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    Home»Racconti dalle strade del mondo»Alla ricerca degli antichi qanat in Iran – XIV puntata
    Racconti dalle strade del mondo

    Alla ricerca degli antichi qanat in Iran – XIV puntata

    Pietro RagniDi Pietro RagniNovembre 19, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 12 min.
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    Dedicato alla memoria del Prof. Ezio Burri

     In questa XIV e ultima puntata del racconto dei nostri viaggi in Iran, ricordiamo l’incontro con i dirigenti del Centro UNESCO, il nostro intervento scientifico, la loro grande ospitalità e le visite ad alcuni dei qanat di Yazd, “Patrimonio dell’Umanità”. Poi abbiamo attraversato il Deserto del Kavir, dormendo in una antica fortezza e siamo tornati a Teheran in tempo per prendere l’aereo che ci ha riportato a Roma. Buona lettura, grazie per averci accompagnanti lungo i deserti, le strade e le città persiane.

    Un incontro di successo

    Il 24 luglio 2017 ci rechiamo al Centro ICQHS dell’UNESCO (Centro di Studi sui sistemi idraulici sotterranei in Yazd). Nel 2000 l’Organizzazione delle Nazioni Unite creò una sua prima unità in Iran, da cui poi nacque il Centro nel 2003. L’obiettivo del Centro è quello di studiare e promuovere la manutenzione e la valorizzazione dei qanat; in Iran, si stima che ve ne siano più di 22.000, per una lunghezza totale di circa 300 chilometri e in grado di soddisfare circa il 75% del fabbisogno idrico nazionale.

    Peraltro, proprio grazie all’eccellente lavoro svolto dall’ICQHS, nel 2016, tenendo conto dell’elevato interesse culturale e sociale dei qanat, l’UNESCO ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità undici fra quelli meglio conservati e tuttora attivi, tutti collocati nella provincia di Yazd.

    Per il nostro team fu un grande onore esser stati invitati dall’ICQHS e ne siamo sempre stati grati a Ezio Burri, ora deceduto, il nostro caro amico che ebbe l’idea di studiare i qanat. Era professore di Geografia all’Università di L’Aquila e attivò il rapporto con l’università iraniana. Quando ce ne parlò per la prima volta ci sembrò una cosa un po’ estrema, invece poi ci entusiasmò illustrandoci il quadro tecnologico entro cui organizzare il lavoro e tutti i contributi che abbiamo poi scritto e i monitoraggi effettuati seguirono le linee da lui tracciate.

    L’incontro si svolse in maniera molto interessante e collaborativa; dopo l’introduzione e la presentazione del ICQHS da parte del Direttore, illustrai le nostre ricerche sui qanat di Shahrood, mostrando varie dia e poi ci fu un serrato dibattito cui parteciparono i dipendenti del Centro e noi tre del gruppo italiano.

    Lezione presso il ICQHS-UNESCO di Yazd (Foto inviata dall’ICQHS)

    Dopo la lezione il Direttore del Centro aveva organizzato un incontro riservato con noi tre per discutere su un possibile programma di collaborazione tra il Centro UNESCO-ICQHS e il IMC-CNR. L’obiettivo sarebbe stato un dettagliato censimento dei qanat della provincia di Yazd, utilizzando la nostra metodologia, ispirata da Ezio, per definire i modelli concettuali di funzionamento e drenaggio delle acque, con particolare attenzione ai rilievi riguardanti l’architettura e la sicurezza/stabilità delle gallerie e delle strutture di servizio/accesso alle medesime, studiando anche il ricorso a strumenti open-source e a strumentazioni a basso costo per il monitoraggio.

    Noi suggerimmo anche di realizzare il monitoraggio della presenza di radon nelle acque e del radon indoor nelle gallerie, negli ambienti sotterranei e nelle strutture di servizio/accesso, con un’attenzione particolare nel rilevare l’eventuale concentrazione del gas nelle zone ipogee collegate ai qanat che sono già ora accessibili oltre che ai lavoratori, anche ai turisti, tanto più dopo la proclamazione UNESCO.

     

    Nei qanat Patrimonio dell’Umanità

    Nel pomeriggio e l’indomani i colleghi dell’ICQHS avevano organizzato uno splendido itinerario per farci conoscere alcuni dei qanat fra gli 11 premiati dall’UNESCO.

