
Giovedì 12 febbraio, nel castello di Alden Biesen, il testardo presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha cercato in una riunione non formale di affrontare e superare il paradigma dell’unanimità, che blocca lo sviluppo dell’Europa da potenza mondiale economica in potenza mondiale politica.
Europa a geometria variabile, maggioranza qualificata e cooperazione rafforzata
Sostanzialmente la presidenza del Consiglio EU, conscia delle urgenze fortemente poste all’attenzione da Draghi e Letta, sostiene un indirizzo attuativo tramite una Europa a geometria variabile come già delineato sin dal Consiglio europeo di Nizza (11 dicembre 2000 e firmato come Trattato il 26 febbraio 2001) per consentire la necessaria evoluzione dell’Unione da potenza commerciale mondiale a potenza politica, superando la strettoia cieca del voto unanime, estendendo il voto a maggioranza qualificata ed introducendo la possibilità di una cooperazione rafforzata fra gli stati.
Trattato di Nizza 2000: ricordo, funzionalismo e costruzione europea
Ricordo bene quell’11 dicembre 2000. Ero a Nizza durante la CIG come inviato del quotidiano romano il Tempo e scrissi un editoriale che soltanto un amico come il direttore Sanzotta poteva pubblicare in prima pagina con un titolo a nove colonne. Tutto sulla fiducia, perché fui il solo che non valutò un mezzo fallimento il Trattato, che era stato richiesto dalla Conferenza intergovernativa del 14 febbraio 2000, con la presidenza portoghese, dopo la “Relazione sulle implicazioni istituzionali dell’allargamento” del gruppo Dehaene. Anche all’epoca il vagheggiato e non realizzato difficile amore per il “Federalismo” chiaro, evidente, muscoloso annebbiava gli occhi degli innamorati, che non riuscivano a vedere come il funzionalismo fosse il sistema adeguato a costruire gradino per gradino una solida piramide.
Maastricht, euro e opt-out: Regno Unito e Danimarca
Ad esempio, l’Unione aveva superato con il TUE di Maastricht l’impegnativa sfida della moneta unica attraverso un Opt-out per il Regno Unito e la Danimarca; fu necessaria però la concessione di clausole speciali favorevoli ai due paesi riluttanti per sbloccare la situazione e permettere la continuazione del processo di integrazione. Questo permise a Danimarca e Regno Unito (all’epoca membro) di non aderire alla terza fase dell’UEM (l’adozione dell’euro) pur rimanendo nell’Unione. Un esercizio istituzionale complesso e difficile, ma oggi l’euro è un simbolo di successo al quale non rinuncia nessuno Stato che lo ha adottato.
Trattato di Amsterdam e integrazione di Schengen nell’UE
Il Trattato di Amsterdam, che fu firmato il 2 ottobre 1997, entrando in vigore il 1° maggio 1999, aveva inciso poco sulle cooperazioni rafforzate e si occupò di consolidare l’unione politica con disposizioni sulla libertà, la sicurezza e la giustizia, compresa la nascita della cooperazione di polizia e magistratura in materia penale, oltre che formalmente integrare le norme dell’accordo di Schengen all’interno del quadro giuridico dell’UE.
Allargamento UE, sovranità nazionali e meccanismi decisionali
L’allargamento dell’Unione a stati che provenivano dall’implosione dell’Unione sovietica aveva bisogno di una revisione dei meccanismi decisionali. Ecco perché Nizza fu fondamentale ed ancora oggi consente un ulteriore passo in avanti della interconnessione a più livelli delle sovranità nazionali. Come sempre, ma oso scrivere, con meno stile diplomatico e culturale, l’attuale dirigenza politica presenta le necessità, che non si possono ignorare, come può su due palcoscenici diversi: quello della società e quello del proprio elettorato.
Von der Leyen: mercato interno, crescita, innovazione, decarbonizzazione e sicurezza
Molti sono gli ostacoli che la presidentessa von der Leyen dovrà affrontare per approntare un documento sulle azioni concrete necessarie a ridurre la frammentazione del mercato interno, favorire la crescita delle imprese su scala continentale, trovare fondi da investire nella innovazione, decarbonizzazione, la garanzia della sicurezza. Il tutto in tempi rapidi con prese di decisione se del caso non unanimi, con il rischio, “sburocratizzando” la Commissione, di aumentare ancora i poteri del Consiglio, abbassare quelli della Commissione, limitare di molto i poteri del Parlamento Europeo, in un tempo di straordinarie evoluzioni del sistema politico mondiale.
