Viviamo un periodo della storia umana nel quale moltissimi, in buona o in malafede, strillano che le democrazie sono in pericolo, soprattutto perché sono deboli. Certo gli autocrati come Putin, la terna dei criminali che governa oggi Israele o gli aspiranti autocrati come Trump, ci dimostrano di essere molto più rapidi nel prendere le decisioni. Essi affermano di rispondere alle necessità delle popolazioni o a quelle create da loro con una propaganda fatta di menzogne. Anche quando nessuno sa ancora quanto le minacce di Trump si riveleranno chiacchiere, molti cittadini, in molti paesi europei e anche in Italia, hanno votato i partiti della destra, perché pensano che ci vogliono politiche e decisioni più rapide, e mani forti.
Quando Putin ha invaso l’Ucraina, sia Biden che i paesi europei, hanno risposto debolmente, optando per aiuti economici per l’acquisto di armi e sanzioni, ed evitando in ogni caso un coinvolgimento delle proprie forze armate. Questa reazione, ovviamente, non è bastata e anche la proposta di Trump per la tregua non è stata presa di fatto in alcuna considerazione. Quando Kennedy reagì ai missili sovietici a Cuba, nacque una trattativa e, guarda caso, essi vennero ritirati.
Spesso mi accorgo che nella nostra società mancano i nonni, e forse l’autorevolezza dei padri delle generazioni del dopoguerra. A me ragazzino – e chissà a quanti altri ragazzini – il nonno o il padre spiegavano che se il prepotente ti aggredisce, bisogna rispondergli subito con tutte le forze che si hanno. Anche se l’aggredito soffrirà di più dell’aggressore, quando ambedue saranno un po’ malconci e l’aggressore avrà capito che non otterrà quello che vuole con la forza, allora, e solo al quel momento, si può pensare di iniziare a parlare, cioè lanciare una trattativa. È così banale, e così noto, che mi chiedo come mai politici e cittadini lo abbiano dimenticato. Trump spara dazi doganali contro mezzo mondo: però tutti sappiamo sin dal 1834, con la prima unione doganale tra gli stati tedeschi, (Zollverein), che le battaglie con i dazi portano solo povertà e guerre. Non a caso seguirono il BENELUX nel 1944, e la CEE nel 1957. Per quanto ignoranti siano i collaboratori di Trump, mi sembra difficile che ignorino i danni che il protezionismo crea per gli stessi protezionisti. Dunque Trump potrebbe in realtà soltanto voler aprire una trattativa, ma occorrerebbe adottare prima di tutto la stessa forte reazione al bullo, che ho descritto prima, una vera trattiva nascerà soltanto se il prepotente riceverà subito una risposta fortissima e deterrente (comunque anche l’apparato del Presidente ha dovuto rendersi conto del pericolo dei dazi, se essi sono stati già sospesi per tre mesi). Andare a raccomandarsi prima di questa risposta, come sembra voler fare Giorgia Meloni, equivale a piagnucolare di fronte al bullo, facendogli pensare di essere più deboli.
Già, per l’appunto, le demarcazione possono apparire deboli.
In realtà però le democrazie sono sempre apparse deboli di fronte ai tiranni, molto più rapidi e decisionisti. Esse furono costrette a reagire a Hitler solo dopo l’invasione della Polonia e quella della Francia. L’antica Grecia non reagì mai con la guerra alla conquista romana, perché questo straordinario popolo, che ha inventato la filosofia, la scienza, la letteratura e l’arte del mondo occidentale, era sempre stato separato fra città e comunità che si erano perpetuamente scontrate tra loro. Però Orazio intelligentemente osservò che, “Graecia capta ferum victorem cepit” : cioè il successo della Grecia su Roma non dipese da armi ed eserciti, ma dalla forza della sua cultura e dall’autorevolezza dei principi “democratici” o forse soltanto di libertà, che essa stessa aveva inventato. Anche i Romani nell’era della loro antica repubblica, si resero conto che c’erano momenti nei quali la democrazia sarebbe apparsa troppo lenta e inefficace. Previdero quindi la possibilità di nominare un “dictator” che per tre anni – ma soltanto per tre anni – avrebbe concentrato tutto il potere, in occasioni di particolari difficoltà, come per esempio la guerra.
Le repubbliche e le democrazie sono sempre state – o apparse – “deboli”, lente nel decidere e divise al loro interno, proprio perché democrazie. Però alla fine esse hanno trionfato nei due più tremendi conflitti mondiali della storia. Allora dobbiamo chiederci se le democrazie siano veramente deboli, oppure in che cosa risieda la loro forza, che si traduce nel loro eterno fascino.
