Il nuovo decreto sugli studenti non italofoni riapre una questione decisiva per le democrazie europee: come gestire la diversità senza trasformarla in separazione. Il richiamo del Presidente Mattarella — “la scuola deve aiutare a non formare ghetti” — indica che il problema non è solo organizzativo: è culturale, psicologico, democratico.
Nell’immaginario collettivo, una scuola‑ghetto è una soglia bloccata: un luogo che non lascia entrare né uscire. È la città murata delle fiabe, la torre che isola, il giardino chiuso che impedisce alle differenze di diventare competenze. Quando la scuola smette di essere attraversabile, la democrazia perde il suo primo laboratorio.
La separazione linguistica non è neutra. Un bambino collocato “a parte” perde la capacità di leggere la complessità, sviluppa tensioni che possono trasformarsi in aggressività o autosvalutazione, costruisce identità fragili — di inferiorità o di superiorità compensativa. La segregazione non produce ordine: produce vulnerabilità.
In questo quadro si inserisce anche il contributo del cardinale Matteo Zuppi, che ha ricordato che “le nostre scuole devono essere luoghi in cui nessuno si senta escluso”. Per Zuppi, la prima sfida è quella delle disuguaglianze educative: non è accettabile che il luogo di nascita o la condizione economica determinino le opportunità di apprendimento. Una scuola inclusiva è, nelle sue parole, uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace. E in un tempo dominato dalla tecnologia, Zuppi richiama la necessità di custodire la capacità di pensare, distinguere, approfondire: nessun algoritmo può sostituire lo sguardo dell’educatore.
A questo punto, più che risposte immediate, servono domande che aprano spazio: che cosa impara un bambino sulla convivenza se cresce in un contesto che separa? Quale idea di cittadinanza trasmettiamo quando la lingua diventa confine? La paura dei ghetti può diventare essa stessa un ghetto mentale?
Alla fine, tutto si riduce a un’immagine: una porta socchiusa. È lì che si decide se la scuola sarà un luogo di attraversamento o di separazione. Ed è lì che si misura la qualità della nostra democrazia.


