A dieci anni dalla Brexit si riapre in Gran Bretagna il confronto tra europeisti, euroscettici e antieuropeisti. Un dibattito che nel corso degli anni ha visto conservatori e laburisti cambiare più volte posizioni, sino all’arrivo sulla scena pubblica del Reform UK, divenuto sulle rive del Tamigi l’alfiere indiscusso dell’antieuropeismo. Ma la Gran Bretagna è sempre stata percorsa da sentimenti ambivalenti nei confronti dell’Europa. Da una parte, la voglia di partecipare e condividere i benefici di un mercato unico, con 450 milioni di cittadini e 27 paesi membri. Dall’altra, un permanente spirito insulare incline all’autosufficienza, alimentato dalla memoria imperialista, che sopravvive nel Commonwealth, e dall’epica della resistenza all’aggressione nazista, che arrivò dal continente. La geografia e la storia, il mercantilismo e l’eccezionale spirito di comunità hanno sempre frenato gli entusiasmi europeisti. Che adesso, secondo un recente sondaggio, volgono nuovamente a favore delle istituzioni europee. Ma quanto siano convinti ed estesi è tutto da capire.
Dall’ambivalenza alla Brexit
Sin dall’inizio, con l’adesione alla CEE nel 1973, nella società britannica è stata presente una forte posizione euroscettica. Uno spirito che ha definito nel corso degli anni la postura dei Governi verso le Istituzioni europee. In quel solco, un primo referendum si svolse nel 1975, concluso con una forte adesione per la permanenza nella Comunità europea, sostenuta dai conservatori, guidati dalla Thatcher, con i laburisti, in quel momento al Governo con Harold Wilson, divisi tra favorevoli e contrari. Giocavano a favore della permanenza i vantaggi del mercato unico e le opportunità delle nuove relazioni comunitarie, oltre alla condivisione di regole nella governance europea. Il risultato referendario, tuttavia, non superò le divisioni nell’opinione pubblica. Nella scelta a favore- interpretata maggiormente dai conservatori- prevalevano gli aspetti economicistici, in opposizione alle spinte verso una maggiore integrazione. Lungo quell’asse, ossia sì al mercato no all’unione politica, si è sviluppata l’evoluzione del rapporto, spesso burrascoso, con Bruxelles e maturata poi l’adesione (vigile) a Maastricht, con diverse clausole d’esenzione. Su quella impostazione si innestarono le posizioni critiche e contrarie verso i progetti di unione politica, economica e monetaria, che portarono al referendum del 2016 e alla Brexit.
Il fallimento del manifesto sovranista
La Brexit ebbe successo per il diffuso euroscetticismo che attraversava gli schieramenti politici, dai conservatori ai laburisti , e per la forte campagna per il “leave” dei sovranisti di Farage. I quali fecero leva su promesse di miglioramento delle condizioni politiche ed economiche: dallo stop ai versamenti al bilancio Ue alla riduzione delle tasse, dalla piena autonomia delle scelte politiche al controllo delle frontiere, dal contrasto all’immigrazione ai vantaggi derivanti dalla piena sovranità nelle relazioni commerciali. Un carnet di promesse e proposte che costituiscono il manifesto perfetto dell’attuale sovranismo in diverse parti d’Europa. Il bilancio di quella scelta parla di un generale indebolimento dell’economia britannica. Si evidenzia una frenata della crescita del PIL rispetto alla media europea, una contrazione degli investimenti esteri e della Bei, un appesantimento del sistema doganale e dell’apparato burocratico che rallenta il commercio e le attività di import ed export, una flessione della mobilità di persone, beni e servizi, una carenza di manodopera qualificata. In più, i cittadini britannici, contrariamente alle aspettative, devono fare i conti con un aumento della pressione fiscale e una contrazione significativa del potere d’acquisto. Insomma, a 10 anni di distanza il bilancio appare più che negativo.
Una nuova spinta verso l’Europa
Nei giorni scorsi, alla vigilia del Congresso annuale dei laburisti a Liverpool, l’ex Premier Tony Blair ha dichiarato che “Il Regno Unito dovrebbe lavorare per rientrare in un’Unione europea riformata nell’arco del prossimo decennio”, rilanciando il dibattitto sulla necessità di rivedere le opportunità che potrebbero aprirsi per Londra nella UE, nella visione di un nuovo protagonismo postimperiale. La dichiarazione fa seguito ad una crescente riconsiderazione, in ampi strati dell’opinione pubblica, del ruolo della Gran Bretagna su diversi dossier: dalla politica economica e sociale a quella estera. Inoltre, il deterioramento del quadro internazionale, segnato dalla crisi del multilateralismo e da devastanti guerre regionali, ha messo l’opinione pubblica britannica di fronte alla propria dimensione di media potenza. Già durante il Gabinetto Starmer, la vicinanza ai Governi europei si era manifestata più volte di fronte alle tensioni internazionali e alle nuove sfide geopolitiche, con la condivisione di scelte strategiche. In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni del Premier britannico Andy Burnham al Congresso annuale dei laburisti a Liverpool lo scorso 29 settembre: “L’uscita della Gran Bretagna dalla Ue ha fatto più danno che bene” e occorre puntare ad “una relazione a lungo termine con quello che resta il nostro più grande mercato”. Sulla stessa linea, e ancora più esplicito, il Ministro degli esteri Ed Miliband: «quando mi occupo degli esteri, di sicurezza, di commercio, di clima o di intelligenza artificiale, mi rivolgo ai partner europei: il nostro futuro strategico è lì…L’Europa non è solo la nostra geografia, ma molto di più. È il luogo in cui perseguiamo i nostri valori, dal clima al Medio Oriente. È il luogo in cui perseguiamo i nostri interessi, dal commercio alla difesa. È il luogo in cui costruiamo e proteggiamo le nostre alleanze… Dico a questa conferenza che il nostro futuro risiede in un partenariato più forte e profondo con l’Unione europea”.
Il sentimento dei britannici
Oggi, stando ad alcuni sondaggi, un significativo numero maggioritario di cittadini britannici sarebbe favorevole a rientrare nell’UE, ma l’approdo appare tutt’altro che scontato considerata l’opposizione del partito Reform UK di Farage, pronto a ripartire con la propaganda sovranista, e il netto dissenso dei conservatori , che considerano la Brexit una loro vittoria, a riaprire i colloqui con Bruxelles. In più, le aperture manifestate da Andy Burnham e le dichiarazioni di Ed Miliband, sulla lezione della Brexit, devono fare i conti con l’ opinione di grande cautela presente nel Labour Party, dove è viva la preoccupazione di riaprire forti divisioni e contrapposizioni ideologiche dagli esiti giudicati ancora incerti. Del resto, la stessa dichiarazione di Blair parla di un percorso da avviare “nell’arco del prossimo decennio”. Un cammino ancora lungo, per un obiettivo che non sfugge alla permanente ambivalenza britannica.