Tutto viene, come dicevo ai miei studenti, dal Contrat social di Rousseau, e dall’Esprit des lois di Montesquieu. Non molti hanno spiegato cosa significano davvero questi due fondamentali insegnamenti. Il primo ci dice che la democrazia è un contratto, un accordo, fra i membri di una società umana, il difficile è mantenere il contratto nel tempo, adattandolo ai mutamenti della storia. Ma dovrà sempre trattarsi di un nuovo contratto. Dividendo i tre poteri Montesquieu ci ha detto che anche se i parlamenti perdessero il loro ruolo o molta della loro efficacia, come sembra accadere adesso, esiste sempre un terzo potere, che si chiama giustizia e stiamo vedendo in Italia e in America quanto questo potere stia costantemente facendo per preservare la democrazia. Le decisioni dei tribunali italiani sul trattamento dei migranti, ne sono una dimostrazione significativa – anche se non certo l’unica – e Trump potrà certamente trovare molte difficoltà nell’applicare provvedimenti restrittivi e anti democratici nel suo paese perché molti giudici glielo impediranno o glielo renderanno particolarmente difficile.
Montesquieu però non poteva prevedere un ‘quarto potere’, che si chiama informazione e che sta mostrando la sua perdurante forza nelle democrazie, reagendo puntualmente e costantemente alle destre che vorrebbero accentrare i poteri e imbavagliare la stampa.
In realtà la forza delle democrazie è il pluralismo delle istituzioni politiche e delle forze sociali. Partiti politici, sindacati, associazioni imprenditoriali, ed enti del Terzo Settore, dal sociale fino allo sport, sono una pluralità di attori che sono molto difficili da limitare e controllare, anche se qualche aspirante tiranno, come Orban, ci sta provando, anche non sembra riuscirci.
Nell’affermarsi di alcune nuove e vecchie superpotenze, come gli Stati Uniti, la Russia e anche la Cina, sembra che molti paesi vogliano allearsi con loro, a mio avviso più per cinismo e paura che per reale convinzione. Molti geopolitici commentano la nascita dei BRICS, un gruppo eterogeneo, che comprenderebbe paesi grandi come India e Brasile, ma anche stati molto meno importanti, come Bolivia, Cuba, Thailandia, Uganda, Uzbekistan, l’Etiopia,.
Però nessuno ricorda che già nel 1955 alla Conferenza di Bandung, 29 paesi dell’allora Sud del mondo, fondarono il gruppo dei “non allineati”, cioè quegli Stati che non volevano appartenere a nessuna dei due blocchi di allora, gli Stati Uniti e l’URSS. E faccio notare che a quella conferenza parteciparono Stati democratici, o presunti tali, ma anche la Jugoslavia e la Cina che praticavano il comunismo.
Suggerisco quindi una riflessione: se foste uno stato africano, asiatico o sud americano, preferireste tornare di nuovo ad essere una insignificante colonia di una delle tre super potenze o – magari senza dirlo – continuereste a subire il fascino delle democrazie europee, con tutte le loro apparenti debolezze e contraddizioni?
In una realtà come l’Unione Europea, oggi così pesantemente criticata, ogni Stato, ogni comunità, ogni cittadino può dire la sua, sotto l’ombrello della difesa della libera informazione e dai giudici, che continuano a garantire i diritti prescritti dalle costituzioni e dalle leggi. È vero, sembra al cittadino comune che ci sia oggi molto disordine e molta confusione, ma mio suocero Pascal, ebreo francese, ma grande assertore di libertà e democrazia – che aveva subito le persecuzioni naziste – soleva ripetermi che era meglio un po più di disordine che troppo ordine. E Paolo Rumiz, grande intellettuale, uno di quelli che ammiro di più in Italia, è stato ancora più duro “sicurezza, tormentone del secolo, che Dio la maledica” (Il Filo Infinito).
Il fascino immutabile della democrazia non sta negli eserciti e nei cannoni, ma nella straordinaria forza dei suoi principi e delle istituzioni che difendono la società.
La vera battaglia non è quindi soltanto quella di armarsi di eserciti e sofisticate armi, ma di continuare a credere nel contratto sociale, e nei principi dei diritti dell’uomo. Invece, purtroppo, stiamo mostrando al mondo che forse non siamo più così convinti di questi principi – come stiamo mostrando con i migranti e con le crescenti diseguaglianze – e questa potrebbe essere la nostra vera debolezza che corrode il fascino con il quale le democrazie hanno sempre attratto le comunità umane.


