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    Home»Mondo»Tregua a Gaza, ha vinto Hamas o Netanyahu ha perso?
    Mondo

    Tregua a Gaza, ha vinto Hamas o Netanyahu ha perso?

    Alessandro Erasmo CostaDi Alessandro Erasmo CostaOttobre 20, 20257 VisualizzazioniTempo lettura 7 min.
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    La tregua a Gaza è piena d’incognite. Non si sa se reggerà e se porterà anche la pace. Comunque. salvo sorprese, per ora sono finite le stragi a colpi di bombe. E’ terminata la sanguinosa guerra tra Israele e Hamas. Pubblichiamo un articolo di Alessandro Erasmo Costa già uscito su “Sfoglia Roma”,

    A seguito della firma dell’accordo proposto da Donald Trump, molti inneggiano alla fine della guerra, ma la maggior parte dei commentatori si dedica a formulare ipotesi: la pace ci sarà davvero, ci si avvierà verso la formula di due popoli due Stati? Netanyahu rinuncerà ad acquisire la Striscia di Gaza e anche parte della Cisgiordania come volevano i due criminali che sono con lui al governo? Ovviamente il dialogo tra ottimisti e pessimisti andrà avanti per giorni, in attesa di vedere cosa porterà effettivamente il nuovo accordo. È un fatto però che anche se la guerra non fosse finita, se l’assetto della situazione di Gaza è ancora tutto da definire, si è certamente raggiunta una tregua, con la restituzione degli ostaggi, e la liberazione di molti detenuti palestinesi. La fine dei bombardamenti è senza dubbio l’elemento più importante, ma anche quello che sancisce la vera sconfitta del governo di Israele. E questa sconfitta non si deve soltanto alle pressioni di Trump, ma ai moltissimi errori del governo israeliano nel condurre la battaglia contro Hamas.

    Però, per valutare gli accadimenti nei rapporti politici e militari fra gli Stati, prima di lanciare ipotesi, è sempre bene adottare una visione reale, anche se cinica, dei fatti. E, per quanto triste possa sembrare, mi sembra che fino ad ora abbia vinto Hamas. Infatti anche Sun Tzu nel suo famosissimo saggio, L’arte della guerra, fa notare che spesso non si vince per la propria forza politica e militare, ma a causa degli errori del nemico. Vediamo di elencare i più gravi errori del governo israeliano, che condizioneranno certamente il futuro della situazione in Palestina e a Gaza.

    L’imprenditore edile che lavora da sempre per la mia famiglia, parlando di Hamas mi ha detto «ma dove mettevano la terra che usciva fuori scavando i cunicoli?» È difficile pensare che tutta quella terra servisse per vasi di piantine. Ma chi se n’è accorto?

    Il 7 ottobre, l’orrore del quale abbiamo commentato l’anniversario, è stato compiuto da migliaia di uomini di Hamas, arrivati con auto, motociclette e persino deltaplani. Però il servizio segreto israeliano che riesce a colpire un singolo uomo facendogli scoppiare il telefonino, non se n’è accorto. Ogni governo può fare valutazioni errate, o sottovalutare minacce. Forse molti politici israeliani hanno pensato che i capi di Hamas, beneficiando di immensi finanziamenti dal Qatar, puntualmente consegnati loro da Israele, li avrebbero resi ricchi ed inoffensivi. Ma chi meglio degli estremisti ebraici può sapere quanto contino le ideologie religiose oltranziste?

    Una incursione in Qatar per colpire i dirigenti di Hamas è stata particolarmente stupida, perché non si colpisce mai un mediatore, buono o cattivo che sia. E non è un caso che Trump abbia preteso che gli israeliani si scusassero di questa loro improvvida azione.

    La comunicazione di Hamas sugli orrori che Israele stava commettendo è stata formidabile, solo con qualche immagine o filmato fatto con telefonini – vere o false che siano queste immagini – ha avuto un impatto straordinario, creando manifestazioni in tutto il mondo, e forse incredibilmente anche in Italia, comprese le azioni della Flotillia, che finalmente tutti hanno capito essere una provocazione politica e non certo la consegna di derrate alimentari. E chissà, persino Trump ha finalmente proposto la sua bozza di accordo, probabilmente anche perché si è accorto che a molti repubblicani non piaceva il massacro di innocenti come reazione israeliana.

    Lo storico israeliano Ilan Pappé, intervistato da Francesca Mannocchi (La Stampa, domenica 5 ottobre 2025) dice che la maggior parte degli israeliani abbia finito per convincersi che solo la cancellazione della Palestina fosse la soluzione al terrorismo di Hamas. Invece Rabin e Arafat, con gli accordi di Oslo, avevano capito che solo una convivenza reale poteva arrestare la rivolta ed il terrorismo dei palestinesi.

