Il Gran Chaco, il letto prosciugato di un mare del Mesozoico. Il secondo polmone verde dell’America Latina dopo l’Amazzonia. Uno straordinario serbatoio di biodiversità animale e vegetale ed un contenitore di culture indigene resilienti. Una pianura sconfinata a perdita d’occhio con “lunghe interminabili file di elegantissime piante” dove il “senso di ammirazione e di meraviglia” che incantava gli esploratori dell’800 come Guido Boggiani, non è scomparso.

Pochi lo conoscono ed anche io non facevo eccezione. Ne avevo sentito parlare solo da Sergio Kociancich, mio ambasciatore, più di 40 anni fa, quando ero un giovane Primo Segretario presso l’Ambasciata Italiana a Buenos Aires. Kociancich, oltre che brillante diplomatico, era pianista di buon livello, ottimo scalatore, con la passione per i viaggi d’avventura. Tornò da una vacanza durante la quale aveva disceso un fiume del Chaco su di una zattera, pieno di parassiti dai quali faticò non poco a liberarsi, ma con una luce di nostalgia negli occhi.

Ne rimasi colpito e pensai di seguire le sue orme ma poi finii per cercare le grandi altezze e le arie rarefatte della regione andina, la quebrada de Humauaca, Sucre, Potosì, il Salar di Oyuni, e poi la Patagonia, la terra del Fuoco, Puerto Montes, il nord est brasiliano, la Chapada Diamantina  le Galapagos e chi più ne ha, più ne metta. In Sudamerica si può viaggiare una vita.

Il Chaco finì tra i progetti da realizzare e li restò. Forse il destino aveva deciso di tenermelo da parte per un’ età più matura.

Ma visto che abbiamo iniziato a raccontare storie di questa regione, forse vale la pena raccontare anche quella che mi ha visto, sia pur tardivamente scoprirla. Per farlo basterà estrapolare qualche stralcio del romanzo  Kracha Bahlut l’Ultimo Sciamano della LFA Publisher che spiega come Leonardo Cioni, diplomatico italiano fresco di pensionamento, arrivò in Paraguay.

Lunghe, interminabili file di elegantissime palme

Lunghe, interminabili file di elegantissime palme

La storia raccontata in questo romanzo ha inizio a Brasilia, alla fine del 2012, con queste parole…

La stagione secca volgeva al termine.

Seduto alla sua scrivania, Leonardo Cioni osservava nuvoloni scuri che avanzavano all’orizzonte. Presto avrebbero scaricato acqua portando sollievo all’altopiano, giallo e marrone, duramente provato da mesi di siccità.

Era bello rivedere le nuvole perché, pensava Leonardo, di tutto ci si stanca, anche di un cielo blu sempre sereno. I cambiamenti portano con sé una carica di energia salutare.

Leonardo stava mettendo mano nei suoi cassetti perchè presto avrebbe lasciato il Brasile. Approfittava della calma di una domenica pomeriggio nella quale risuonò forte il cicalino del suo computer e nello schermo comparve una fisionomia familiare.

«E cosí te ne vai in Paraguay. Ma guarda che coincidenza.» La voce di Maria Bonvicini ed il suo sorriso sornione arrivavano chiare e senza deformazioni.

«Gabriella ha avuto un incarico importante e deve trasferirsi ad Asunción – spiegò Leonardo – Io, come sai, sto per andare in pensione e la seguo.»

«Hai mai sentito parlare di Guido Boggiani? Vai su internet e vedrai che ti interesserà. É un pittore, fotografo e viaggiatore di fine ‘800 che ha lasciato l’Italia quando era giovane ma già al culmine della notorietà. È sbarcato in Paraguay ed ha vissuto con gli indigeni dell’Alto Chaco. Non ti preoccupare, sono pochissimi quelli che lo conoscono. Anche io, fino a poco fa, ne ignoravo l’esistenza.

