Man mano che ci si avvicina alla campagna elettorale cresce una diffusa quanto contrastabile credenza, che si possa vincere solo accostandosi al centro. Se non che tutto questo affastellarsi al centro ci ricorda quei deliziosi centrini ricamati a mano, messi al centro della tavola da pranzo. Belli ma sostanzialmente inutili. Nella precarietà della realtà attuale imperniata sul riarmo che svuota gli investimenti su sanità, scuola e ricerca, su un degrado economico che riguarda sei milioni di poveri assoluti, invece l’allarme e un forte appeal dovrebbe venire da una richiesta di radicalità estrema, capace di richiamare quell’universo maggioritario di disertori del voto che costituiscono in fondo il più grande partito clandestino in circolazione. L’elezione del sindaco di New York, la forte presa rispettivamente di destra e sinistra In Germania e in Francia, il consenso, sia pure residuale, di cui godono ancora Corbyn e Sanders, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, avvalora la tendenza.
Perché invece in Italia si punta sul centro? Una prima spiegazione viene dall’infiorescenza di rametti più o meno secchi della vecchia democrazia cristiana o dai cespugli dissidenti del PD che convergono verso un centro che a volte è centro-destra. Qui permangono da anni (o decenni) i Casini, i Tabacci a cui si aggiungono i Ruffini, i Lupi, gli Onorato, ciascuno con una proposta che vorrebbe differenziata dai colleghi-rivali ma con sfumature infinitesimali. In fondo questa è l’area del piccolo transito dei Calenda e dei Renzi. Ma una grande percentuale di elettori del Movimento Cinque Stelle negherebbe il voto alla coalizione del campetto largo se questi superstiti di un vecchio modo di fare politica dovessero essere aggregati al caro del possibile 42%. È questa la seduzione-miraggio a cui tende la Schlein per vincere le elezioni. Conte le risponde che con Renzi nel corpo vivo della coalizione i voti diminuirebbero invece che aumentare. In Italia la radicalità ha spesso smosso le acque della routine.
L’esplosione a suo tempo dei Cinque Stelle, la fiammata all’8,5% dell’Italia dei Valori di Di Pietro, lo stesso boom della Lega di Bossi o l’attuale bolla di Vannacci, a cui i sondaggi attribuiscono il 10 %, sono episodi-cardine di cui tenere conto. Ascese frammentarie, ridotti a più miti dimensioni nelle successive tornate elettorali ma pure significative nell’andamento pigro e acquiescente dell’attuale campagna di reclutamento dei voti. La finta seduzione del centro è anche terreno di pascolo per vecchi e nuovi arnesi della politica che cercano, mutatis mutandi, cambiando sigla, partito, atteggiamento, alleanze, di tenersi stretto il posto alla Camera e al Senato. In fondo è un fenomeno di centro anche Silvia Salis di cui non abbiamo ancora fatto in tempo a constatare l’efficienza come sindaco di Genova che si vorrebbe come il soggetto nuovo da far sbocciare alle primarie, benedetta da Fazio appariscente su Vanity fair ma inguaribilmente di centro come dimostra il suo indignato rifiuto alla proposta di una patrimoniale equilibratrice (“E che facciamo, aggiungiamo tasse su tasse?) dimenticando che i ricchi che sarebbero eventualmente toccati dal provvedimento con i loro investimenti e le loro rendite le tasse le pagano poco niente rispetto all’esercito dei dipendenti e dei pensionati.
Sosteniamo dunque che con il centro e al centro si perde e non si vince. Anche perché verso quell’area spinge Forza Italia Marina Berlusconi, anche in forza del pingue contributo che tiene in vita un partito di plastica, Tajani o non Tajani.


