Se il diritto penale internazionale (e i pronunciamenti della relativa Corte), come teorizza il Ministro degli Esteri Tajani, hanno un valore ormai relativo, anche nel mondo dello sport, a imitazione della geopolitica, leggi e regolamenti possono essere bellamente aggirati. In diritto di cosa? Di una sorta di primazia della “legge del più forte” o del marchese del Grillo. “Io sono io e voi non siete un c…”. Applichiamo il giudizio generale a quanto è successo ai vertici della Federcalcio. Giovanni Malagò, già presidente del Coni, già mallevadore principale dei Giochi invernali di Milano-Cortina (con clamoroso enorme sforamento del preventivo di spesa) si è candidato alla Presidenza della Federcalcio in sostituzione del dimissionario Gravina senza avere i requisiti tecnici per partecipare alle elezioni e battere l’avversario Giancarlo Abete, perché non tesserato per alcuna società, requisito basilare. Il suo unico tesseramento reale è per la Federazione bridge. La gaffe istituzionale non passa inosservata per il puntuale ricorso dell’eterodosso avvocato Renato Miele, già giocatore della Lazio. Dovrebbe esprimersi sul busillis la Giunta del Coni e l’orientamento alla viglia farebbe pensare alla decadenza, come ha fatto ripetutamente intuire il Ministro dello Sport Abodi, non proprio amicissimo di Malagò. Basti aggiungere che Abodi è un fervente meloniano (sarebbe ancora più a destra e le circostanze politiche lo permettessero) mentre Malagò svaria disinvoltamente lungo tutto l’arco parlamentare. Senonché alla vigilia del pronunciamento della Giunta del Coni si viene a sapere che lo stesso presidente del Coni Bonfiglio, fino a quel momento fedelissimo di Malagò, ma sulla questione specifica piuttosto rigido e critico, ha un punto dolente in tema di conflitto d’interesse perché il figlio lavora per il Venezia calcio. Chissà quale fonte ha ispirato questa notizia che avrebbe dovuto essere nota da tempo.
Che succede dunque? Gli Azzeccagarbugli istituzionali combinano un inciucio che verrebbe voglia di definire un inciucione. Si ammette che Malagò non ha i ruoli e i titoli per essere presidente ma lo si insedia come commissario con il compito di indire entro breve tempo nuove elezioni in cui figurerà come unico candidato, liberandolo della competizione con avversari potenzialmente scomodi. Dunque una traversata nel deserto. Malagò presidente decaduto, poi commissario, infine futuribile presidente in pectore in breve tempo. La grammatica legislativa non poteva subire perversione più atroce. Naturalmente il giorno dopo viene seppellita ogni contestazione sul conflitto d’interesse di Bonfiglio, che non se ne parli più…Sull’equivoca soluzione hanno pesato tante pressioni. Come quella del presidente dell’Uefa Ceferin che ha vistosamente tifato per Malagò mettendo in dubbio la credibilità della struttura Federcalcio. E poi tante nomine fatte da un non avente diritto: Mancini commissario tecnico della nazionale, Bianchedi come dirigente accompagnatore, poi dimissionaria e ora improvvisamente reinsediata. Fateci caso, la stampa, che non ha più una visione critica, ha accettato questa vistosa forzatura senza fare una piega. È lo spirito dei tempi. Malagò è l’uomo per tutte le stagioni (e per tutti i partiti…) e vista la situazione disastrosa di quello che più conta, cioè il rendimento degli azzurri del calcio, non sembrava opportuno ristabilire il diritto sportivo determinando nuova confusione di sistema. Del resto lo sport è un mondo dove due squadre di basket romano, comprando i diritti da zero, trascinano al Palaeur, 9.500 spettatori. Tifosi di che dato che queste squadre non hanno diritto giuridico, personalità, radici sul territorio?