Pre-Consiglio informale 19-20 marzo e asse Meloni-Merz
Non è un gioco di parole : il pre-Consiglio informale del Consiglio informale preparatorio del prossimo Consiglio ( 19-20 marzo), chiesto dalla Presidente Meloni in accordo con il Cancelliere Merz, è cominciato male perché ha , nella pratica e come è stato percepito dagli interessati, escluso l’unico socialista, al momento, capo del governo di uno stato membro, ed i paesi baltici assolutamente interessati alla sicurezza, ed è finito peggio perché è parso ininfluente l’esagerato sovraccarico di valutazione del recente aggiornamento del Piano d’Azione bilaterale tra Germania ed Italia, recentemente firmato a Roma.
Germania-Francia, Macron e Buy European: scelte economiche e istituzionali
Lo sgarbo a Macron, trattato come un’anatra zoppa, fa parte del teatrino istintivo della destra italiana e conta quel che è. La vera discussione tra Germania e Francia sullo sviluppo economico è attorno a due differenti idee: sollecitare e facilitare con gli opportuni provvedimenti il grande mercato commerciale europeo al buy european, come sostiene la Germania, facilitare la ricerca e lo sviluppo di e delle grandi imprese per espandersi sul mercato mondiale. Entrambe le scelte, nel quadro delle urgenze sottolineate dai rapporti Draghi e Letta comportano scelte politiche inevitabilmente destinate a produrre effetti politici ed istituzionali. Il tentativo funambolico di danzare sulla corda tesa fra i due, studiati, progetti dando l’impressione che la differenziazione franco-tedesca sia un accertato simbolo di fine di un rapporto che ha segnato il gradualismo pragmatico della costruzione istituzionale europea, quello che è definibile come funzionalismo, è durato, come era prevedibile, ventiquattro ore.
Italia, debito e competitività: tagliola del buy european senza debito comune
È stato sufficiente il discorso di Merz alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza per riportare il ruolo dell’Italia in un ordine sfavorevole. Siamo la seconda potenza industriale manifatturiera legata a filo doppio all’industria tedesca, ma a differenza della Germania, che ha lanciato – a debito interno- un considerevole incentivo fiscale per le infrastrutture e la difesa, il nostro italico debito (sostenibile) non ci permette grandi investimenti produttivi necessari per garantire l’efficienza alla competitività del buy european e neppure l’efficientamento di strutture pubbliche oramai obsolete e senza personale ( la così malfamata “burocrazia” pubblica italiana è numericamente la più bassa in Europa e la più malpagata). Il comprare europeo tedesco, senza debito comune, è una tagliola per le nostre imprese facilmente infiltrabili che, come la storia di tante privatizzazioni fallite ci avrebbe dovuto da tempo insegnare, si traduce troppo spesso in disoccupazione e delocazione. Il sistema Brexit è fallimentare, come abbiamo visto, e la sudditanza all’ossessivo opportunismo egocentrico trumpiano e anti-multilateralista Maga, si è dimostrato tanto servile quanto poco vantaggioso.
Sicurezza difensiva nucleare europea e prospettiva del debito comune
La Germania intende rivedere nei suoi rapporti con la Francia il suo ruolo politico, ma- come è stato chiaramente espresso- in un ambito di sicurezza difensiva nucleare europea alla quale la Francia intende far corrispondere una valutazione meno chiusa ad ogni prospettiva di cambiamento del debito comune, come anche richiesto dal direttore della Banca Centrale tedesca e, per giocare in casa, dal PPE sempre a guida germanica.