    Mehriz, il ruscello collegato al qanat (Foto A. Ferrari)

    Abbiamo visitato l’area di Mehriz, posta a circa 45 chilometri a sud di Yazd. Incontrare un ruscello contornato da tanta vegetazione ci ha stupito in una zona prevalentemente arida; da lì parte un qanat che approvvigiona di acqua il capoluogo tramite un condotto sotterraneo strategico per la popolazione. Nel qanat di Mehriz, scendendo in un ipogeo facilmente accessibile, notammo che la portata d’acqua era significativa. Con grande ilarità abbiamo scoperto alcuni inattesi ospiti: una lucertola, pesciolini e un granchio grigio ben mimetizzato. Probabilmente tutti questi animali sono un buon indicatore per la qualità dell’acqua. Del resto i nostri ospiti ci spiegano che in città, prima di immettere l’acqua del qanat nella rete, vi è un processo di decantazione ed un controllo bio-chimico delle proprietà.

    Mehriz, un granchio nel qanat che porta l’acqua a Yazd (Foto A. Ferrari)

     

    I qanat al centro di Yazd

    Poi a Yazd abbiamo fatto un bel giro nei vicoli del centro ed abbiamo fotografato alcuni portoni antichi e artisticamente rilevanti. Una curiosità per noi insolubile, cui risposero i nostri ospiti con ampi sorrisi: su alcuni portoni antichi vi sono due picchiotti diversi, uno a forma di anello, l’altro a battente; entrambi servono a bussare al portone, ma perché diversi? L’arcano risiede nel differente rumore prodotto dai due picchiotti. Quello a forma di anello può essere usato dal pater familiae o dalle donne e dai bambini della famiglia o ospiti, così che la padrona di casa può aprire senza problemi. Quell’altro è usato solo dagli uomini in visita, per cui, se c’è il padrone sarà lui a aprire, altrimenti la moglie avvertirà di essere sola in casa e pertanto di non poter aprire l’uscio…

    Yazd, antico portone lungo uno dei vicoli del centro (Foto mia)

    Torniamo ai nostri acquedotti; al centro di Yazd, siamo scesi in due discenderie collegate ai qanat che scorrono 10/20 metri sotto la superficie della città. Sono opere affascinanti, senz’altro di grande interesse turistico; il qanat Zarch sembra un canyon sotterraneo. Certo sono tutte costruzioni antiche di secoli, per cui, almeno in alcuni tratti, sarebbe opportuno effettuare qualche lavoro architettonico.

    Yazd, qanat Zarch, un tratto sotto la città (Foto A. Ferrari)

    Il Tour si è concluso con la visita del Museo dell’acqua di Yazd, ove sono raccolti numerosi oggetti collegati alla costruzione, manutenzione e fruizione di questi antichi acquedotti, nel piano terreno due storici qanat (realizzati pare circa 2000 anni fa) confluiscono in un pozzo da cui si può attingere tuttora acqua potabile.

    A distanza di otto anni la situazione per la gestione delle acque in Iran è oggi drammaticamente peggiorata; come ben argomentato dal Prof. Majid Labbaf Khaneiki già vicedirettore del ICQHS ed ora Docente UNESCO per studi sui qanat e Archeo-idrologia presso l’Università di Nizwa in Oman nel suo recente articolo scientifico[1] e nell’articolo gentilmente concesso a Tutti Europa Ventitrenta. Di fatto l’uso sconsiderato delle risorse idriche per “facilitare ‘le industrie strategiche raggruppate nel deserto centrale” e “l’autosufficienza nella produzione alimentare”, potrebbe portare a far esaurire le risorse idriche del Paese e porterebbe alla “bancarotta idrica” con gravi problemi ecologici e socio-economici.

