Il narcisismo adolescente che non ammette il “No”
I recenti e drammatici episodi di cronaca che vedono protagonisti adolescenti armati all’interno delle mura scolastiche non possono più essere liquidati come tragiche eccezioni o derive individuali. Quando un tredicenne colpisce un insegnante o un diciassettenne pianifica metodicamente una strage nel proprio istituto, siamo di fronte alla rottura violenta di un equilibrio millenario. La scuola, da luogo deputato alla trasmissione del sapere e alla costruzione dell’identità, si trasforma nel teatro di un conflitto che affonda le sue radici in un contesto sociale profondamente mutato, dove il confine tra autorità e autoritarismo appare sempre più sfumato.
Al centro di questa crisi si colloca il naufragio del patto educativo, quell’alleanza invisibile ma fondamentale tra famiglia e istituzione scolastica che un tempo garantiva un perimetro sicuro per la crescita. In passato, il docente era investito di una sacralità riflessa: i genitori riconoscevano nella sua figura un prolungamento del mandato educativo domestico. Oggi, invece, assistiamo a una pericolosa delegittimazione dell’adulto. La scuola viene spesso percepita come un’azienda fornitrice di servizi, dove il successo scolastico è preteso come un diritto acquisito anziché come il risultato di un percorso di impegno e confronto con il limite. In questo scenario, l’insegnante che valuta o che sanziona non è più una guida che indica la strada, ma un ostacolo burocratico o un nemico che attenta all’immagine ideale che il ragazzo ha di sé stesso.
Questa trasformazione è strettamente legata all’emergere della cosiddetta società della performance, un ambiente culturale che non ammette il fallimento. Gli adolescenti di oggi crescono immersi in un’estetica del successo immediato, alimentata dai social media, dove l’errore è vissuto come una catastrofe identitaria. Quando un giovane non possiede gli strumenti emotivi per elaborare la frustrazione di un brutto voto o di un rifiuto, la rabbia narcisistica prende il sopravvento. La violenza diventa allora un tentativo disperato di riprendere il controllo, un gesto eclatante per cancellare la fonte della propria vergogna. Il passaggio dal dolore muto all’azione violenta è facilitato da una crescente desensibilizzazione, figlia di un mondo digitale dove il dolore dell’altro è mediato da uno schermo e perde la sua concretezza fisica.
Ricostruire il patto educativo significa dunque tornare a dare valore alla parola e al conflitto costruttivo. Non si tratta di invocare un ritorno a metodi autoritari, ma di restituire agli adulti il coraggio di essere testimoni autorevoli. È necessario che la famiglia torni a sostenere la funzione normativa della scuola, accettando che il disagio e la fatica siano tappe ineludibili della maturazione. Solo attraverso un’alleanza reale, capace di integrare l’alfabetizzazione emotiva nei percorsi didattici, potremo evitare che la scuola rimanga l’unico argine, spesso troppo fragile, contro una violenza che nasce molto prima di varcare il cancello dell’istituto.
Focus: La Fragilità del Narciso
Il pensiero di Massimo Ammaniti
Massimo Ammaniti, tra i più autorevoli psicoanalisti dell’età evolutiva, ha più volte messo in guardia contro la trasformazione della famiglia da “normativa” ad “affettiva”. Secondo Ammaniti, i genitori contemporanei tendono a identificarsi eccessivamente con i figli, cercando il loro amore e la loro complicità piuttosto che esercitare un ruolo di guida. Questo crea giovani fragili che, non avendo mai incontrato un “No” solido nell’infanzia, vivono ogni sanzione scolastica come un trauma intollerabile. Per Ammaniti, l’adolescente odierno non trasgredisce per ribellione alle regole, ma reagisce con violenza perché si sente ferito nella propria immagine idealizzata. La prevenzione passa quindi per il recupero della distanza pedagogica tra adulto e minore, l’unica in grado di generare un vero spazio di crescita.


