L’eccidio di Sidney porta alla ribalta il tema dell’antisemitismo. Non che il fenomeno abbia perso di attualità, è che si tende a confinarlo a frange estremiste, un tempo di destra di ascendenza nazi-fascista, ora di sinistra sotto ai vessilli Pro-Pal.
Padre e figlio, il primo originario del Pakistan, il secondo nato in Australia, sparano sulla folla di ebrei convenuti per la Festa di Hanukkah. Il padre è ucciso dalla polizia, il figlio è gravemente ferito. Un cittadino dal significativo nome di Ahmed al-Ahmed interviene a difesa ed evita guai peggiori. Gli attentatori avrebbero giurato fedeltà all’ISIS, di cui conservano la bandiera, lo Stato Islamico sconfitto sul terreno e non debellato politicamente.
Il Primo Ministro Netanyahu, in linea con il pensiero che vuole Israele a tutela della comunità ebraica mondiale, accusa il Governo di Australia di avere sottovaluto il fenomeno antisemita. Peggio: di averlo alimentato con la tolleranza verso i potenziali terroristi e con il riconoscimento dello Stato di Palestina. La replica del Primo Ministro Albanese è netta: la maggioranza della comunità internazionale riconosce che la soluzione dei due stati è la sola possibile per la pace, l’Australia si colloca nel movimento generale. Non nega le falle nel sistema di prevenzione e repressione. La facilità con cui l’attentatore deteneva legalmente le armi è inquietante, e così una certa acquiescenza verso le comunità musulmane che finiscono per influenzare la politica generale di Canberra.
L’antisemitismo cresce ovunque nel mondo, nessun paese può ritenersene escluso. Cresce a misura della crisi di Gaza. L’assimilazione di Israele a stato genocida è oggetto di propaganda, attecchisce presso chi ha vari motivi per osteggiarlo e confonde maliziosamente fra le responsabilità del Governo di Gerusalemme e la comunità ebraica nel suo insieme.
La scrittrice Edith Bruck, dall’alto dei suoi novanta e passa anni, individua il cortocircuito. Gli ebrei non sono mai valutati come individui ma come gruppo. La responsabilità di uno diventa responsabilità collettiva. Non importa se in seno alla diaspora ed allo stesso Israele circolino voci critiche nei confronti del Governo Netanyahu. Importa l’onere di massa di essere ebrei, anche in luoghi come l’Australia lontani dall’area di crisi.
L’altro cortocircuito riguarda l’assimilazione di antisionismo e antisemitismo. Il primo sarebbe la critica “lecita” allo Stato di Israele, il secondo sarebbe una forma di razzismo nei confronti di un popolo. L’antisionismo finisce per coprire l’antisemitismo, quasi l’anticamera dell’odio diffuso verso un popolo che si vuole – lo dice Bruck – eternamente distinto.
L’antisionismo è pratica comune anche a certi gruppi ebraici, quelli che in particolare non riconoscono lo Stato di Israele, ne contestano l’esistenza, criticano l’uso dei termini religiosi nella disputa politica. Diventa prassi diplomatica con l’iniziativa dell’Unione Sovietica all’epoca di Stalin e proseguita fino all’avvento di Gorbachev.
L’antisionismo ispirò la Risoluzione ONU 3379 del 1975, che assimilò il sionismo al razzismo ed al colonialismo. La Risoluzione ebbe seguito presso i paesi allineati all’URSS ed al Terzo Mondo in generale, con il corollario che il sionismo fosse anche una specie di apartheid, all’epoca in cui la separazione fra le razze era tipica del Sudafrica.
Nel 1991 la Risoluzione fu revocata, in corrispondenza con il collasso dell’Unione Sovietica ed a conclusione della breve stagione di riforme avviata da Gorbachev. I suoi effetti continuarono presso i movimenti di liberazione di varia natura e raccogliere consenso presso gli Arabi ed i Palestinesi in particolare.
La rapidità con cui Netanyahu addebita ai paesi terzi la distrazione verso l’antisemitismo, contrasta con la lentezza con cui accerta le responsabilità interne per i fatti dell’ottobre 2023 e per la gestione della campagna di Gaza. Cerca sempre e solo altrove le ragioni del male. La dichiarazione per legge che Israele è uno stato ebraico è anch’essa foriera di equivoci. Cosa ne è della consistente minoranza di arabo-israeliani? Cosa ne è dell’arabo come lingua ufficiale?
Il mondo si sta avvitando in una pericolosa spirale di vecchi e nuovi odi. Il sentimento antico verso quelli che Bruck definisce “distinti”, il sentimento moderno verso chi sostiene la legittimità ad esistere dello Stato di Israele e della necessità di difendersi. La spirale non risparmia le società occidentali. La loro tranquillità è rotta dall’irrompere di fenomeni esterni, questi si saldano ai malumori interni di collettività di immigrati, non integrati e restii ad integrarsi.