 Boggiani  raccolse una collezione di oggetti d’arte dai Chamacoco, una delle etnie che popolano l’estremo nord del Paraguay, vicino ai confini con la Bolivia, e la vendette al Museo Pigorini. Si tratta di strumenti, borse di fibre vegetali, armi ed ornamenti di arte plumaria, splendidamente conservati, sul cui utilizzo si sa poco o nulla.»

«E allora?» disse Leonardo che cominciava a capire.

«E allora, ti andrebbe se io proponessi al nostro Istituto di ricerca di darti un incarico per raccogliere dagli indigeni informazioni su questi oggetti che il Pigorini vorrebbe studiare?»

Ornamenti di arte plumaria degli Ishir/Chamascoco

Leonardo Cioni, pseudonimo sotto il quale avrete capito chi si nasconde, partì per Asunción ed incontrò un altro personaggio chiave nel percorso di avvicinamento al Chaco. Vediamo, dalle pagine di Karcha Bahlut l’ultimo sciamano, come avvenne questo incontro

L’uomo che gli stringeva cordialmente la mano si chiamava Matteo Zorzi, un sacerdote salesiano con una solida reputazione di antropologo e conoscitore delle culture indigene. Era vestito semplicemente, ed aveva la tranquilla sicurezza di chi ha sperimentato rischi e disagi in prima persona, ha guardato negli occhi il giaguaro e conosce il valore delle cose più semplici che sono il sale della vita.

«Padre, ho bisogno del tuo aiuto. Mi aiuteresti ad arrivare nel Chaco e ad entrare in contatto con gli ultimi Chamacoco?»

«Gli ultimi Chamacoco -mi rispose- vivono in piccole comunità, disseminate lungo il corso del fiume Paraguay, tra Bahia Negra e Fuerte Olimpo, 160 chilometri più a sud. Sono raggiungibili tramite piste nella foresta non sempre praticabili. Devi arrivare a Bahia Negra, circa 380 chilometri di sterrato da Filadelfia, la città dei Mennoniti. Se, Dio non voglia, si mette a piovere, la polvere sottile del Chaco si trasforma in una sostanza viscida e i tempi di percorrenza si allungano. Si può rimanere bloccati nel fango per ore, se non per giorni. Il primo villaggio, Puerto Diana, é vicino Bahia Negra. Poi c’è Puerto 14 de Mayo, una decina di chilometri più in giù e via via gli altri.

Prima di imbarcarti in questa avventura devi però trovare il modo di costruire un rapporto di reciproca fiducia con qualche esponente di queste comunità. »

«Hai ragione – assentì Leonardo – è proprio questo il punto: come stabilire un dialogo con chi ha una  mentalità ed una filosofia di vita tanto diversa dalla nostra. »

«Ci vuole sensibilità, caro Leonardo, e sono sicuro che a te non mancherà, ma è giusto che ti metta in guardia: non ti fidare del loro atteggiamento mite e sottomesso, i Chamacoco sono guerrieri. Hanno deposto le armi tanto tempo fa ma, se si sentono offesi, non ci mettono molto a impugnarle nuovamente. In senso figurato, ma non solo. »

380 chilometri di sterrato

380 chilometri di sterrato

Anche Asuncion sarebbe stata solo una tappa nel percorso verso il Chaco.

«Boggiani, vuoi fare un bel viaggio?» Era il febbraio 1889. Il Sig. Cerruti, gerente del banco ipotecario del Paraguay ad Asunción, ammirava i quadri del giovane pittore italiano. Poi aveva avanzato questa proposta con la quale pensava di cogliere Boggiani alla sprovvista. Ma la reazione fu immediata. «Perchè no? Sempre pronto!»

Ormeggiata al molo del porto di Asunción, dove il giovane pittore era sbarcato per la prima volta un anno prima, si trovava una piccola nave a due ponti, con fumaiolo centrale: il Bolivia. Era uno dei più vecchi vapori che solcavano il rio, dotato di due macchine indipendenti, una per ognuna delle due grandi ruote. Montes, l’ armatore con il quale Boggiani fece buona amicizia, gli faceva far servizio sulla tratta Asuncion Puerto Casado accettando carico, passeggeri e bestiame.

