Ma il tempo, il tempo, chi me lo rende?”
(Francesco Guccini, “Lettera”)
Nascita di un autore. La prima canzone sua che ho conosciuto è “La verità”, che di lì a poco avrebbe fatto parte del suo secondo disco: “Due anni dopo”. Ricordate? “La voce triste del silenzio / abbraccia gli angoli del tempo / si è fatto giorno ed è già sera / è tramontata primavera”. Ma come – dirà qualcuno di più viva memoria – non dice “e dove è andata primavera?” Sì, nel disco sì. Ma il disco non c’era ancora e le canzoni di Francesco (il cognome era ancora ufficialmente un optional) ce le passavamo sui banchi del liceo. “La verità” me l’aveva trasmessa un compagno da cui ne avrei apprese altre, registrate con i “Geloso” al Club 37 di Strada Maggiore, dove il nostro si esibiva in un locale di fortuna. Come gli altri prima. Le canzoni giravano, cantieri aperti, soggette a revisione e aggiustamenti fino al momento dell’incisione. Ai quali si aggiungevano i fraintendimenti, come quelli che rendevano buffe, da bambini, certe massime latine, o le formule della messa, ripetute ad orecchio senza conoscere la lingua o vederle scritte.

È una canzone strana, “La verità”, di un Guccini ossessivamente, a volte anche incongruamente, ermetico. “Mi tengon fermo le tue mani”. Perché, è agitato? Vuol menare qualcuno? A volte linguisticamente ingenuo: “I camions corrono lontani” con la “s” del plurale, all’americana. Vuol fare il verso a Jannacci? Citazioni a pioggia: tamburini, cavalieri e scudieri, corvi. E un finale curioso, che sembra inseguire l’ispirazione di un’altra canzone, bella e famosa, di quell’anno: “L’arca di Noè”, di Endrigo. Prove generali di autorialità. Ma non è questo il punto. Il punto è il modo in cui, per quindici/ vent’anni ci siamo passati le sue canzoni – comprese quelle mai pubblicate – sentite, registrate e ricopiate. La parte più singolare, potenzialmente, dell’eredità musicale di Guccini: fra quegli artigianali “bootleg” di una volta e la memoria di tanti.
Canzoni da intorto e da osteria. Una piccola fonte di rammarico l’avevano offerta gli ultimi due dischi pubblicati in vita: “Canzoni da intorto” e “Canzoni da osteria”. Un progetto bellissimo, nato trent’anni fa e presto abbandonato, fra difetti di convinzione, la ritrosia della casa discografica e il fatto che nel frattempo era uscito il primo dei tre “Fleurs” di Battiato e allora, si pensò, non stiamo a rifare la stessa cosa. Così almeno Francesco giustificò la rinuncia. Ma i due dischi pubblicati da ultimo, quando purtroppo la voce, nonostante le acrobazie tecniche di arrangiatori e fonici, non c’era più, sono qualcosa di radicalmente diverso da qualsiasi precedente raccolta di cover. Diverso e unico: autori dimenticati o poco noti, scelti con gusto particolarissimo e squisito (si pensi a uno come Giorgio Laneve); canzoni dialettali, popolari e d’autore, delle varie regioni d’Italia; classici nord e sud-americani; canti politici, d’amore e del lavoro; pezzi di Cantacronache (Fortini, Amodei, Margot, cioè Margherita Galante Garrone). Solo un campione (ma che campione!) di quel ginnasio di gusto e libertà che era stata per quindici anni l’Osteria delle Dame. Accompagnato da un libretto che era, sì, supporto testuale, ma anche saggio e memoria, antropologia e storia, cultura musicale nel senso più profondo del termine. Che meraviglia sarebbero stati questi “Fleurs” gucciniani se pubblicati anche solo dieci/quindici anni prima, quando era ancora nel pieno delle sue facoltà vocali. E che rabbia, al pensiero di quanti avrebbe potuto tirarne fuori da quel pozzo senza fondo!

