
La Camera dei deputati la settimana scorsa ha approvato la nuova legge elettorale. Il provvedimento è passato a scrutinio segreto: i sì sono stati 227, i no 164. La legge è già stata promulgata dal Presidente della Repubblica e pubblicata in Gazzetta Ufficiale. “A chi sperava di vedere il centrodestra diviso, oggi rispondiamo con i fatti: siamo uniti, compatti e determinati a portare avanti gli impegni presi con i cittadini” ha scritto sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In occasioni pubbliche dopo il voto ha difeso la legge come un nuovo corso della democrazia.
Ma davvero il centrodestra ha superato tutte le divisioni interne su un sistema che a valle conterà delusi e premiati? Quelle divisioni che in una precedente votazione a luglio avevano affossato la legge? “Una legge perfetta non esiste ma possiamo dire che questa è una legge bilanciata e adeguata alle sfide del futuro” ha detto in Aula il deputato della Lega Andrea Barabotti. Del resto, la storia repubblicana ha una lunga tradizione di sistemi elettorali applicati e poi riformati. Ma la partita politica ci spinge a intravedere quanta coerenza ci sarà nelle candidature nelle circoscrizioni al posto dei collegi uninominali. Delusi e premiati dall’alto, appunto.
“Una classe politica che teme gli elettori non merita la loro fiducia” ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein. “Avete bocciato gli emendamenti nostri unitari delle opposizioni per reintrodurre le preferenze per tutti, perché dovevate a tutti i costi reinserire i capilista bloccati, così che meno di un parlamentare su cinque sarà eletto con delle preferenze”. Gruppi di giuristi stanno preparando i ricorsi alla Corte costituzionale. Si parte dal dato di una legge ordinaria che modifica lo spirito della Carta costituzionale. Un pasticcio voluto nel “superiore” interesse di una coalizione che vuole prevalere su tutte le altre possibili.
Le nuove norme toccano le prerogative del Capo dello Stato sulla nomina del Presidente del Consiglio e la possibilità delle forze non presenti in Parlamento che devono raccogliere il triplo delle firme rispetto ad oggi. Aspetti giuridici accanto ad aspetti politici in uno scenario che obbliga i partiti a stringere intese per raggiungere il 42% dei voti e ottenere il premio di maggioranza. Il domani ha molte incognite e agli italiani che andranno a votare, bisogna spiegare bene la posta in gioco. Astensionismo ancora più forte? La premier esulta ma tutti coloro che hanno votato a favore della legge si aspettano “l’incasso” della ricandidatura. Magari più a fine legislatura nell’autunno 2027, per interessi di stipendio e pensione.
Elezioni quando?
Giorgia Meloni per le elezioni nega l’alleanza con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Il generale, tuttavia, nella buona e nella cattiva sorte della destra, è oggi l’ago della bilancia. I candidati di FdI nei territori dovranno spiegare agli elettori il sì o il no di un’intesa con una formazione che attacca donne, migranti, libertà, diritti, credo religioso. Se Vannacci sarà alleato vorrà dire la fine del progetto neoconservatore della premier e la longevità del suo governo va in soffitta. Se non sarà alleato, gli elettori lo premieranno come avvertimento per Giorgia che sui temi sbandierati dal generale è troppo timida. E a sinistra? La legge approvata è un colpo di acceleratore per il programma, il leader, la coalizione che deve aggregare il più possibile. Anche in questo campo se si vuole governare, bisogna raggiungere il 42% dei consensi. Le schermaglie sulla leadership tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein sono il veleno per milioni di italiani che chiedono un cambiamento. La personalizzazione della battaglia non porta bene e le primarie per scegliere il candidato- al punto in cui sono arrivati- somigliano a una medicina fraudolenta che non cura la malattia. Chi ha i voti sia propositivo e determinato. Sappia, viene da dire, che il sentimento che attraversa l’Italia che non ce la fa, paralizzata sotto i colpi della crisi, è per la costruzione di un’alternativa credibile su pochi e decisivi punti. Basta un programma di due pagine e un nome solo da presentare agli elettori. Non è questo un esercizio di democrazia? Invocarla per gli altri e non per sé stessi è sconcertante. Se la sinistra vuole davvero convincere gli italiani a votare per lei spieghi cosa fare per l’energia, la sicurezza, i salari, l’Europa, la scuola, le tasse, la sanità. Cinque Stelle e Pd, soprattutto, mostrino maturità, perché le furbizie e le schermaglie da invidia sono finite. La destra ha suonato il gong.