Meloni, Davos, Monaco e futuro di Macron: Elezioni francesi e Consiglio europeo
La presidente Meloni, che non si sa se per caso o per calcolo anche quest’anno non si è presentata a Davos ed a Monaco, continua nei fatti a pensare di poter ignorare il ruolo effettivo del Trattato franco tedesco che lega in modo speciale due stati fondatori; Meloni e i suoi consiglieri dimenticano che le elezioni francesi si terranno tra un anno e l’attuale inquilino dell’Eliseo, al suo secondo mandato- come soltanto De Gaulle, Mitterrand e Chirac- non si ripresenterà candidato, né appare interessato allo squinternato partito che aveva fondato, dominato da dirigenti narcisisti e solipsisti pronti a tutto pur di avere l’occasione di candidarsi. I poteri presidenziali della Vª Repubblica danno grande stabilità al sistema, soprattutto quando l’Assemblea appare confusa. La possibilità, poi, che Macron possa essere chiamato a Presiedere il Consiglio europeo appartiene al momento ad una mera esercitazione accademica.
Merz, AfD e destra populista: Orbán, Le Pen, Salvini, Vox e Simion
Il cancelliere Merz si era presentato lo scorso anno alle elezioni col suo viso naturale di cattolico, tecnocrate, membro dei consigli di amministrazione di grandi imprese, orgoglio del suo mentore Wolfgang Schäuble , perché fervente anticomunista, ordoliberista e autore di un significativo pamphlet dal titolo Mehr Kapitalismus wagen (più o meno: “Il capitalismo osi di più”) specificando una preferenza alla postura di sceriffo per salvaguardare il welfare tedesco diminuendo le politiche di accoglimento dei profughi , definiti “turisti sociali” che bussano alle porte della Germania, ed i migranti “ straripanti consumatori di bonus sanitari”. L’evidente tentativo di vellicare l’area elettorale che è interessata ai “ deprecabili estremisti dell’AfD” non è riuscita e Merz ha dovuto prendere atto che l’AfD è, proprio perché tedesca, il perno che potrebbe far ruotare quell’altra Europa che si raduna attorno all’ungherese Viktor Orbán e che strizza l’occhio al Rassemblement National di Marine Le Pen, o ai nazional-sovranisti di Salvini, gli spagnoli del leader di Vox Santiago Abascal e i rumeni del giovane George Simion, leader del partito nazionalista Aur, un ex-hooligan anti-Ue e anti-Nato oggi sostenitore dichiarato di Trump, che riconferma la svolta a destra di Bucarest dopo l’annullamento delle elezioni di novembre. In Europa e fuori dalla UE si deve aggiungere alla lista l’arrembaggio alle urne della destra populista di Nigel Farage nel Regno Unito.
Cooperazione rafforzata e difesa autonoma europea: tra Trump e Putin
Merz ha intelligentemente preso atto che tra amici nella UE di Trump e amici di Putin, o amici di entrambi, si rende assai difficile la possibilità di onorare la cambiale politica sottoscritta con gli elettori: riportare la Germania al ruolo di locomotiva del vecchio continente con un rispettato profilo di potenza economica. Non si tira indietro alle necessità di una cooperazione rafforzata fra Stati ma, e, ripeto, il suo intervento a Monaco lo conferma, ha preso atto che il piano di difesa autonoma europea, sollecitata apertis verbis dagli USA, comporta una politica europea connessa ma autonoma dall’altra sponda dell’Atlantico.
La politica dei due forni del governo italiano non è possibile in un’epoca traversata pesantemente da interessi transnazionali non contrastabili dagli attuali strumenti che, nel diritto internazionale, offre il sistema multilaterale.
Accordo Italia-Germania e Piano d’Azione: rango, “non-paper” e art. 80
C’è il rischio che tutto appaia sotto luci che, attenuando o ingigantendo immagini ed ombre, mortifichino la realtà. Un esempio. Appare strano che la più efficace comunicazione politica di tutti i governi della Repubblica non abbia permesso ai cittadini italiani, perché in Europa se ne è parlato, che l’accordo italo-tedesco è stato per l’Italia un accordo che ha coinvolto la maggioranza di centro destra e in Germania di centro-sinistra. Come è comprensibile non è un dettaglio di poco conto, e, tra l’altro, costringe a riflettere sulle contraddizioni interne al socialismo europeo e su quelle della destra. Boris Pistorius, ministro tedesco della Difesa è un esponente della SPD, così il Vicecancelliere e ministro delle Finanze, Lars Klingbell, ed assieme ad altri ministri tedeschi hanno partecipato al bilaterale conclusosi con la firma del Piano d’Azione, che è un Accordo e non un Trattato. Per di più un Piano d’Azione già firmato e rinnovato. È evidente che l’Accordo bilaterale non ha il rango di Trattato internazionale, perché, altrimenti avrebbe dovuto, come per il Trattato del Quirinale con la Francia (ratificato nel luglio 2022), ottemperare all’obbligo di ratifica disposto dall’art. 80 della Costituzione. Per il Governo lo “storico” accordo è un atto di potere esecutivo come avviene per molti accordi di cooperazione a diversi livelli, anche politici, con altri governi. Alla fin fine sono stati firmati un protocollo ed un “non-paper” tra la Germania e l’Italia, quanto basta per chiedere a chi pratica uno tra i migliori mestieri del mondo, il giornalismo, una maggiore attenzione critica agli straordinari comunicati di Palazzo Chigi.