Tradurre/tradire. Un settore poco conosciuto di questo trascurato repertorio, è ancora oggi quello delle traduzioni. Come molti cantautori, anche Guccini amava tradurre pezzi di autori stranieri, in particolare francesi e americani (del nord e del sud). Solo che non li incideva mai. Un’eccezione l’aveva fatta, in uno degli ultimi dischi, per la traduzione in dialetto modenese (!) del catalano “La tieta” (“La zietta”), di Juan Manuel Serrat(.Dove la sorpresa era stata ritrovare una canzone degli anni sessanta, notissima anche da noi nella versione di Paolo Limiti per Mina (“Bugiardo e incosciente”), in una traduzione letterale che raccontava tutta un’altra storia. Limitisi era ispirato nella sua riscrittura a una certa poesia francese, in particolare la prévertiana “Quand tu dors” (“Toi tu dors la nuit / moi j’ai de l’insomnie…”), dove Serrat tracciava il ritrattino crepuscolare di una zia nubile e sfiorita, dopo una vita vissuta in funzione di fratelli, cognate e nipoti. Francesco ne fece l’unica pubblicata di una serie di traduzioni mai diventate “quaderno”.
Dieci anni fa, in occasione della morte di Leonard Cohen, scrissi un piccolo memoir su quello che era stata l’Osteria delle Dame per noi bolognesi e nella storia musicale di quegli anni. Lo concludevo con il testo di una delle più belle di queste traduzioni: quella di “Suzanne”, che Guccini aveva tradotto prima, e forse persino meglio – di De André, dimenticandosela poi, come le tante andate perdute (“Amsterdam” e “Le bigotte” di Brel, per dirne due). Voleva essere un esempio di come queste traduzioni, di cui non resta traccia e che passavano di bocca in bocca, di chitarra in chitarra, potrebbero essere forse recuperate dai gracchianti reperti dei Geloso e da quelli della memoria personale. Rivisto, corretto e aggiornato, quello che segue è oggi un omaggio postumo che spera di non essere solo quello.

Osteria!
“C’era stato un ridere di gusto, quando c’era da ridere, e anche un certo stupore che si potesse non essere rompicoglioni”
(Ermanno Cavazzoni, “Storia di un’amicizia”)
Anni affollati. Se trovate una foto a colori dell’Osteria delle Dame (primo periodo: approssimativamente 1970/1975) siete bravi, ma molto probabilmente è posteriore o ritoccata (“colorized”, come dicono negli States). Non c’era luce fra i voltoncini sotterranei di quell’ex rifugio antiaereo, ex bordello (così si diceva), ex molte cose, al centro di Bologna. Lì dentro i professionisti della foto erano pochi; i dilettanti come noi di più, ma tenuti, per ovvii motivi, al rispetto rigoroso del principio di Cartier Bresson: il flash è come uno sparo in una cattedrale. Ciò significa che il livello delle foto era più o meno quello di questa, che ritrae insieme, in altro contesto, il padrone di casa di allora (Francesco Guccini) e l’indimenticata Deborah Kooperman, la giovane americana arrivata a Bologna da New York per frequentare il Dickinson college e fermatasi qui, nella provincia denuclearizzata, a cantare e suonare per noi parerga e paralipomena del folk americano.

