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    Home»Industria»La produttività non è tutto: piccole imprese, lavoro e valore condiviso
    Industria

    La produttività non è tutto: piccole imprese, lavoro e valore condiviso

    Gaetano Fausto EspositoDi Gaetano Fausto EspositoSettembre 1, 202638 VisualizzazioniLettura 8 min.
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    produttività e microimprese
    produttività e microimprese
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    Da quando, nel 1956, l’economista Robert Solow formalizzò la sua teoria della crescita economica, la produttività è stata individuata come una delle variabili cruciali per misurare la capacità delle economie di creare valore. Nel modello di Solow, la crescita dipende dal contributo del lavoro, del capitale e, soprattutto nel lungo periodo, dal progresso tecnico e dall’innovazione tecnologico-organizzativa.

    L’andamento della produttività, in particolare quella del lavoro, è quindi costantemente monitorato. Essa viene solitamente misurata attraverso un indicatore che mette in relazione il valore aggiunto reale prodotto con la quantità di lavoro necessaria a generarlo, espressa in termini di addetti oppure di ore lavorate.

    E la produttività rappresenta uno dei principali fattori utilizzati per interpretare i divari di crescita tra sistemi economici. È, ad esempio, al centro del confronto tra Europa e Stati Uniti, dove una parte rilevante del differenziale di performance viene ricondotta proprio alla diversa capacità di generare e incorporare innovazione tecnologica, in particolare quella digitale.

    Divario di produttività tra Europa e Stati Uniti – PIL reale per ora lavorata, 1995 = 100Fonte: elaborazioni su dati OCSE e nowcast
    Divario di produttività tra Europa e Stati Uniti – PIL reale per ora lavorata, 1995 = 100
    Fonte: elaborazioni su dati OCSE e nowcast

    Se l’Europa presenta un ritardo rispetto agli Stati Uniti nell’ordine del 25%, l’Italia registra a sua volta performance della produttività per ora lavorata inferiori alla media europea. Non sorprende, quindi, che nel dibattito sull’efficienza del sistema imprenditoriale italiano venga frequentemente richiamato il divario di produttività rispetto ai principali Paesi concorrenti.

    Le imprese più strutturate e di maggiori dimensioni presentano generalmente livelli di produttività superiori rispetto a quelle più piccole. Una delle ragioni è che dispongono, in media, di maggiori risorse da destinare agli investimenti e possono quindi sviluppare più facilmente processi di innovazione tecnologica e organizzativa.

    In Italia, le imprese più piccole registrano una produttività pari al 62% della media e al 41% di quella delle imprese con oltre 250 addetti.

    Nella discussione, ormai ultradecennale, sulla struttura dimensionale del nostro sistema produttivo, questi dati hanno alimentato una conclusione apparentemente immediata: un’eccessiva concentrazione di microimprese si tradurrebbe in livelli complessivamente più bassi di produttività. Da qui deriva l’affermazione, ricorrente nel dibattito economico, secondo cui uno dei problemi competitivi dell’Italia sarebbe rappresentato proprio dall’elevata presenza di microimprese.

    La relazione tra dimensione aziendale e variazione della produttività è, tuttavia, meno immediata di quanto possa sembrare.

    Semplificando, la produttività aumenta quando il valore aggiunto cresce più dell’impiego di lavoro; nel caso contrario, diminuisce. A livello aggregato, gli ultimi dati relativi al 2024 mostrano per l’Italia un aumento del valore aggiunto reale dello 0,4%, a fronte di una crescita del 2,3% delle ore lavorate. Ne è derivata, pertanto, una riduzione della produttività del lavoro.

    Andamento del valore aggiunto e degli input produttivi(tassi di variazione medi annui – totale economia) Fonte: Istat
    Andamento del valore aggiunto e degli input produttivi
    (tassi di variazione medi annui – totale economia)
    Fonte: Istat

    Alcune elaborazioni basate sul valore aggiunto per addetto, anziché per ora lavorata, sembrerebbero tuttavia ridimensionare la tesi di una maggiore staticità delle imprese più piccole: nelle microimprese il valore aggiunto nominale — quindi non calcolato a prezzi costanti — sarebbe infatti cresciuto più dell’occupazione.

