Sovraffollamento, suicidi, tossicodipendenti e malati di mente rivedo un copione, un canovaccio di una routine perversa fatta di numeri, pregiudizi ed indifferenza verso il mondo penitenziario. Da decenni i numeri dei suicidi, del sovraffollamento, delle pessime condizioni igieniche sanitarie, dei detenuti chiusi per 20 ore al giorno nelle celle, delle poche misure alternative al carcere, dell’eccessivo uso del carcere preventivo ci inducono a pensare che è difficile parlare di un “carcere nella Costituzione”, perché semplicemente non esiste nella realtà. Non esiste, oggi, un carcere che incarni i principi costituzionali. Il carcere della Costituzione è un luogo ideale, secondo alcuni una mera utopia irrealizzabile, sicuramente un obiettivo ancora lontano ma, almeno io credo, essenziale per affrontare seriamente e realisticamente questo problema. Forse allora, tutti, dobbiamo avere il coraggio di parlare di un carcere fuori dalla Costituzione.
Le nostre carceri sono ancora sovraffollate, colme anche e soprattutto di poveri e vittime di ingiustizie sistemiche: immigrati (20mila in Italia, 908 in Campania), tossicodipendenti (17mila in Italia, 1.709 nelle carceri campane) e malati di mente (più di quattromila in Italia, circa 420 venti in Campania, solo a Poggioreale 200 di cui 82 psicotici). E la polizia penitenziaria dopo le ore 19 in tutte le carceri italiane è sottodimensionata: un agente per piano di reparto, per due piani, che deve vigilare su circa 150 detenuti! Occorre potenziare i medici ai presidi sanitari per ventiquattro ore, intervenire in tempi più rapidi, con personale specializzato. L’isolamento sociale, le condizioni di detenzione e la carenza di supporto psicologico contribuiscono a peggiorare lo stato emotivo dei reclusi, con conseguenze tragiche sui suicidi, i tentativi di suicidio sono già 457 i tentativi dall’inizio dell’anno, le forme di autolesionismo e gli scioperi della fame e della sanità. Tutto ciò compromette anche la sicurezza e la vita serena all’interno del carcere ed alimenta episodi di tensione, conflittualità e talvolta violenza.
È più facile punire soprattutto i deboli, che affrontare i problemi strutturali. Siamo ancora lontani dal garantire condizioni umane e dignitose. Si continua a chiedere maggiore sicurezza, ma questa viene declinata come sola e semplice “sicurezza pubblica”, nel senso tradizionale e non come “sicurezza sociale”, senza un reale impegno per combattere esclusione e diseguaglianze.
Ovviamente mi riferisco alla maggior parte della popolazione carceraria, fatta di soggetti emarginati e marginali, a prescindere da quelli che possiamo avvertire come autori di fatti particolarmente allarmanti, come la criminalità organizzata, su cui potremmo aprire altro ampio discorso, ma non è questa l’occasione. Coloro che si suicidano o provano a farlo, hanno una età media di 42 anni, sono al primo ingresso nel carcere o stanno per uscire, servono figure di ascolto.
La politica e tutti i soggetti interessati abbiano il coraggio di mettere in campo riforme strutturali e risorse di uomini e professionisti: profonda depenalizzazione della fattispecie meno offensive, soprattutto in tema di stupefacenti e patrimonio; riforma della recidiva, e evitando gli attuali meccanismi; riforma della custodia cautelare, oggi un detenuto su quattro nelle nostre carceri è in attesa di giudizio; pensare a pene principali non carcerarie, con pene alternative al carcere non affidate alla sola discrezionalità del magistrato; assunzioni di educatori, pedagogisti, assistenti sociali, psicologi, psichiatrici e mediatori linguistici. Ad oggi constatiamo con amarezza che non sono valsi a nulla (almeno per ora) le manifestazioni della sofferenza dei detenuti, la fatica degli operatori penitenziari, le denunce dei garanti, il richiamo del Presidente della Repubblica e del Papa. Meno carcere significa più relazione tra esseri umani e, quasi sempre, meno delitti. Questo è il semplice messaggio che da oltre trent’anni, cerco di trasmettere dall’interno di questo mondo all’esterno.
A volte mi sono sentito come un naufrago che da un’isola deserta assegna al mare il proprio messaggio in una bottiglia; altre volte invece tutto questo si traduce in una semplice invocazione ad associazioni, operatori, qualche magistrato. Quanta fatica uscire dal coro e lavorare affinché questa semplice verità non venga immediatamente seppellita sull’onda dell’ultimo fatto di cronaca o per la cinica speculazione di qualche politico pronto a strumentalizzare ogni cosa che accade, con allarmismi che rischiano di riportare la cultura giuridica del nostro paese indietro di cinquant’anni.
Non possiamo limitarci a belle parole: abbiamo sprecato troppe occasioni senza portare veri cambiamenti. Dobbiamo trovare un equilibrio tra sicurezza, prevenzione e rieducazione per fare in modo che il carcere sia un luogo non solo e tanto di punizione, ma anche dove si coltiva il futuro, non un limbo dove si soffoca la vita. La sfida è enorme, ma non possiamo permetterci di perdere la speranza.
Prof. Samuele Ciambriello*
Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale.


