In Medio Oriente, c’è tempo fino alla fine di agosto per trasformare una tregua fragile e spesso rotta da scaramucce cruente in una pace stabile. In Ucraina, il tempo della pace non ha ancora una misura anche se la durata della guerra – si direbbe – sta logorando più l’aggressore che l’aggredito. Ma che una calda estate, forse la più calda di tutti i tempi misurati, basti a sanare fra nemici dichiarati decenni di diffidenze, di inganni e di minacce incrociate non ci crede quasi neppure, forse neppure il “fanfarone in capo” Donald Trump, che ha la memoria storica di un pesciolino rosso e che prima scatena conflitti gratuiti e poi si vanta di averci messo una pecetta, mettendoli all’attivo nella casella dei suoi immaginari ‘punti Nobel’ (che spero nessuno si sogni mai di riconoscergli).
Sessanta giorni – quelli previsti dal memorandum of understanding firmato a distanza il 15 giugno dal presidente Usa e da quello iraniano Masoud Pezeshkian – carichi di attese e di speranze, ma già fitti di delusioni e di inganni, con gente che “rema contro” a Gerusalemme come a Teheran e – fronte Ucraina – a Washington come a Mosca.
Chi credeva che, in questo contesto, i vecchi vertici della nomenklatura occidentale, i Sette Grandi, i 27 dell’Ue, i Paesi della Nato, ha già accantonato buona parte delle sue illusioni: il G7 di Evian, in Francia, dal 15 al 17 giugno, e il vertice europeo a Bruxelles il 18 e 19 giugno non sono stati incisivi; e l’appuntamento atlantico ad Ankara, in Turchia, il 6 e 7 luglio si presenta alla vigilia come il più insidioso. Le piaggerie da servo sciocco del segretario generale della Nato Mark Rutte, più un Arlecchino goldoniano che un Metternich della diplomazia, potrebbero non bastare a evitare uno ‘showdown’ tra il magnate presidente, iracondo e verbalmente incontinente, e i suoi (ex?) alleati cui lui rimprovera di non averlo aiutato a non perdere una guerra che lui aveva scatenato senza consultarli e senza curarsi dell’impatto che avrebbe avuto su di loro.
L’America di Trump intende ridurre i presidi in Europa e ha già iniziato a dare segnali in tal senso, dopo avere ottenuto l’anno scorso da alleati troppo compiacenti l’impegno di portare le spese per la difesa dal 2 al 5% del Pil in dieci anni – risultato da ottenere comprando più armi ‘made in Usa’ -. Da Ankare, potrebbero venire annunci radicali, sfuriate devastanti, oppure un minuetto di sorrisi e pacche sulle spalle ipocrita e inutile.
Del G7 di Evian della scorsa settimana, l’ambasciatore Giuseppe ‘Ino’ Cassini, acuto e graffiante commentatore di politica internazionale, ha scritto, sul sito del Centro per la Riforma dello Stato, che il vertice è stato “inconcludente sulle grandi questioni globali”: un’occasione di foto ricordo, “su un palcoscenico da Belle Époque”. E per di più proprio una di quelle foto è venuta molto male e ha innescato una diatriba senza precedenti nella storia dei rapporti fra Usa e Italia, con uno scambio di battute al curaro fra il presidente Trump e la premier italiana Giorgia Meloni.
Meloni ne è uscita meglio, non subendo passivamente insinuazioni e insulti e anzi ribattendo colpo su colpo, ma usando sempre un linguaggio corretto, Trump, con la brutalità dei toni e dei contenuti di dichiarazioni e post, ha sciorinato la sua rozzezza, oltre che l’approssimazione delle sue analisi. Lui pensa che Meloni abbia bisogno del suo sostegno per risalire nei sondaggi, mentre, in Europa e un po’ ovunque nel Mondo, con l’eccezione – si direbbe – della Colombia, è esattamente l’opposto: guadagna consensi e trova solidarietà interne e internazionali persino inattese chi gli si contrappone – Meloni, ad esempio, riceve appoggio del capo del governo spagnolo Pedro Sanchez ed è accolta con meno ostilità dal presidente francese Emmanuel Macron -; affonda chi gli sta accanto. Il test più evidente è stata la sconfitta elettorale del premier ungherese Viktor Orban, platealmente sostenuto da Trump, al punto da mandare il suo vice JD Vance a fargli campagna.
Lo scontro prolungato Trump – Meloni evidenzia due fatti. Il primo è la superficialità delle letture del vertice d’Evian che parlavano di ritrovata unità occidentale, solo perché il magnate presidente, arrivato fresco di tregua con l’Iran, non aveva imperversato, gongolando per i complimenti fattigli dagli altri leader: dove c’è Trump non ci può essere unità, ma solo subordinazione, e non c’è Occidente, perché lui ne nega i valori. Il secondo è l’errore di giudizio iniziale, mantenuto a lungo, di Meloni nel proporsi come ponte tra Trump e l’Europa, senza capire che il magnate presidente non ha alleati e partner, ma solo esecutori e fan. Ci ha fatto la figura d’una ‘groupie’ Anni Sessanta, perdutasi dietro una chitarra scordata.
Sulla carta, il G7 di Evian doveva discutere e metter mano ai problemi globali: la guerra in Ucraina, considerando quella mediorientale ‘un affare americano’, i dazi, l’inflazione, l’energia; non il clima, ma solo perché per Trump è “una truffa” e non ne vuole sentire parlare. Su nessuno di questi temi s’è giunti a conclusioni probanti. Sotto la regia del presidente francese Emmanuel Macron, è andato piuttosto in scena un ‘vaudeville’ alla Feydeau, in cui i protagonisti s’incrociano scambiando battute più o meno vacue, mentre, nel chiuso delle stanze di lavoro, leggono discorsi precotti, approvano dichiarazioni già preparate e in sostanza non combinano nulla.