Trattato franco-tedesco: pace europea, NATO e art. 55 in Francia
Lo storico Trattato franco-tedesco è stato, invece, un cardine imprescindibile della pace e del funzionalismo europeo; ha una autorità, secondo l’art. 55 della Costituzione francese, superiore a quella delle leggi ordinarie, e prese vigore dopo l’approvazione parlamentare il 28 agosto 1963 con il Decreto n°63-897. In Germania, all’epoca dell’Ovest, il Trattato fu ratificato prima della firma dal Bundestag, che impose un preambolo interpretativo, sgradito a De Gaulle ma accettato, che subordinava l’applicazione del Trattato agli obblighi della Germania nei confronti della NATO, degli Stati Uniti, della Comunità Europea (sarebbe più corretto parlare all’epoca di Comunità europee al plurale).
Crisi e diplomazia: Sapere aude, comunicazione e realismo
Da tempo è noto il peso della distinzione degli interessi nel rapporto franco-tedesco, ma prima di celebrare il funerale consiglio di attendere la constatazione ufficiale della dipartita. Vale sempre, nei momenti di crisi, il consiglio di Orazio: Sapere aude! cioè avere il coraggio di portarsi saggiamente. Le abilità politiche e comunicative non sempre funzionano egregiamente in diplomazia e mai nei periodi di crisi.
Deficit eccessivo, politica interna e politica estera: ruolo creativo dell’Italia
In cucina si prepara il cibo con quello che c’è in dispensa ed è facile, per gli ingenerosi, criticare il menu. A me sembra che gli italiani debbano augurarsi di uscire presto dalla procedura per deficit eccessivo, un traguardo che si supera usando un mix complesso di manovre finanziarie, di programmazione ed investimenti- che sono il nocciolo della politica interna- e la partecipazione attiva nella politica estera. È necessario un ruolo creativo dell’Italia, che non sembra essere pronta a fare più di quello sta facendo. Grasso che cola i risultati conseguiti nell’ultimo triennio, con un plauso specifico al Presidente Mattarella che è riuscito a tappare i buchi costituzionalmente più rischiosi, ma non si vede cosa si possa fare di più date le premesse, legate nella maggioranza di governo al passato sovranismo antieuropeo della presidente Meloni, ed all’attuale antieuropeismo della Lega, l’astuto putinismo di Vannacci, a cui si deve aggiungere l’inconsistenza della opposizione del PD, che sostiene le tre disconnesse gambe della sedia sulla quale dondola il Campo largo dell’onorevole Schlein. Quindi quel che è fatto finora merita un equo riconoscimento, una sufficienza che purtroppo non è risolutiva nel gran travaglio del tempo presente.
Più Europa: sovranità nazionale e sovranità europea
Il più e non il meno Europa, così compreso dai popoli europei ben più dei loro gruppi dirigenti, costringe, pensando alle urgenze ed agli strumenti, a ritornare su temi conosciuti ma che restano la strada principale per approcciarsi al nuovo necessario rapporto tra sovranità nazionali e sovranità europea.
Francia, immaginario repubblicano e “orticaria” sul federalismo
Se c’è una malattia genetica che affetta maggioritariamente gli elettori francesi è la modificazione dell’immaginario collettivo della nazione sovrana e repubblicana chiamata a rappresentare e difendere nel mondo gli ideali ed i principi che la fondarono, prima con la monarchia e poi con la Rivoluzione: «Liberté, Égalité, Fraternité» che istituiscono la sovranità nazionale popolare e i diritti fondamentali dell’uomo. Il motto, espressione degli ideali rivoluzionari nel 1789, affonda le sue profonde radici nell’Illuminismo e nella lotta contro le disuguaglianze del XVIII secolo.