    Non emergono, dunque, segnali univoci che consentano di attribuire principalmente alle microimprese la flessione della produttività registrata nel nostro Paese. È indubbio che queste dispongano, in media, di minori risorse per gli investimenti e che, a parità di altre condizioni, possano incontrare maggiori difficoltà nell’innovare. Ma proprio da qui emerge una questione più generale: è sufficiente valutare la capacità di creare valore esclusivamente attraverso indicatori di efficienza, come la produttività, oppure è necessario adottare una prospettiva più ampia?

    La crescita economica è importante, ma ciò che conta realmente nel lungo periodo è la capacità di sviluppo di un Paese (e anche l’equità di questo processo di sviluppo e quindi una migliore distribuzione delle risorse).

    La distinzione tra crescita e sviluppo è stata delineata già all’inizio degli anni Sessanta, ad esempio, dall’economista francese François Perroux – il teorico della crescita basata sui poli di sviluppo – secondo il quale: «Lo sviluppo è la combinazione dei cambiamenti mentali e sociali di una popolazione che la rendono capace di far crescere, cumulativamente e durevolmente, il suo prodotto reale globale.»

    Lo sviluppo è dunque un processo complesso e di natura qualitativa, che non può essere esclusivamente ristretto all’aumento del prodotto. Occorre perciò distinguere tra economia della crescita, alla quale può essere ricondotto il modello di Solow, ed economia dello sviluppo, che prende in considerazione un insieme più ampio e articolato di fattori economici e sociali.

    In questa prospettiva si inserisce anche il concetto di “valore condiviso” elaborato più recentemente da Michael Porter e Mark Kramer. A livello aziendale, esso indica la capacità dell’impresa di adottare politiche e pratiche operative che ne rafforzino la competitività e, contemporaneamente, migliorino le condizioni economiche e sociali delle comunità nelle quali opera.

    La creazione di valore, quindi, non coincide soltanto con l’aumento dell’efficienza aziendale, ma comprende anche la capacità di rispondere ai bisogni della società. Tra questi rientra certamente la possibilità di accedere a un’occupazione stabile, dignitosa e adeguatamente retribuita.

    Da questo punto di vista, la struttura occupazionale italiana presenta una peculiarità particolarmente significativa. A differenza dei principali Paesi concorrenti, una quota molto rilevante degli occupati italiani è concentrata nelle microimprese.

    Con oltre 7,6 milioni di addetti, queste assorbono il 41% dell’occupazione complessiva, contro il 27% della Francia, il 19% della Germania e il 30% della media europea.

    Applicare la prospettiva dello sviluppo e del valore condiviso significa allora riconoscere che una parte essenziale dell’occupazione italiana dipende dalle imprese di minori dimensioni e, in particolare, da quelle a carattere personale o familiare.

    Si tratta di un elemento importante non soltanto sul piano sociale, ma anche su quello economico. Le microimprese contribuiscono infatti alla distribuzione territoriale delle opportunità di lavoro, alla vitalità delle comunità locali e alla tenuta del tessuto produttivo. Rappresentano inoltre, in molti casi, un incubatore di imprenditorialità e, soprattutto nel passato, hanno contribuito in misura significativa alla mobilità sociale del nostro sistema, sotto diversi aspetti rappresentano un contributo alla democrazia economica di un Paese.

    Ciò non significa difendere l’immutabilità dell’attuale struttura imprenditoriale italiana né ignorarne i limiti. Significa, piuttosto, prendere atto di una realtà complessa. Una realtà che nonostante la riduzione degli ultimi anni rimane sotto molti versi il fulcro di molte attività economiche.

