L’oscillare del pendolo. Così può essere rappresentato il dibattito sull’esistenza di diverse dimensioni d’impresa nel sistema economico, con fasi alterne a favore della flessibilità della piccola impresa e ritorni alla necessità di puntare sulla grande e grandissima dimensione.
Negli anni Settanta del secolo scorso si diffusa il motto di “piccolo è bello” dal titolo di un fortunato saggio di Ernst Schumacher, un filosofo ed economista tedesco, in cui si sosteneva che: “l’economia del gigantismo e dell’automazione è un residuo delle condizioni e del pensiero del XIX secolo ed è del tutto incapace di risolvere i veri problemi di oggi” (quelli di allora).
Era la negazione del primato della grande dimensione, che fino ad allora si basava sul cosiddetto principio di “asimmetria dimensionale” delle imprese, formulato nel 1945 da Joseph Steindl, secondo cui le grandi imprese potevano comunque avvantaggiarsi di economia di scala precluse a quelle di minore dimensione, mentre potevano utilizzare tutti i vantaggi tipici delle piccole imprese. Di conseguenza i tassi di profitto delle grandi imprese sarebbero stati sempre superiori a quelle delle piccole e in progresso di tempo questo avrebbe portato a una marginalizzazione delle imprese di minori dimensioni e all’aumento della concentrazione industriale.
Nella maggior parte dei paesi europei, le micro-imprese con meno di dieci addetti, sono ben superiori al 90%.
Non c’è stata la scomparsa delle piccole imprese (anzi!), ma la situazione è piuttosto articolata. Infatti sotto molti versi le previsioni di Steindl non si sono dimostrate errate dal punto di vista della concentrazione produttiva. La digitalizzazione, con i suoi confini indefinibili di applicazione in continua evoluzione (pensiamo agli sviluppi dell’intelligenza artificiale), se da un lato ha aumentato l’accessibilità in alcune fasi di mercato (pensiamo al commercio elettronico) dall’altro però sta finendo per favorire lo sviluppo di concentrazioni oligopolistiche che creano nuove asimmetrie tra classi dimensionali a svantaggio dei più piccoli.
Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso guidavano le cosiddette “economie di scala tecniche”, dovute alla dimensione degli impianti, poi con i modelli di “specializzazione flessibile” la dimensione minore d’impresa è riuscita a trovare una modalità organizzativa che ha assicurato flessibilità e forza produttiva. Negli anni Settanta e Ottanta si è irrobustita la formula dei distretti industriali di piccole imprese che ha dimostrato una forte vitalità, manifestando anche capacità di competere con la creazione di medie imprese a forte presenza internazionale.
Tutto questo ha portato ad una elevata natalità imprenditoriale che invece si è via via ridotta nel tempo, a testimonianza anche delle crescenti difficoltà e della minore propensione a fare impresa, soprattutto da parte dei più giovani.

Oggi occorre acquisire “economie di scala dinamiche e trasformative” direttamente collegate all’impiego di fattori immateriali e alle sempre più indefinibili applicazioni dell’intelligenza artificiale. I fattori intangibili (tra cui rientrano capacità di fare e sfruttare la ricerca applicata, innovazioni organizzative e capacità di relazione con altri soggetti produttivi e centri di ricerca) stanno creando una nuova forma di gerarchizzazione nei sistemi produttivi e imprenditoriali, che è connaturato con il capitalismo delle piattaforme. La cosiddetta “open innovation” richiede una capacità di dialogo e di interazione con centri qualificati di ricerca (universitari e di livello internazionale), nonché la necessità di avere risorse umane sempre più skillate e di elevato livello. Ed è significativo che solo nei settori in cui esiste una buona caratura tecnologica aumentano le iscrizioni imprenditoriali rispetto al passato e soprattutto a partire dal dopo-covid.
La digitalizzazione crea un intreccio inestricabile tra utilizzo e sviluppo dell’innovazione tecnologica e abilità umane nel rendere coerenti l’adeguamento di questi sviluppi ai processi produttivi. Anzi la “capacità ricombinante”, di mettere insieme creatività e intelligenza umana con potenzialità della rete e dell’intelligenza artificiale diventa un asset strategico dal punto di vista competitivo.
Il fattore abilitante, dato dalla possibilità di utilizzare un capitale umano sempre più “pregiato”, viene guidato dalla richiesta di professionalità da parte delle grandi imprese che sempre di più competono (anche tra di loro) per l’acquisizione delle relative competenze.
Perciò oggi il principio di asimmetria si esplica non per la dotazione di capitale fisico, o anche di capitale digitale, ma rispetto all’acquisizione del capitale umano ed in particolare di quello organizzativo/tecnologico. L’impresa più piccola si è avvantaggiata dall’utilizzo di tecnologie flessibili e ricombinabili, che in qualche modo “scomponevano il capitale” e abbassavano le barriere all’accesso e all’acquisizione. Diverse micro-aziende, anche in forma artigiana, hanno dimostrato forti capacità al riguardo (l’artigianato digitale).