Il presupposto destino universale della Francia provoca un improvviso angioedema (o edema di Quincke), insomma una fastidiosissima orticaria, ogni volta che nell’esagono si aggiunge all’Europa l’apposizione federalista. Anche questa distinzione è parte della ricchezza insuperabile dell’Unione, che si nutre delle diversità storiche delle attuali nazioni che hanno sostituito gli Stati post imperiali. Una distinzione non assoluta, tuttavia, perché la Francia laica ha imitato perfettamente il metodo della Santa romana Chiesa, che “ammoderna” non abroga o sostituisce la sua lezione dogmatica e rituale. Dalla ghigliottina alla monarchia ed all’impero borghese, dalla Comune alla Vª Repubblica, senza considerare la Repubblica di Vichy, il morto che si nasconde, la Francia ha perfettamente seguito l’invito di Victor Hugo: “Fate come gli alberi: cambiate le foglie, ma conservate le radici. Quindi, cambiate le vostre idee ma conservate i vostri princìpi”.
Piano Draghi, federalismo pragmatico e Costituzione federale UE
Il federalismo pragmatico francese è la traduzione operativa pre-Lovanio (2 febbraio 2026) del piano Draghi, che suggeriva alle nazioni europee di evitare l’inevitabile declino dell’Unione con un cambiamento epocale:
Investimenti:750-800 miliardi di euro aggiuntivi all’anno (circa il 5% del PIL UE) per colmare il divario di innovazione, decarbonizzare e garantire la sicurezza;
Innovazione e Tecnologia: Focus su intelligenza artificiale, automotive, energia e sanità, raddoppiando i fondi per la ricerca e creando uno “statuto” per startup innovative;
Debito Comune: Proposta di emettere debito pubblico comune, simile a NextGenerationEU, per finanziare progetti strategici;
Energia e Decarbonizzazione: Riduzione dei costi energetici, ancora 2-3 volte superiori a quelli USA, tramite acquisti comuni e separazione dei prezzi delle rinnovabili da quelli del metano;
Difesa e Sicurezza: Sviluppo di una forte capacità industriale di difesa e riduzione delle dipendenze strategiche da paesi terzi (materie prime e tecnologie);
Riforme Strutturali: Superamento della frammentazione del mercato interno per favorire la crescita delle imprese su scala continentale.
A Lovanio, Mario Draghi ha rafforzato la sua proposta specificando l’urgenza di una Costituzione federale per l’Unione.
Macron, conoscendo l’orticaria che affligge i suoi concittadini ha trascurato la Costituzione federale ma definito il metodo/sostanza: “il federalismo pragmatico è decidere insieme, rapidamente e in modo pragmatico”.
Italia e strategia europea: tra slogan, ENI e “autobus” dell’Unione
Sappiamo cosa pensano e vogliono Germania, Francia e Gran Bretagna (che sta faticosamente tentando un riavvicinamento calibrato all’Unione), è del tutto sconosciuto al di là di slogan differenti e scoordinati cosa voglia fare l’Italia al di fuori del solito balletto un passo avanti, uno indietro e l’altro ancora di lato.
Se per il fondatore dell’ENI, Mattei, la politica era un taxi da usare alla bisogna, per Meloni l’Unione è un autobus su cui salire o scendere a convenienza, immagino- se possibile- pagando un biglietto ridotto.
Piano d’azione 2023-2026 Italia-Germania: danni, contesto Ucraina e ruolo Draghi
Il Piano d’azione bilaterale del 2023 con la Germania guidata dal cancelliere Scholz segnò l’avvio di un riavvicinamento tra Roma e Berlino. Oggi tra tensioni geopolitiche e sfide industriali, l’aggiornato Piano d’azione del 2026, crea danni e danni gravi se spacciato per quello che non è.
La gestazione del Piano d’azione del 2023 fu dovuta alla iniziativa di Mario Draghi dal 2021 all’anno successivo, quando apparve chiara la nuova priorità di un più efficace sistema europeo a causa dell’invasione russa dell’Ucraina.