    Però arrestare l’odio, generato da decenni di prevaricazioni, costituisce senza dubbio una sfida molto più difficile da vincere: richiede tempi molto più lunghi, mentre i nostri politici di oggi, che guardano davanti al loro naso, vogliono vedere risultati in qualche mese o qualche anno. L’odio è un veleno dell’anima che non si spegne con bombe e fucili. Tutti quegli innocenti che hanno subito i massacri del governo di Israele, difficilmente diventeranno pacifisti, felici di perdonare Israele per l’orrore che hanno subito. Magari non si chiameranno più Hamas ma continueranno a pensare che il terrorismo sia l’unica forma di reazione.

    Se come molti pensano, Netanyahu sta giungendo ad una tregua, obtorto collo, riavrà gli ostaggi, ma dovrà anche liberare molti palestinesi che ha tenuto per anni nelle sue carceri, che certamente non saranno mai amici suoi.

    Netanyahu, ma soprattutto i suoi due soci criminali, non solo non avranno distrutto Hamas, ma, quale che sia la soluzione che verrà adottata per la gestione della striscia di Gaza, dovranno comunque convivere con i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Forse non nascerà subito uno Stato palestinese, ma certo una comunità, una società, che Israele non avrebbe mai voluto.

    Un altro gigantesco errore è stato l’attacco indiscriminato alle organizzazioni internazionali e alle ONG che hanno lavorato per decenni nella Striscia di Gaza. Probabilmente alcuni dei loro dipendenti saranno anche stati supporters di Hamas, ma chiunque abbia vissuto, come me, in molti paesi arabi durante e dopo gravi conflitti, sa bene che funzionari e volontari, a lungo confrontati con discriminazioni e violenze, si sentono più vicini ai deboli che ai persecutori.

    Inoltre siccome si dovrà fornire ai palestinesi cibo e assistenza sanitaria, sarà molto difficile non ricorrere alle agenzie ONU e alle grandi ONG che sanno come fare, e non certo a nuove organizzazioni di mercenari improvvisati e incompetenti. E queste organizzazioni, disprezzate dal governo israeliano, non saranno certo sue amiche.

    Infine, e questo è forse uno dei più gravi effetti della politica del governo israeliano, l’antisemitismo è rinato, forte e violento, un po’ dappertutto, anche nei paesi democratici, un antisemitismo che stava sotto il tappeto e che ha trovato, grazie a Netanyahu un’ottima ragione per riapparire apertamente.

    I paesi arabi che circondano Israele, alla fine non hanno più potuto far finta di niente, perché i loro re e capi di stato hanno cominciato a sentire sempre più forte il dissenso crescente delle loro popolazioni e hanno paura che esso si tramuti in vere rivolte.

    Netanyahu e i due estremisti che lo sostengono, hanno fatto molti errori e penso che alla fine il risultato finale equivarrà soltanto ad una sconfitta nel lungo periodo. Una sconfitta disastrosa e difficilmente reversibile.

    Lo storico Ilan Pappé, lo dice molto meglio di me: «… uno stato che lancia bombe in Qatar, in Yemen, che ha occupato parte della Siria e parte del Libano, che commette un genocidio a Gaza, è uno Stato che non può che generare ostilità e alienazione. Uno Stato che con questa condotta non può essere tollerato e sostenuto ancora a lungo».

    Il governo israeliano sembra aver creduto all’antico detto “molti nemici, molto onore”, invece ha senz’altro ottenuto il più grane disonore per un paese democratico e non dovrebbe ignorare tutti quei paesi che hanno disertato l’assemblea dell’ONU quando Netanyahu ha fatto il suo discorso.

    Autore

    • Alessandro Erasmo Costa
      Alessandro Erasmo Costa

      Alessandro Costa nato a Roma, ha insegnato il diritto internazionale e i diritti umani per 40 anni. Ha lavorato nella Cooperazione per lo Sviluppo Economico in molti paesi del mondo e in particolare Medio Oriente e Mediterraneo e Africa (piccole e medie imprese, lavoro delle donne e dei giovani, rispetto dei diritti umani da parte delle imprese). Ha pubblicato molti saggi fra i quali “Il Governo e le Regole dell’economia globale nell’era dei metaproblemi” e più recentemente “il libro Le Diverse, che raccoglie storie di donne di tutto il mondo.

    Benjamin Netanyahu Hamas Israele Netanyahu Palestina Tregua Gaza
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