Suona ancora, la Debbie, e insegna la sua arte. Due anni fa ha dovuto chiudere il negozio di strumenti musicali che per tutti questi anni aveva gestito a Villafranca, nel veronese, da quando vi si era trasferita come signora Alvisi. Qualche tempo prima era tornata in sala d’incisione con il repertorio degli anni americani, conoscendo finalmente l’onore del web, foto e biografie. Fino ad allora, di quegli anni bolognesi all’Osteria era rimasto il suo nome sulle copertine dei primi dischi di Francesco, a cui aveva prestato l’arpeggio inconfondibile, e qualche nebbiosa foto in bianco e nero. Oggi è la sua morte a riportarla qui, da dove era partita, nel ricordo dei tanti che la cercano per farsi raccontare, evocare, cantare)
Il “socio occulto”. Come altre attività, in genere meno giocose, anche l’Osteria delle Dame aveva il suo: il padre domenicano Michele Casali. Uomo di fede, di organizzazione e di larghe vedute, intrinseco alla musica alta per storia familiare, dell’Osteria era stato, con Guccini, il co-fondatore nel 1970. Assente nelle serate più partecipate, non era raro vederlo lì quando minore era il flusso, impegnato in chiacchiere e giochi. Non quelli di carte, però, perché pare che da giovane, perdendo, le avesse tirate in faccia alla madre e avesse fatto un voto. Scomparso nel 2004, lo ricorda ogni anno un concerto in San Domenico, di musica rigorosamente classica, dal titolo “Concerto per un amico”. Inevitabilmente evocativo di “Canzone per un’amica”, la canzone del ‘63 che per cinquant’anni avrebbe aperto i concerti di Guccini. Nessuno escluso.
Vicolo corto. Vicolo delle Dame, da cui l’Osteria prendeva il nome, si stacca da via Castiglione a pochi metri dal teatro Duse, intitolato a lei, viva e quarantenne, nel 1898. Negli anni successivi, molte volte la “divina” avrebbe calcato quelle scene, dopo l’inaugurazione con il “Sogno di un mattino di primavera” del suo Gabriele. Corto e stretto come i due del Monopoli, non ricordo avesse numeri civici a parte il 2, quello dell’Osteria. Aperta nel ’70, la sua attività, sarebbe durata fino alla metà del decennio successivo, fra andate e ritorni del figliuol prodigo (il fondatore laico). Poi ci fu la tragedia del cinema Statuto a Torino, che impose una stretta sulle norme anti incendio. Quella cantina era effettivamente una trappola per topi: per riemergere alla luce dei fanali c’erano una scaletta e un portoncino da “non spingete scappiamo anche noi”. Finita l’incoscienza dei tempi, si dovette chiudere.

Nel 2017, qualcuno pensò di riaprirla. Parentesi di un anno, abbastanza malinconica come tutte le rimpatriate, aperta e chiusa per le stesse inoppugnabili ragioni di trent’anni prima. Ma fu l’occasione per presentare, là dove tutto era iniziato, un cofanetto “de lux” dal titolo “L’Ostaria delle Dame” (con la “a”, mannaggia). Vinili e CD plurimi e ricco bollettino: digitalizzazione di tre concerti dei primi anni ottanta, dal recupero di altrettanti nastri. Resta la migliore documentazione esistente di quelle serate, per tanti versi uniche.
Tutti. Glocal per vocazione, parte-per-il-tutto di quel gran pezzo dell’Emilia, ombelico musicale della dotta e rossa e grassa città, dall’Osteria delle Dame sono passati tutti. Alcuni poco più che “cinni”, come Vasco Rossi e Alessandro Bergonzoni, Claudio Lolli (che lì era nato) e Ron. Altri già affermati, come Dalla e De André, Conte o Vecchioni. Non tutti per cantare e comunque fuori programma, perché lo spazio era quel che era. Con loro diversi americani di passaggio, greci in fuga dai colonnelli e pascolanti vari, come li avrebbe chiamati Gianni Celati, nazionali e internazionali, che i vari Atenei fornivano in abbondanza. Tutti si mescolavano ai cabarettisti come Gigi e Andrea, ai poeti (Quinto Ferrari) e ai gruppi della canzone dialettale. Uno dei quali, “Al Gropp”, allora popolarissimo.
