyiv — in particolare Viktor Medvedčuk, Vadym Rabinovyč e Jurij Bojko — contribuirono a rafforzare questa convinzione, trasmettendo costantemente al Cremlino l’idea che la popolazione ucraina fosse sostanzialmente leale alla Russia e incline ad aderire al concetto del «Russkij mir».
Le motivazioni ufficiali addotte dal Cremlino
Vediamo ora come la leadership russa presentò e giustificò la necessità dell’invasione.
Nel dicembre 2021 Putin lanciò un ultimatum ai Paesi membri della NATO, chiedendo la firma del progetto di Trattato sulle garanzie di sicurezza tra la Federazione Russa e gli Stati membri della NATO.
Pretendeva inoltre che gli Stati appartenenti all’Alleanza già nel 1997 ritirassero le proprie truppe e i propri armamenti dal territorio degli altri Paesi europei. In sostanza, chiedeva il ritorno della NATO ai confini del 1997.
Nel discorso pronunciato il 24 febbraio 2022, Putin affermò che la Russia aveva avviato l’invasione dell’Ucraina con l’obiettivo di realizzare la «denazificazione» e la «demilitarizzazione» del Paese, di garantirne lo status neutrale — impedendone l’adesione alla NATO — e di proteggere la popolazione russofona, in particolare quella del Donbas. Tutte queste motivazioni costituirono la giustificazione formale dell’inizio dell’aggressione militare aperta.
In quel momento Putin non avanzò alcuna rivendicazione territoriale nei confronti dell’Ucraina.
Qual è stato, dunque, il risultato?
Anziché ottenere un ridimensionamento della NATO ai confini del 1997, Putin si è ritrovato con oltre 1.200 chilometri di nuovo confine diretto con l’Alleanza, in seguito all’adesione della Finlandia e di un nuovo Stato membro, la Svezia.
Dopo quasi cinque anni di guerra su vasta scala, l’Ucraina è diventata un Paese molto più militarizzato di quanto non fosse prima del 2022. Quanto alla cosiddetta «denazificazione» — termine la cui reale portata resta tuttora indefinita — persino la propaganda russa ha ormai smesso di parlarne.
Gli ucraini, più di qualsiasi altra nazione, si sono uniti nella lotta contro l’aggressore esterno. Inoltre, gli ucraini russofoni sono arrivati, in molti casi, a nutrire un’ostilità nei confronti della Russia persino maggiore di quella degli ucrainofoni, poiché le città dell’Ucraina orientale e meridionale sono state le più duramente colpite dai bombardamenti russi.
Anziché dimostrare forza e superiorità militare, l’esercito russo ha finito per mettere in luce le proprie debolezze e i propri limiti. Oggi questa realtà è riconosciuta persino da una parte della società russa.
Conclusioni
Allo stesso tempo, una volta comprese le cause di questa guerra, diventa evidente che, finché il dittatore russo disporrà delle risorse e della capacità di proseguirla, non avrà alcun interesse a porvi fine. È proprio per questo che i diversi processi negoziali avviati nelle varie fasi del conflitto sono sempre stati, e continuano a essere, poco più di una farsa.

Attualmente la situazione sul fronte non evolve a favore della Russia che, di fronte alle difficoltà incontrate sul campo di battaglia, ha intensificato gli attacchi missilistici contro la popolazione civile ucraina. Come di consueto, il Cremlino trova ogni volta nuovi «pretesti» per giustificare il proprio terrorismo. L’Ucraina, dal canto suo, continua a colpire le infrastrutture economiche russe indispensabili al proseguimento della guerra. La simulazione dei negoziati di pace, costruita per influenzare Donald Trump, si è ormai esaurita e la comunità internazionale si sta gradualmente liberando dell’illusione di una rapida conclusione del conflitto.
A suo tempo, il generale russo Aleksandr Lebed’, forte della sua vasta esperienza militare, formulò con notevole lucidità una riflessione sul destino di ogni guerra. Secondo le sue parole, ogni conflitto deve prima giungere a un punto morto, poi attraversare una fase di catastrofe e solo successivamente aprire la strada ai negoziati di pace.
Oggi si può affermare che la Russia abbia raggiunto quel punto morto. Tuttavia, finché non si verificherà una catastrofe capace di compromettere seriamente la capacità della Federazione Russa di continuare le operazioni militari, non vi saranno negoziati reali e la guerra proseguirà con l’intensità che la Russia sarà ancora in grado di sostenere.
E oggi, 16 luglio 2026, in numerose città di tutta l’Ucraina si sono svolte manifestazioni di protesta contro i cambiamenti previsti nella composizione del governo, in particolare contro la destituzione dell’attuale Ministro della Difesa.
Si tratta, senza dubbio, dell’ennesima seria sfida per le autorità ucraine. Tuttavia, indipendentemente da come si evolveranno gli eventi, l’Ucraina ha già dimostrato di possedere una propria soggettività. Essa dispone non solo di una soggettività internazionale, ma anche di una soggettività interna, la cosiddetta «soggettività dal basso», nella quale il popolo percepisce di avere la possibilità e il diritto di influire sul potere (!). È proprio questo che distingue qualitativamente l’Ucraina dalla Russia.