    [1] M.L. Khaneiki, M. Schmidt, A. S. Al-Ghafri “Water populism and the Iranians’ collective adipsia” on Wiley Online Library, 04/2024

     

    Il taarof persiano

    La sera del giorno della lezione il Direttore del Centro ci ha inviati a cena. Entriamo in un ristorante al centro di Yazd, considerato il migliore della città; si chiama Emarat Aghigh ed è stato realizzato ristrutturando un’antica casa privata. Il risultato è superbo, il locale è al contempo lussuoso e accogliente, articolato attorno a un grande cortile dove si può fumare usando gli ampi divani di legno coperti da tappeti che contornano la fontanella, poi ci sono tavolini nel cortile e su alcune delle balconate. Gustiamo fra l’altro il piatto tipico che è lo “Yazdi Gheymeh”; consiste in uno spezzatino di montone brodettato con legumi, cipolla e zafferano, lo ricordo ancora con piacere.

    Il cortile centrale del ristorante Emarat Aghigh (Foto A. Ferari)

    Concludo dicendo che l’ospitalità che ci fu riservata fu davvero un esempio egregio del “taarof” persiano, cioè del rito dell’accoglienza verso un estraneo che si effettua in casa o nel negozio o in città e prevede una serie di cerimonie che noi stranieri non conosciamo, ma rendono speciale ogni incontro, permettendo all’ospite di sentirsi ben accettato e rispettato e viceversa all’ospitante di avvertire la gratitudine sincera dell’ospite. Per esempio nel negozio c’è la trattativa sempre condotta in modo gentile e rispettoso con il mercante che in genere offre una coppa di tè e contratta con commenti di spirito. Anche nella casa privata vi sono varie cerimonie di galateo locale, una è il rito di rifiutare sorridendo l’offerta di una nuova portata fatta dalla padrona di casa per due volte, accettando però con gratitudine la terza volta.

    Il Direttore del Centro e i suoi colleghi furono veramente gentili e accoglienti e noi cercammo di dimostrare il gradimento, ringraziando più volte per le visite e la splendida cena. In particolare li invitammo a Roma, dove non erano mai stati, semmai per la firma dell’accordo che avevamo insieme abbozzato. In effetti entro l’anno successivo riuscimmo a lavorare sull’accordo fra ICQHS e il nostro istituto del CNR e lo formalizzammo a distanza, ma non potemmo realizzarlo, anche a seguito del mutare del contesto internazionale.

     

    Attraversiamo il deserto del Kavir e dormiamo in una antica fortezza

    Partiamo presto la mattina successiva da Yazd. Sia noi, sia il giovane conduttore, Dariush, che ci accompagna con la sua auto, siamo elettrizzati per accingerci ad attraversare il Deserto del Kavir; anche per lui è la prima volta. Sappiamo che la strada è buona, come in effetti riscontreremo nel viaggio, sappiamo che in circa 600 chilometri ci sono solo due stazioni di carburante per fare il nuovo pieno. Il resto è una piccola avventura che vivremo insieme, ovviamente con il sottofondo della solita cassetta di Lana Del Rey.

    Il percorso è piuttosto noioso, avremo fatto due sorpassi in tutta la mattinata, per superare lentissimi camion; nella corsia opposta avremo incrociato tre o quattro fra auto e camion. Lo spettacolo era ai lati della strada e più volte ci siamo fermati a fare belle foto. Qui riporto solo quella che più mi colpì: alcuni fiorellini gialli spuntati fra zolle di argilla secca; una meraviglia della grandezza della natura.

    Deserto del Kavir: area di Mourchet Kort (Foto A.Ferrari)

    Avevamo con noi qualche provvista e ci siamo fermati in una piazzola per mangiare, in modo da arrivare nel primo pomeriggio a Jandaq, meta del nostro primo giorno nel deserto, più o meno a metà della strada fra Yazd e Damghan. Jandaq è un villaggio di circa 2.000 abitanti (al tempo), al centro di un’oasi posta in un altopiano a circa mille metri di altezza, per altro servita da un qanat, ma non avevamo tempo per visitarlo.

    Jandaq: interno della fortezza (Foto mia)

    Attraversiamo il paesino e ci fermiamo davanti alla fortezza. Non c’è nessuno, ma siamo sicuri che “radio villaggio” avviserà chi di dovere che sono arrivati alcuni forestieri, quasi un evento!