Venne anche Leonard Cohen? No (perché non passò da Bologna, mica per altro). Eppure il poeta-cantautore canadese e la sua “Suzanne” in molti li abbiamo conosciuti qui. Grazie a Francesco, che un suo quaderno di traduzioni in musica lo andava componendo da tempo. Senza inciderne gli esiti, ma presentandoli nelle serate del giovedì e del sabato o in esibizioni estemporanee. Quaderno ideale in cui, molto prima che vi si cimentasse De André, spiccava “Suzanne”.

Canzoni che camminano. Qualche amico di più vecchia data – dei tempi in cui mi ricordavo ancora, più o meno, come si suona una chitarra – forse ricorderà di averla sentita anche da me. Me l’aveva fatta conoscere Giorgio Comaschi, allora fra i performers dell’Osteria. Cresciuti assieme – lui al secondo piano io al terzo dello stesso portone – quando Giorgio, col padre fotografo e una reflex al collo che gli tampinava l’alto ventre, passava un pomeriggio domenicale su due, col sole o con la pioggia che, dietro la porta del Bologna, dove stazionavano allora i fotografi. Il padre aveva adibito a camera oscura la cantina, dove scorrazzavamo rompendogli le tasche, l’estate anche con Enrico Bassani, il figlio dello scrittore, che non era ferrarese, come tutti pensano, ma bolognese (la madre abitava nella casa di fianco, in via Toscana). Enrico, capelli curiosamente brizzolati a dieci anni, ogni estate alla chiusura delle scuole veniva a Bologna da Roma ospite della nonna e così, estate dopo estate, si era affezionato alla città, tanto da tornare definitivamente solo anni dopo, con una moglie e una laurea in veterinaria entrambe bolognesi, in quella sua città dei mesi di scuola, in cui viviamo adesso entrambi, senza incontrarci da quarant’anni.
Versi che si sciolgono in bocca. Pubblico, ricostruendolo a memoria, il testo di questa Suzanne mai diventata disco. Mi è sempre sembrata migliore (ed è tutto dire) di quella di De André, ma è ovviamente questione di punti di vista. Più in confidenza con l’inglese, Guccini si prende qualche libertà (poche) con il testo, ma i versi van giù che è un piacere. Leggeteli ascoltando la canzone. Sono, come dice Luca Sofri di tutti quelli provenienti dall’atelier di via Paolo Fabbri, “versi che si sciolgono in bocca”.
SUZANNE
Suzanne ti accompagna
Nel suo posto presso il fiume,
I battelli puoi sentire,
Alla notte dormi accanto a lei
E ti sembra un poco strana,
Ma è per questo forse che sei là
E ti offre tè ed arance
Che arrivan dalla Cina
E quando tu stai per dirle
Che non hai amore da donarle
Leggi chiaro nel suo sguardo
E risponde per te il fiume
Che è da sempre che tu l’ami
E che vorresti andare via con lei
Dove e quando non lo sai,
Ma tu sai che lei ti crede,
Che han toccato il suo bel corpo le tue idee.
Gesù era un marinaio,
Camminò sopra le acque
E guardò per anni il mondo
Da una torre solitaria
E quando vide che soltanto
Chi annegava lo vedeva
Disse; “Siate tutti marinai,
Finché venga libertà d’amare”
E si fece pescatore
Di anime di uomo,
Solo, come mai nessuno,
Solo fra la terra e il cielo,
Nella sua saggezza immensa
E tu vorresti andare via con lui,
Dove e quando non lo sai,
Ma oggi sai che tu gli credi
Che han toccato il tuo bel corpo le sue idee.
Suzanne prende le tue mani
E ti porta presso il fiume,
Sta indossando stracci e piume
Di un mercato delle pulci,
Vola il sole come miele
Sulla dama della baia
E ti fa vedere il cielo
Fra immondizie e in mezzo ai fiori.
Ci son geni fra le alghe
e fanciulli nei mattini
In attesa di un amore
Che non può mai arrivare
Come un gioco fra gli specchi
E tu vorresti andare via con lei
Dove e quando non lo sai
Ma tu sai che lei ti crede
Che han toccato il tuo bel corpo le sue idee



