
Un certo strabismo non si cura con gli occhiali perché non è ottico ma politico. È lo strabismo di chi vede nitidamente le pagliuzze negli occhi altrui e che oggi magnifica per tronchi, ma ignora con ammirevole ostinazione ed abilità dialettica le travi conficcate nel proprio occhio ed esperienza storica da protagonista. Mario Draghi, nel suo solenne intervento di Lovanio, ne offre un esempio da manuale.
Il mondo liberale è finito, ci dice. L’ordine internazionale basato sulle regole si è sgretolato. Il commercio non segue più il vantaggio comparato, ma il vantaggio assoluto. L’interdipendenza è diventata un’arma. Accipicchia che bravo, che sincero si potrebbe dire. Tutto vero, infatti. Ma come spesso accade nei discorsi dei grandi tecnocrati europei, la diagnosi è impeccabile, mentre l’anamnesi è selettiva e fors’anche censoria.
Perché, a sentire Draghi, pare che la deindustrializzazione europea sia stata una sorta di calamità naturale, o peggio un raffinato complotto mercantilista cinese. Come se fabbriche, brevetti e catene del valore non fossero stati spostati altrove da decisioni precise, deliberate, lucidamente calcolate. Decisioni non certo prese a Pechino, bensì nei consigli di amministrazione di multinazionali occidentali; non da commissari del Partito comunista, ma da manager lautamente pagati e azionisti entusiasti.
La Cina non ha “imposto” la delocalizzazione. Ha offerto condizioni ottimali, allora, per l’atterraggio di fabbriche, capitali e conoscenze. A scegliere sono stati altri e Draghi lo sa, lo deve sapere bene. E questi “altri” avevano passaporti europei, americani, giapponesi. Il mercantilismo, se così vogliamo chiamarlo, è stato prima di tutto un mercantilismo di aziende private, finanziario, travestito da globalizzazione virtuosa, insomma dalle stesse élite che oggi scoprono con (apparente) orrore le dipendenze strategiche, mentre negli anni scorsi brindavano ai margini operativi e ai dividendi record.
Draghi, dimentico oggi di storia economica, parla ora dell’interdipendenza come di un’arma geopolitica brandita da Stati senza scrupoli. Ma dimentica di dire che quell’arma è stata forgiata in Occidente, con zelo quasi missionario, lui noto membro del gotha dell’Olimpo dei decisori. Si è scelto di sacrificare la resilienza industriale occidentale sull’altare del rendimento trimestrale degli speculatori occidentali. Si è confuso mercato con patria, profitto con l’interesse generale. Poi, quando qualcuno ha iniziato a usare la leva che gli si è regalata o che si è conquistata con i sacrifici dei sottopagati e dell’ambiente, ci si è scoperti nudi e indignati.
Il punto non è assolvere la Cina, né demonizzare gli Stati Uniti. Il punto è smettere di raccontarci favole autoassolutorie. Non siamo vittime ingenue di un mondo cattivo e improvvisamente ostile. Siamo coautori diligenti di un sistema che oggi ci presenta il conto. E non basta invocare il “federalismo pragmatico” per cancellare decenni di complicità tra politica debole e capitale senza bandiera imperante.
C’è qualcosa di profondamente europeo in questo atteggiamento: la capacità di analizzare tutto, tranne se stessi e le proprie responsabilità. Di invocare sovranità dopo averla smontata pezzo per pezzo. Di scoprire i valori solo quando svaniscono o diventano costosi. Draghi oggi chiede all’Europa – _ipse dixit_ – di diventare una potenza. Ma una potenza che non fa i conti con le proprie responsabilità rischia di essere solo un grande mercato, armato solo di buone intenzioni e di risparmi accumulati in passato, finché durano.
Le pagliuzze negli occhi altrui fanno comodo: sono visibili, rassicuranti, trasferibili; la piacioneria assolutoria è accattivante. Le travi, che ci sono, invece, pesano. E per rimuoverle non bastano i discorsi solenni. Servirebbe una cosa che nei palazzi europei scarseggia più delle terre rare: l’onestà intellettuale di dirla tutta.
Dopo la doverosa critica al discorso di Draghi a Lovanio occorre ora compiere il passo successivo, quello che Federico Caffè considerava il più difficile e il più onesto, ovvero trasformare la critica in progetto, senza rifugiarsi né nel moralismo né nella nostalgia. È qui che entra in gioco il metodo del destruens per construens: smontare non per distruggere, ma per rendere possibile una ricostruzione concreta e non illusoria.
Il primo mito da demolire definitivamente è quello della neutralità delle scelte economiche. La deindustrializzazione europea non è stata una fatalità storica né una ritorsione geopolitica imprevista, ma il risultato coerente di un sistema di incentivi che ha premiato la massimizzazione del profitto privato nel breve periodo e scaricato i costi sociali sul lungo periodo. Smontare questo mito significa riconoscere che il mercato, lasciato a se stesso, non seleziona ciò che è socialmente desiderabile, ma solo ciò che è immediatamente remunerativo. Per Caffè questo non era un incidente del sistema, ma la sua logica intrinseca.
Da qui discende il secondo passaggio distruttivo: l’idea che basti “rafforzare” l’Europa sul piano geopolitico per risolvere la sua crisi. Un’Europa più potente, se costruita sugli stessi presupposti che hanno prodotto fragilità sociali, precarizzazione del lavoro e divergenze territoriali, non correggerà quelle storture, le scalerà. Caffè temeva esattamente questo esito: un’Unione debole verso l’esterno e forte verso l’interno, incapace di disciplinare i mercati esteri ma durissima con il capitale domestico.
Solo dopo questo lavoro di smontaggio diventa possibile il construens. In chiave caffèana, la vera integrazione europea non può fondarsi solo su commercio, concorrenza e moneta, ma deve dotarsi di istituzioni esplicitamente orientate alla piena occupazione, alla politica industriale con coordinamento pubblico e alla riduzione delle disuguaglianze, non come effetti collaterali auspicabili, ma come obiettivi statutari. La sovranità economica, per Caffè, non coincide con l’autarchia né con il primato geopolitico: coincide con la capacità democratica di orientare l’economia verso fini sociali utili.
Questo implica un ribaltamento della gerarchia attuale: il capitale deve tornare a essere mezzo, non fine; la competitività uno strumento, non un valore; la sicurezza non solo militare o strategica, ma robustamente sociale. Un’Europa che non garantisce lavoro dignitoso, protezione nei cicli avversi e coesione tra territori non difende i propri valori: li consuma proprio mentre li proclama.
Il destruens per construens ispirato a Caffè non offre scorciatoie rassicuranti. Chiede di riconoscere le responsabilità, di accettare il conflitto con interessi consolidati e di abbandonare l’illusione che basti una nuova architettura istituzionale per cambiare i risultati. Ma indica anche una direzione chiara: non c’è potenza europea senza giustizia sociale, e non c’è giustizia sociale senza una politica economica che torni a dichiarare apertamente i propri valori e si impegni a perseguirli consapevolmente.
È su questo terreno, non su quello delle sole posture strategiche, che l’Europa può smettere di essere un grande mercato spaesato e diventare finalmente una comunità politica e sociale consapevole.