Il tempo a bordo scorreva pigramente, ritmato dal rumore delle macchine. I passeggeri si dedicavano all’ ozio, alla contemplazione e ad occasionali passatempi. Calava la sera, gli alberi si confondevano in una tinta oscura e le lucciole brillavano tra le erbe e i rami. Il giovane pittore, appoggiato alla battagliola, osservava lo spettacolo quando, alle sue spalle, si accese una luce. Proveniva dall’oblò rotondo di una cabina. All’ interno la sagoma snella ed elegante di una fanciulla

Boggiani non tardò a far conoscenza con quella creatura. Si chiamava Gennara, era nubile ed aveva una conversazione spigliata e gradevole.

Il giovane pittore di Omegna non esitò ad abbandonare svaghi e gradevolezze della vita di bordo per addentrarsi nel territorio a piedi o a cavallo. Un giorno…

I Chamacoco apparvero d’improvviso nella selva, splendidi e liberi nel loro elemento. Camminavano speditamente in fila lungo il sentiero che serpeggiava fra erbe e sterpi spinosi. I loro corpi seminudi, snelli e vigorosamente modellati, rilucevano ai raggi del sole che penetravano nella boscaglia. Spine e rovi scivolavano sulla loro pelle, liscia e dura, senza far presa. Indossavano perizoma e sandali perfettamente rettangolari, di cuoio o di pelle di formichiere, che lasciavano impronte simmetriche. Da esse era impossibile capire quale fosse il loro senso di marcia. Camminavano l’uno sulle orme degli altri perché i loro nemici non potessero contare le loro orme e sapere quanti erano. Boggiani li vide ed ebbe un tuffo al cuore.

Corpi seminudi, snelli e vigorosamente modellati. Foto Boggiani.

Corpi seminudi, snelli e vigorosamente modellati. Foto Boggiani.

Le storie di Leonardo Cioni e di Guido Boggiani, pur separate da uno spazio temporale di 120 anni, si intrecciano in capitoli alterni con avventure e colpi di scena fino a giungere a conclusione.

Quella di Leonardo Cioni è felice e segna l’inizio di un nuovo percorso.

Il piccolo aereo di “Sol del Paraguay” attendeva il via libera della torre di controllo per uscire dall’area di parcheggio dell’Aereoporto Silvio Pettirossi alla periferia di Asunción.Il sogno si trasformava in realtà. Gabriella e Leonardo, Autorità del governo paraguaiano e un gruppo di giornalisti, erano in partenza per Bahía Negra.Il sindaco di quella località li attendeva con due camionette per andare ad inaugurare il Museo Verde di Karcha Bahlut.

Quella di Boggiani ha i connotati della tragedia.

Passarono alcuni mesi. Ad Asunción circolavano voci sulla scomparsa di Guido Boggiani. «Cari compatrioti, dichiaro istituito il Comitato pro Boggiani ed aperte le sottoscrizioni per contribuire alle spese necessarie ad armare una spedizione alla sua ricerca. »

Il Presidente della Società Italiana di Mutuo Soccorso, associazione fondata trenta anni prima, che aveva attribuito la Presidenza Onoraria a Giuseppe Garibaldi, si rivolgeva così ai soci riuniti in assemblea.

Un mese dopo, nel porto di Asunción, sei paraguaiani e quattro argentini si imbarcarono sul vaporetto Lalo.

Li guidava Josè Fernandez Cancio, uno spagnolo di Oviedo che aveva condotto una spedizione sul rio Pilcomayo, alla ricerca di un esploratore trucidato dagli indios Pilagà.

Trovarono la macchina fotografica, altri frammenti di giornali, l’astuccio delle siringhe e, sparsi nell’arco di circa 200 metri, resti umani. Tra questi, un cranio con la tempia sinistra sfondata.

Cancio, lo esaminò. Prima di partire da Asuncion, aveva fatto visita al dentista di Boggiani, e riconobbe le otturazioni. In quel luogo, nell’ombra della selva inesplorata, si era interrotto il cammino dell’Ulisside- così D’Annunzio chiamava l’amico Boggiani- verso la sua Itaca.