È diventata terribilmente silenziosa. Cinque morti in quattro giorni nelle campagne di casa nostra, da dove arrivano i prodotti che consumiamo ogni giorno. L’Italia ha registrato la morte di cinque lavoratori stranieri, tutti in condizioni di precarietà e sfruttamento. Poche le “lacrime ufficiali” davanti a queste vittime di un sistema che ha riempito di orgoglio il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, e non solo lui, in occasione del riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio dell’Unesco.
La serie di incidenti sul lavoro si allunga e ora il sindacato rilancia la battaglia per la trasparenza, la legalità e le tutele nei posti di lavoro. Per la Flai Cgil non siamo davanti a fatalità o episodi isolati, ma è la dimostrazione di un sistema che continua a negare diritti, sicurezza a migliaia di persone impiegate soprattutto nelle campagne.
Le cinque persone morte in questi giorni avevano tutte origini straniere e storie segnate dalla fatica e dalla vulnerabilità sociale. Abdelghani Gari, El Arbi Saifi e Yassin Mazi, cittadini marocchini, sono morti annegati in un canale nel Rodigino. Erano a bordo di un minivan diretto verso i campi dove avrebbero dovuto lavorare quando il mezzo è finito nell’acqua, trasformandosi in una trappola mortale. A Massafra, in provincia di Taranto, il maliano Bakari Sako è stato ucciso a coltellate da un gruppo di minorenni mentre attendeva il treno che l’avrebbe portato al lavoro nei campi. Nel Foggiano, un uomo romeno, di cui non è stata nemmeno resa nota l’identità, è morto carbonizzato nella roulotte che utilizzava come rifugio di fortuna dopo le lunghe giornate di lavoro agricolo.
A denunciare la situazione generale nelle campagne italiane ieri è stato Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil. Mininni ha parlato apertamente di “strage in agricoltura” perché dietro queste morti si nasconde una realtà troppo spesso ignorata: quella del caporalato, dello sfruttamento e dell’abbandono istituzionale. È vero perché fino a quando il problema verrà nascosto dietro il silenzio o minimizzato, il numero delle vittime continuerà ad aumentare.
La denuncia della Cgil
Per la Cgil questi eventi rappresentano il volto più crudele di un sistema che considera i lavoratori agricoli come strumenti sacrificabili. Il sistema è paurosamente senza controlli. Agli immigrati si nega identità professionale e umana. Definirli semplicemente “braccianti”, senza riconoscerne competenze, diritti e individualità, significa ridurli a figure invisibili, prive di voce e facilmente sostituibili. Secondo il sindacato, il linguaggio utilizzato nel dibattito pubblico contribuisce a normalizzare lo sfruttamento e a cancellare la dimensione umana delle vittime.
Insomma, le tragedie di questi giorni non sono eventi casuali, ma il risultato di condizioni di lavoro estreme. Turni massacranti, salari insufficienti, mancanza di trasporti sicuri, alloggi precari e totale assenza di tutele. In molte aree del Paese il lavoro continua a essere regolato più dalla paura e dall’illegalità che dai contratti e dalle leggi. Dov’è lo Stato? Non intervenire significa assumersi la responsabilità politica di permettere che migliaia di persone continuino a vivere e lavorare in condizioni disumane.
Le leggi e non solo
Il sindacato chiede misure immediate e concrete. “Dal punto di vista normativo – dice Mininni- è urgente dare piena attuazione al Tavolo anti-caporalato e alla Legge 199/2016, rendendo operative le Sezioni territoriali della Rete del lavoro di qualità. Ma le leggi devono essere affiancate da una volontà politica”. E qui viene fuori la debolezza del governo che non contrasta il lavoro irregolare e non aiuta i controlli veri nelle aziende agricole. Un contesto nel quale è grave e inquietante la mancanza di reazioni di fronte alla morte di cinque persone in pochi giorni,
La Flai ricorda quanto avvenuto dopo la morte di Satnam Singh, il bracciante indiano vittima di un grave incidente sul lavoro che aveva suscitato indignazione nazionale e portato all’avvio di controlli straordinari. Oggi, dice il sindacato, di fronte a una nuova serie di tragedie non si vede la stessa mobilitazione. Ed è proprio questo silenzio a rendere più drammatica una situazione che continua a consumarsi lontano dai riflettori. Dove si coltivano pomodori, si raccolgono olive e arance per la cucina Patrimonio dell’Unesco. Se non è un affronto questo.