    Infatti arriva in auto poco dopo un signore che parla in buon inglese e ci dice che è lui il proprietario dell’alloggio che Angelo aveva prenotato online. Con una chiave grande e arrugginita apre il portone della fortezza, noi ci guardiamo interdetti, chiediamo se dobbiamo portare i bagagli, dice di lasciare tutto nell’auto aperta, che poi ci penserà un ragazzo (in realtà un vecchietto un po’ ingobbito con un carrello a due ruote, cui demmo una bella mancia).

    Passiamo sotto le ampie arcate e arriviamo al cortile contrapposto all’entrata. Insomma il capo villaggio ha “privatizzato” una parte della fortezza, semmai d’accordo con le autorità locali, e ne affitta alcune stanze a turisti e viaggiatori! Siamo fra i primi ospiti, prima di noi una coppia di tedeschi e tre amici scandinavi. Ha pure fatto costruire due bagni moderni con vaso occidentale e non la classica “turca” e tre valide docce ben funzionanti, come ci ha tenuto a mostrare.

    Jandaq: cortile della fortezza, sul tappeto i nostri bagagli (Foto A. Ferrari)

    Saremo solo noi gli ospiti per questa notte, ci dice di scegliere le stanze che vogliamo, tanto restano tutte aperte, molte non hanno la porta, nessuna ha la chiave. Chiediamo dove andare per la cena e il proprietario ci dice che ci pensa lui, verranno moglie e figlia alle 19,00 con cena tipica per pochi dollari in più, la colazione invece è compresa nel prezzo.

    Che dire? La cena buona, con sabzi polo (riso alle erbe) e kebab, da bere dough fresco. Il mio letto consisteva in una rete cigolante coperta da un tappeto e un paio di coperte, un po’ scomodo, non c’era la porta alla stanza che affacciava sulla corte, in compenso c’erano due ragni grossi con la loro ragnatela, ma lontani dalla branda. I colleghi hanno condiviso una stanza con la porta, ma sempre con reti cigolanti, Dariush ha dormito in una terza. Sono riuscito a dormire senza problemi, mi è sembrato di intravedere ombre camminare nel cortile, durante la notte, ma forse ho solo sognato.

    L’indomani tratto piuttosto lungo fino a Teheran, più di 600 chilometri, arriviamo nel tardo pomeriggio e ci facciamo lasciare all’aeroporto, dove incontriamo i vecchi amici che ci ragguagliano sulle novità dal ’09: il secondo quadriennio di Ahmadinejad era stato anche peggiore del primo, con violente repressioni delle contestazioni, una rafforzata persecuzione degli omosessuali, molti dei quali condannati a morte e soprattutto la trasformazione dei basij (polizia morale) nel “braccio armato del governo”[1] e nell’organizzazione che controlla importanti imprese pubbliche.

    Invece il nuovo Presidente Hassan Rouhani ha aperto i rapporti con l’occidente, ha promesso di approvare una “carta dei diritti civili” e si confida che nel maggio 2017 sia eletto per altri quattro anni. Effettivamente fu rieletto, ma la immotivata ostilità di Trump di fatto bloccò le riforme, raffreddò i rapporti anche con i paesi UE e, indirettamente, rafforzò le forze conservatrici che con le elezioni del 2021 fecero eleggere Presidente E. Raisi.

    È tempo di fare il check-in e poi di partire verso la nostra Italia. È finita l’avventura in Iran, ma i suoi deserti, le sue belle città, alcuni nuovi amici e la sua popolazione gentile e fiera resteranno nel mio cuore e mi hanno arricchito, confermando il pensiero di Archita di Taranto, noto per aver formulato il Quadrivio: “chi non sa cercare, non può trovare”.

    Allora, come oggi, formulo la speranza che venga il tempo in cui la libertà possa trionfare in quel Paese.

     

    [1] Riportato anche in P. Moshir Pour “Teheran”, Paesi Edizioni, 2025 – ISBN: 9791255410898

     

     

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    Pietro Ragni

    Primo tecnologo dell’ISB-CNR, responsabile brevetti per il Dip. Agro-alimentare CNR e del monitoraggio radon presso la Camera dei deputati. Presidente di Erfap Lazio. Direttore del Consorzio universitario INBB; autore di numerosi articoli e libri scientifici, articoli di divulgazione e un brevetto. Cofondatore di dieci spin off in Bio-scienze. Esperto di valutazione e gestione progetti europei.

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