A vertice concluso, in onore di Trump, Macron ha allestito una cena di gala alla reggia di Versailles in occasione del 250° anniversario della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, il 4 luglio 1776, nel luogo in cui, il 3 settembre 1783, venne firmato il Trattato con cui la Gran Bretagna riconosceva alle sue ex colonia americane l’indipendenza. Nello sfarzo di quelle sale, più cariche d’oro del suo resort di Mar-a-lago in Florida, Trump ha firmato l’accordo con l’Iran, mentre Pezeshkian a Teheran s’accontentava di una location molto più sobria.
E i risultati del G7, di cui tutti i leader si sono dichiarati entusiasti? Nulli o quasi: neppure un cenno a flagelli dell’umanità come le crescenti disuguaglianze economiche e i cambiamenti climatici. Sgombrato il campo dai contrasti sull’Iran tra Stati Uniti e alleati europei, la riunione di Evian avrebbe fatto emergere un’unità d’intenti ritrovata – ma tutta da verificare – sull’Ucraina.
I leader dei 27 ne hanno di nuovo parlato, il giorno successivo, a Bruxelles, al loro vertice, presente, come già a Evian, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. C’è la preoccupazione non dichiarata che Trump, tornando a interessarsi, dopo mesi di latitanza, del conflitto ucraino, faccia di nuovo comunella con il presidente russo Vladimir Putin, piuttosto che con Zelensky. E anche per questo si guarda con apprensione al vertice della Nato.
Per il momento, le parole bellicose e aggressive di Trump mettono a repentaglio le trattative dirette tra Usa e Iran in Svizzera. Non si capisce se l’obiettivo del magnate presidente sia mettere pressione sul nemico, cioè Teheran, o sull’amico, cioè il suo vice Vance cui ha affidato il difficile negoziato, una ‘polpetta avvelenata’, da cui uscirne bene è comunque improbabile. Tanto più che gli stanno accanto i due giannizzeri di Trump, i suoi “negoziatori in capo”, l’immobiliarista Steve Witkoff, che fa ‘affari’, non ‘accordi’, come piace al capo, e il “primo genero” Jared Kushner, che invece fa affari di famiglia, come piace sempre al capo.
La delegazione iraniana comprende il presidente del Parlamento Mohammed Ghalibaf, e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Pakistan e Qatar forniscono i mediatori. Per Vance, il cammino, già di per sé in salita, sta rivelandosi un’arrampicata di sesto grado, ma lui parla di “grandi progressi” e auspica un futuro in cui tutti “possano promuovere insieme pace e prosperità”. Tra alti e bassi, pare che sia stata delineata una tabella di marcia per i prossimi 60 giorni – e nessuno può escludere che le trattative abbiano proroghe – per affrontare le questioni più ostiche sul tappeto, i programmi nucleari iraniani, la circa mezza tonnellata di uranio arricchito di cui Teheran dispone, lo statuto dello Stretto di Hormuz – transito con o senza pedaggi -, la levata delle sanzioni, lo sblocco dei beni iraniani congelati.
Dopo la prima sessione di colloqui diretti, ciascuno è tornato a casa raccontando di avere acquisito quel che gli sta a cuore senza fare concessioni. Il che non è credibile e non può essere vero. Quanto a sabotare la trattativa, se non lo fa direttamente Trump, ci provano a Teheran gli ultra del regime, che lanciano droni contro mercantili in transito nello Stretto, e a Gerusalemme il premier israeliano Benjamin Netanyahu, con attacchi in Libano che non cessano nonostante gli annunci di accordi mai rispettati.
Venerdì 26 giugno, è stato firmata a Washington un’intesa fra Israele e Libano, che però non risolve il sanguinoso conflitto in corso da mesi tra l’esercito israeliano e la milizia sciita filoiraniana Hezbollah nel Sud del Paese dei Cedri, con migliaia di vittime, molti civili, donne e bambini.
Firmato dagli ambasciatori a Washington di Israele e Libano, l’accordo, i cui dettagli non sono noti, presuppone che le forze armate libanesi possano controllare il territorio ora gestito da Hezbollah, cosa mai avvenuta da decenni ed estremamente improbabile, almeno alla luce dei rapporti di forza attuali. Il segretario di Stato Usa Marco Rubio parla “di un inizio dell’inizio”: la strada da compiere per pacificare il Libano e garantire la sicurezza di Israele è ancora lunga.
In un’analisi, la Cnn sottolinea, nell’occasione, la diversità di atteggiamento tra Rubio e Vance, nella crisi iraniana e, in generale, la questioni internazionali: il segretario di Stato è più misurato, mentre il vicepresidente è più positivo, nonostante non fosse un sostenitore dell’aggressione all’Iran. Le differenze fra i due possono essere lette in prospettiva elettorale: a Usa 2028, Rubio e Vance saranno potenzialmente rivali per la nomination repubblicana.
Gli europei più attenti agli sviluppi sul fronte dell’Ucraina, si sono incontrati mercoledì 24 giugno, a Berlino: c’erano Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Polonia: ribadito “il forte sostegno”, come ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, a Kiev e a Zelensky. Il giorno dopo, giovedì 25 giugno, il Consiglio dei ministri dell’Ue ha esteso per un altro anno le sanzioni economiche imposte alla Russia per l’aggressione dell’Ucraino: un segnale in più che la pace non pare imminente.


