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    Home»Società»I giovani sono tornati in piazza
    Società

    I giovani sono tornati in piazza

    Michele MontellaDi Michele MontellaOttobre 20, 202512 VisualizzazioniLettura 5 min.
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    Da dove sbucano tutti questi giovani alle manifestazioni pro-Palestina? E questa grinta quando si esprimono contro le politiche del lavoro o a favore di misure innovative ed eque per il mercato degli alloggi studenteschi? E cosa diciamo delle spinte generose a favore di condizioni democratiche più diffuse, prime fra tutte l’impegno per la pace? Non erano forse bambocci inconsapevoli e un po’ sfaticati alle prese con problemi adolescenziali, nonostante raggiungessero i trent’anni? Non erano quelli dell’indifferenza e del “voglio restare con mamma e papà” perché è più comodo, della labilità sentimentale e del rifiuto dell’idea di coppia?

    Molte situazioni cambiano in fretta e chi si sentiva rassicurato, ondeggiando tra colpevolizzazione o ipocrita benevolenza, deve oggi imparare a fare i conti con persone in carne ed ossa non più corrispondenti alle semplificazioni che avevano il merito psicologico di autoassolvere un’intera classe di adulti, questa sì, disorientata e confusa. 

    Se così stanno le cose conviene allora, anche a chi scrive, tenere un profilo basso, magari più umile (signor professore) e cercare di considerare la questione del protagonismo giovanile puntando a sviluppare altri punti di vista.

    Cominciamo col dire che parliamo di giovani nella fascia 18-34 anni, quel range che costituisce il polo sociale evolutivo e creativo di una nazione. A partire da questa definizione possiamo avviare una riflessione che ha il privilegio di offrire aspetti innovativi e per certi versi predittivi di un cammino nel prossimo futuro.

    Un principio fondativo del discorso sui giovani attiene alla percezione della loro presenza propositiva nel tessuto sociale, quella che da un semplice interesse diventa partecipazione civile e che fornisce significato alla vita di una collettività. Quale modello giovanile abbiamo introiettato e a quale orizzonte guardiamo quando ci interroghiamo sul rapporto giovani – società? Prima di ogni soluzione pratica bisognerebbe intendersi su questo aspetto, in quanto da esso dipende buona parte della progettazione operativa che li riguarda. Se infatti si escludono comportamenti di apatia patologica, spesso ci stupiscono le proposte di progettazione partecipata che vengono dai laboratori universitari o dalle associazioni, come quelle intorno all’organizzazione degli studi o a quello del lavoro precario. Chi se non i giovani sono portatori di bene comune? Chi se non loro sono punti di riferimento di un’architettura sociale? 

    Io credo che il diritto di essere presenti sia ancora più importante di quello di contare, venga prima e ne presupponga la qualità. Oggi invece, e sempre più di frequente, la voce giovanile viene zittita; assistiamo ad una scomparsa di un’intera generazione, a ghost generation, che non solo impoverisce tutto il sistema di ricambio, ma ci priva di un’anima civile, condiziona il modo stesso di guardare agli spazi pubblici. 

    Diretta conseguenza di questo principio riguarda l’attitudine ad incontrare il mondo nelle sue multiformi espressioni. Si dirà che tale caratteristica è fisiologica nell’animo giovanile che si apre alla vita; è vero, ma qui s’intende la non generica tendenza a definire criteri e strumenti di leggibilità delle problematiche, la capacità di definire nuovi approcci al disagio e allo spaesamento, tipici di una condizione precaria e instabile. I giovani non guidano più i processi di rigenerazione, mentre dovrebbero essere messi in grado di gonfiare le vele della storia di un Paese.

    Il grave disagio dovuto all’inverno demografico, per esempio, può essere affrontato se il fenomeno, invece di essere percepito come una tragica fatalità, si trasforma in un’occasione per allargare le maglie della chiamata a nuove responsabilità. In Italia, al contrario di altri Stati europei, manca ancora una pianificazione legislativa che presupponga strategie di coinvolgimento progettuale dei giovani. La risorsa intergenerazionale può diventare, in questo contesto, una leva fondamentale per restituire loro diritti e cittadinanza. Essa, tra l’altro, incoraggerebbe il radicamento di tante intelligenze nel nostro Paese.

    Perché tutto questo avvenga però c’è bisogno di analizzare un ulteriore aspetto, relativo alla cultura e in particolare ai linguaggi che si muovono sempre più rapidamente. Sono le nuove parole che escono dagli algoritmi a popolare la nostra quotidianità. Di esse si ha spesso paura, ce ne sentiamo minacciati perché mai sentite, vittime, come siamo, di una transizione lenta e sconosciuta, piena di rischi e di trappole che spaventano il mondo adulto, mentre i giovani sono naturalmente in grado di acquisire nuovi alfabeti con spirito generativo.

    Il compito educativo, quindi, deve essere quello di imparare ad attraversare i cambiamenti, più che ad averne paura, di apprendere a governarli, scansandone le trappole e valorizzando le nuove scritture. Da questo punto di vista i giovani sono oggi i nuovi autori di una scrittura divergente, che contempla un dialogo con le intelligenze artificiali ed è disponibile a gestirne i conflitti, come risorsa per una nuova mediazione.

    Bisognerebbe provare, almeno provare, a guardare con fiducia, chi giovane, sciama per le strade del nostro tempo e le riempie di nuove prospettive, e di contro ai propri guardinghi percorsi, ammirare una vitalità, troppe volte mortificata e umiliata. 

    È indubitabile che i giovani siano gli unici soggetti a potersi permettere un immaginario di nuove dimensioni di pensiero e possano fare esercizio loro malgrado di una profezia. Dobbiamo, quindi, fare di tutto perché essa non diventi una cupa distopia, ma una radiosa utopia di bene. E di bellezza.

    Autore

    • Michele Montella
      Michele Montella

      È stato un professore e poi dirigente scolastico con la fissa per la cooperazione.
      Laureato in Filosofia, si è specializzato in Pedagogia e perfezionato in Didattica. Ha
      studiato a lungo Storia dell’Arte e lo fa ancora con passione. È stato per oltre un
      ventennio docente di Didattica Generale presso l’ISSR di Nola (Na). Gli piace
      pubblicare saggi e articoli di pedagogia e didattica, arte e filosofia, cinema. Conduce
      una rubrica sul giornale online “Il Mediano” dal titolo “Storie dalle città invisibili”.
      Collabora saltuariamente con il quotidiano online “Italianotizie24”. Ha diretto tre
      Osservatori Educativi con il Centroletture Huck Finn, gruppo di ricerca online, ed è
      impegnato in varie associazioni culturali. Appassionato cultore di studi sulla
      nonviolenza. Non riesce a vivere senza libri e senza cinema. Gli piace viaggiare e
      passeggiare in bicicletta.

    giovani in piazza manifestazioni pro-Palestina proPal
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