A Washington governava Biden. Draghi mise a frutto quanto aveva compreso del sistema tedesco in qualità di banchiere ed instradò un Piano che nessuno avrebbe immaginato così fruttifero, dopo venti anni di duro confronto tra Berlino e Roma sulle regole fiscali e di bilancio, sull’emigrazione, e, ai tempi della presidenza Bush, sui rapporti con gli USA.
Mercati, spread e crescita: Germania, Francia e Benelux nella “burocrazia” UE
Più che il tempo dell’amore difficile dal 2023 entrambe le parti hanno razionalizzato la necessità di uscire da una specie di isolamento che le attanagliava: la Germania di Olaf Scholz per la crisi della coalizione semaforo che sosteneva il suo governo e per la crisi di bilancio provocata da una sentenza della Corte Costituzionale; l’Italia per le tensioni, specialmente con la Francia, che avevano irrigidito i suoi rapporti internazionali relegandola allo scomodo ruolo di paese “radicale”, istituzionalmente debole e rischiosamente indebitato.
Siccome, come cantava nelle Metamorfosi Ovidio, Tempus edax rerum, il Tempo divora ogni cosa, Macron dissolvendo, nell’impossibilità di far altro, l’Assemblea nazionale ha dimostrato la insospettata debolezza dei gruppi dirigenti politici francese; Berlino ha dimesso il suo ruolo riconosciuto e reale di locomotiva economica dell’Unione ed a causa anche della concorrenza cinese ha mostrato inusitate debolezze; a Roma la prudenza fiscale, il risanamento progressivo dei conti pubblici e il contenimento delle palesi diversità tra partners della maggioranza, specialmente nelle relazioni estere e verso le istituzioni europee, hanno rassicurato i mercati. Se il benchmark (il riferimento) tra il valore delle obbligazioni federali (le Bundesanleihen, confidenzialmente Bund) ed altri titoli di Stato (lo spread) è sceso per i titoli italiani a 60 punti base, nonostante il rendimento sia calato soltanto dal 4 al 3,5%, è dimostrato che la politica ha un peso rilevante nella valutazione economica, ma lascia invariati due dati fondamentali, la crescita ed il valore dei salari.
Oggi la Germania a guida Merz pensa, con grande giubilo del pendolarismo utilitaristico della presidente Meloni nei confronti dell’Europa, che la semplificazione dei complessi oneri regolatori europei sia sufficiente per uscire dal suo modello industriale non concorrenziale. Quanto siano responsabili della mancata crescita i burocrati di Bruxelles piuttosto che i tanti freni tedeschi è oggetto di dibattito. Non discutibile però che il sistema di gestione degli strumenti europei assieme ai benefici, dei quali abbiamo già parlato, difetti ne ha e certamente la Germania e la Francia non possono far finta che la burocrazia sotto esame non sia stata costruita pazientemente proprio dalla Germania e dalla Francia, con l’amorevole assistenza del Benelux.
Semplificazione UE e neo-sovranismo: acquis, minoranze e astensione
Per l’Italia la “semplificazione” si inserisce in una traiettoria più politica perché il neo-sovranismo pensa che così sia possibile permettere la coagulazione delle emorragie provocate dalle minoranze sociali antieuropee, che si trasformano in maggioranze elettorali per la oramai proclamata astensione degli elettori. Bagnini, ambulanti, comode partite al 15%, detentori di un numero non certo di beneficiari di agevolazioni sono un esempio facile per definire le minoranze votanti per difendere interessi concreti. Di converso, la dichiarazione tout court della ovvia necessità di “semplificazioni” senza definire e salvaguardare gli acquis già definiti crea dubbi e preoccupazioni in chi teme lo sfaldamento dell’integrazione al fine di continuare a beneficare particolari interessi, radicati nella oramai lunga pratica italiana.
Piano Mattei, Africa e fondi UE: integrazione, cooperazione rafforzata e Difesa
Dopo che l’Italia negli ultimi venti anni ha progressivamente perso il suo preminente ruolo mediterraneo di paese europeo ed atlantico, a favore della Turchia, ma anche della Russia e della Cina, il tentativo di sviluppare un ruolo nell’Africa con il Piano Mattei appare un’idea possibile e buona, a condizione che sia effettivamente realizzabile come rafforzamento del fianco sud dell’Europa.