    Un aumento della produttività ottenuto esclusivamente attraverso una riduzione dei posti di lavoro, ad esempio, può determinare un miglioramento dell’indicatore statistico senza produrre necessariamente un beneficio complessivo per la società, anzi potrebbe contribuire ad un aumento del disagio sociale e a un processo di impoverimento. Allo stesso modo, una crescita dell’occupazione può determinare, almeno nel breve periodo, una riduzione della produttività misurata, pur generando valore sociale attraverso una maggiore inclusione lavorativa e quindi a generare una maggiore equità sociale.

    La situazione italiana richiede, quindi, criteri di valutazione più articolati.

    Un esempio significativo proviene dal recente Rapporto sul commercio al dettaglio realizzato dal Centro Studi di Confcommercio, con il contributo dell’Istituto Tagliacarne. Il commercio viene spesso considerato uno dei settori meno dinamici dell’economia. Eppure, a fronte di una riduzione marginale dell’occupazione, nell’arco di trent’anni il prodotto medio per addetto è cresciuto di oltre il 61%, contro il 5,4% dei servizi e l’8,7% dell’intera economia.

    Questi dati suggeriscono che la valutazione delle imprese di minori dimensioni debba tenere insieme almeno tre dimensioni fondamentali: la produttività economica, la capacità di innovazione e il valore sociale generato attraverso l’occupazione.

    La prospettiva di uno sviluppo basato sul valore condiviso non impone di scegliere tra efficienza e lavoro, ma invita a ricercare soluzioni capaci di rafforzare entrambe.

    Come ha sottolineato il Premio Nobel per l’economia Amartya Sen, il lavoro può essere considerato sia un mezzo sia una componente dello sviluppo umano. Un lavoro dignitoso, anche dal punto di vista economico, contribuisce ad accrescere le libertà e le capacità delle persone e, attraverso queste, anche la qualità e la solidità di una società democratica.

    Riportata alla discussione sul sistema produttivo italiano, la vera questione non è quindi stabilire semplicemente se le microimprese siano un limite alla produttività, ma comprendere come renderle più competitive, innovative e produttive, meglio collegate ai processi di filiera, creando le condizioni affinché possano investire maggiormente in tecnologie, competenze e organizzazione e, contemporaneamente, migliorare la qualità del lavoro offerto.

    In questa prospettiva, ossia in una logica di sviluppo condiviso, la crescita della produttività non rappresenta il fine esclusivo, ma uno degli strumenti attraverso i quali generare valore. Uno strumento importante e da monitorare, ma tenendo conto delle valenze complessive.

    Una maggiore efficienza assume infatti un significato economico e sociale più ampio quando si traduce in imprese più solide, lavoratori maggiormente qualificati e tutelati e territori capaci di offrire opportunità durature di sviluppo. Perché una economia non è fatta da addizioni o da sottrazioni, ma soprattutto da interazioni tra fenomeni ed è su queste che si basa la costruzione di un progetto di sviluppo.

    Perciò è nell’equilibrio tra produttività, innovazione, qualità del lavoro e coesione (anche) territoriale che può essere ricercata una traiettoria capace non soltanto di produrre più valore, ma anche di condividerlo rendendolo più distribuito.

    Autore

    • Gaetano Fausto Esposito
      Gaetano Fausto Esposito

      Gaetano Fausto Esposito, economista si occupa di analisi economica delle imprese e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. È autore di numerosi saggi sui temi che riguardano i regimi capitalistici, l’economia finanziaria e dello sviluppo, l’economia industriale, l’analisi economico-territoriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Già direttore dell’Area Studi e ricerche dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne, componente dell’Unità di valutazione degli investimenti pubblici e docente di Economia applicata in diversi Atenei, Segretario Generale di Assocamerestero (l’Associazione delle Camere di Commercio Italiane all’Estero) dal 2000 a gennaio 2021, attualmente è Direttore generale del Centro Studi delle camere di commercio “Guglielmo Tagliacarne” e insegna Economia Politica presso l’Università telematica Università Mercatorum. Gestisce un blog sull’Huffington post ed è condirettore della linea editoriale Tesi-Temi realizzata congiuntamente da Università mercatorum e Centro Studi Tagliacarne. E’ componente del Consiglio di Amministrazione della Camera di commercio italiana per la Svizzera.

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