Ma dinanzi al nuovo fattore di gerarchizzazione rappresentato dalle competenze in grado di interagire con la sempre più imprevedibile digitalizzazione le piccole imprese, ed in particolare le micro, hanno crescenti difficoltà ad attrarre professionalità per molteplici limiti tra i quali le criticità connesse agli aspetti retributivi e più in generale anche ai percorsi di carriera, di conseguenza buona parte degli intangible asset sono per loro poco accessibili (se non del tutto inaccessibili) e (a volte) sono razionati anche per le grandi.
I dati sulle difficoltà di reperire nuove risorse umane sono eloquenti al riguardo. Le microimprese (fino a 9 dipendenti) stentano a trovare professionalità qualificate nel 53% dei casi, contro il 42% di quelle sopra i 50 dipendenti (e a valori presumibilmente inferiori di quelle ancora maggiori). Tutto questo si riflette sulla produttività e quindi sui margini di profitto che per le micro-imprese sono in media tra il 2 e il 4% mentre per le grandi imprese (più di 250 addetti) si collocano nel range 8-12%. Di conseguenza aumentano le difficoltà dei più piccoli e soprattutto tra le nuove iniziative imprenditoriali che infatti hanno nel nostro paese una percentuale di sopravvivenza inferiore alla media europea, collocandoci al quintultimo posto in Europa.

Se è improbabile un futuro distopico di scomparsa delle micro imprese, non è però da escludere uno scenario in cui queste realtà, o una loro parte consistente, si vedano ridotte ad occupare spazi marginali del mercato, con un livello di appeal sempre minore, anche per quanti si affacciano sul mercato del lavoro.
Vi sarebbe un forte depauperamento non solo di natura economica e occupazionale (da noi le micro-imprese fanno più del 42% degli occupati): si pone una questione che possiamo definire di “biodiversità di una società capitalistica” democratica e liberale.
In natura la biodiversità è un fattore di resilenza e di sviluppo. Lo stesso vale nel mercato. La riduzione della biodiversità causa squilibrio e fragilità complessiva dell’ecosistema.
Negli anni Quaranta del Novecento un altro economista, Joseph Schumpeter, evidenziava come sbocco finale di una società dominata dalle tecnostrutture delle grandi imprese quella di una forma di socialismo di stato della produzione, con la riduzione del dinamismo innovativo di fatto minando il regime capitalistico.
Le società liberal-democratiche si basano su di una forma di “biodiversità economica” che richiede la coesistenza e il vitalismo di diverse forme imprenditoriali, e la loro diffusione nella società. Si tratta di una situazione che riguarda l’accesso ad opportunità di crescita in termini economici e sociali, consentite da un certo tipo di “ambiente”.
Come scriveva diversi anni fa Giacomo Becattini: “la stabilità sociale del capitalismo si reggerebbe sul fatto che la sua classe dirigente economica è continuamente rinsanguata dagli elementi più intraprendenti delle altre classi sociali”, attraverso un processo di stabilità sociale che si basa su di una certa “capacità ascensionale”.
La micro-imprenditorialità spesso, quando orientata allo sfruttamento di opportunità di mercato, si è dimostrata un attore importante di questa mobilità verso l’alto.
Del resto le imprese in genere nascono di micro e piccole dimensioni. L’affermazione di oligopoli condizionanti e le connesse difficolta strutturali delle micro-imprese, rappresentano non solo un problema economico, ma riguardano anche la tenuta di un regime capitalistico, con implicazioni nefaste per i modelli di partecipazione sociale e democratica.
Tutto questo impone una riflessione sull’impatto che l’ulteriore progresso tecnologico, orientato – se addirittura non governato – da pochi oligopoli mondiali, può comportare per il mantenimento della biodiversità imprenditoriale, e gli effetti di deragliamento di quella che è stata definita growthmania, ossia il mito dello sviluppo e della connessa crescita dimensionale a ogni costo.
Appare chiaro che non si tratta solo di un aspetto che riguarda policy di favore per l’acquisizione di tecnologia da parte delle imprese più piccole, ma anche di una questione che contribuisce a sostenere una forma capitalistica liberale e democratica, in sintesi dell’intero ecosistema.
Dal Secondo dopoguerra nei paesi occidentali questa formula, pur con molti limiti e disuguaglianze, si è dimostrata in grado di ampliare il benessere della popolazione, in una fase in cui le spinte populistiche e disgreganti sembrano prendere il sopravvento è quindi essenziale porsi anche una effettiva questione di tenuta della base micro-imprenditoriale come una garanzia di salvaguardia di un sistema economico attento alle esigenze della società e non solo a quelle dell’efficienza economica.