Senza l’Unione non è possibile attivare fondi produttivi pluriennali calcolati attorno ai 150 miliardi l’anno. Continuare a parlare di Piano Mattei senza integrare le imprese nazionali e quelle europee è un non senso. L’integrazione non può limitarsi all’Africa ma deve forzatamente entrare in tutti i campi che la cooperazione rafforzata implica, compresa la Difesa. L’Italia non può limitarsi ad essere una variabile subordinata nel nuovo mondo in costruzione.
Board of Peace, Ucraina e Parlamento: obblighi NATO-UE e maggioranze qualificate
La presidente Meloni non può seriamente immaginare che un governo europeo possa impunemente partecipare da solo al Board of peace, in una posizione “osservatrice da verificare”, senza un avallo dei paesi che partecipano alla difesa dell’Ucraina. Alcuni, come l’Italia, in quantità e qualità inferiore di altri paesi. Partecipare come “osservatore” in prova alla rapina trumpiana filoputiniana dell’Ucraina ci segnerebbe nella storia. Far finta di non capire che sulla terra d’Ucraina si combatte l’unica guerra (sin ora 1.800.000 morti e distruzioni immani, non calcolati feriti e prigionieri) mai deflagrata per avere il diritto, contestato dal governo russo, di essere integrati a parità di condizioni nell’Unione è, prima che inutile e pericolosa, immorale.
Se al capo del governo piace la cultura e la politica MAGA ha il dovere di non dirlo ai microfoni da Addis Abeba ma di comunicarlo al Parlamento spiegando perché consideri possibile e costituzionale il suo gradimento.
Se la presidente del Consiglio vuole partecipare al Board of Peace deve informare il Parlamento, accettare il dibattito, e tenere al corrente il Capo dello Stato, informando contemporaneamente le cancellerie degli altri paesi NATO e UE. Se i tempi son stretti meglio fare in fretta. È già assodato, quando chiudo quest’articolo nel mattino del 15 febbraio 2026, che un membro della Commissione parteciperà come osservatore alla riunione convocata da Donald Trump, anche per dimostrare dopo l’intervento di Rubio a Monaco che è stato apprezzato il cambio di tono del governo statunitense dallo scorso anno, che non cambia la sostanza della presa d’atto della fine della vecchia Alleanza e della necessità di mantenere stabili connessioni transatlantiche.
Voler partecipare come Italia al Board of peace, senza la eventuale partecipazione della Francia, della Germania e della Spagna significa ignorare gli obblighi politici connessi all’approccio metodologico europeo dell’uso delle maggioranze qualificate o della partecipazione a cooperazioni rafforzate nella Difesa e nella politica estera.
Condividere il vertice del sistema europeo comporta dovuti obblighi, tra i quali i préalable, anche riservati, con gli altri paesi guida e la pubblica informazione preventiva ai propri connazionali.
Road map nuova Europa: Industrial Accelerator Act, EU Inc e riforme 2026
Il governo deve spiegare, non far interpretare a politici o giornalisti, la road map della nuova Europa , dalla presentazione dell’Industrial Accelerator Act all’avvio di EU Inc e le misure per iniziare ad applicare il principio Buy European( febbraio); il nuovo statuto societario UE e le prime valutazioni sulla riforma del mercato elettrico ( marzo); il nuovo regime che regolerà le fusioni per favorire la nascita di grandi gruppi industriali strategici ( aprile); un accordo sull’unione dei mercati con nuove regole su vigilanza e cartolarizzazioni per tutti i paesi membri ( giugno).
Europa, amore difficile e Ventotene: desiderio, speranza e memoria
È sempre più difficile incontrare vecchie coppie, facile parlare con tanti anziani, immalinconiti più che dalla vecchiaia dalla solitudine.
Gli amori non curati appassiscono.
È un amore difficile quello europeo, ma come tutti gli amori deve essere dichiarato, con fermezza sostenuto, guardato con desiderio e speranza sempre uguale nel tempo che passa, così che sia sempre giovane e sappia fare dell’età una virtù, non un rugoso peso.
Amare è una specialità italiana e gli amori difficili, poi, una innata passione. L’Europa di Ventotene, che platealmente la presidente Meloni mostrò di non conoscere definendola “comunista”, è un amore difficile da inseguire nel tempo, senza stancarsene mai.


