Nei pro e contro trumpiani dell’ultima settimana – missili e bombe a gogò sull’Iran, premesse d’attacco alle elezioni di midterm del 3 novembre, dazi anti – Canada e, presto, a pioggia dove capita -, c’è pure la chiusura dei Mondiali di Calcio organizzati dagli Stati Uniti con Messico e Canada.
Avesse vinto l’Argentina, sarebbe stato il trionfo dell’asse del male, una passerella per Trump, per il suo sodale Gianni Infantino – il presidente della Fifa – e per il suo clone Javier Milei, presidente argentino, che alla finale non c’era per scaramanzia – meglio che riveda la sua cabala -.
Invece, ha vinto – e meritatamente – la Spagna. E così Trump, accolto da fischi e ‘buu’, ha dovuto consegnare il trofeo alla squadra di quella “gente senza speranza e cattiva”, gli spagnoli, con cui tanto spesso se l’è presa perché il loro governo non condivide i suoi diktat su spese militari e guerre senza senso (e con migliaia di morti) che violano il diritto internazionale. Domenica sera, la “gente senza speranza e cattiva” ha “riso per ultima”, titolava Politico. Con lei tutto il Mondo del calcio e non solo che tifava Spagna contro il sopruso e l’arbitrio.
Ma Trump ha già pronto l’ennesimo cartellino rosso alla cooperazione multilaterale: vuole Infantino come segretario generale delle Nazioni Unite. La prima reazione è di incredula indignazione: l’ennesimo servo – non sciocco – alla corte del presidente che si comporta da re. Ma, a ben pensarci, nell’idea di Trump può esserci del buono: è improbabile che riesca, anche visti i numeri alla Gianni e Pinotto che i due hanno recitato sulla scena mondiale – e quindi sarebbe uno smacco per entrambi –; e libererebbe la Fifa da un boss invadente, che ha come bussole il potere e il profitto (non che tutti i predecessori siano stati migliori).
Mentre scrivevo queste mie considerazioni “post Mondiali di Calcio”, mi chiedevo se non stessi esagerando, se non mi stessi facendo prendere la mano dalla mia ostilità per Trump e per Infantino e pure per l’Argentina che periodicamente si consegna a populismi devastanti – Milei ne è l’epigono – o a crudeli dittature e che si costruisce falsi miti, dalle Falkland alla ‘mano del disonore’ di Diego Armando Maradona.
Poi m’è capitato sotto gli occhi il titolo di Le Monde: “L’Argentina ‘disonorata’, Lionel Messi ‘invisibile’: la stampa internazionale sollevata dopo la vittoria della Spagna nella finale della Coppa del Mondo 2026”. Allora, mi sono detto, non sono solo io a vederla così: “la stampa internazionale” è uscita rinfrancata dalla finale, un po’ perché ha vinto la squadra che ha più meritato – e, nel calcio, non è sempre così -; e un po’ perché hanno perso gli amici di Trump. Che, almeno, non ha lasciato lo stadio per evitare la premiazione, come invece fece Adolf Hitler alle Olimpiadi del ’36 a Berlino per non premiare Jesse Owens, il nero Usa che aveva battuto il suo campione ariano Luz Long.
Sono stati i Mondiali del trionfo dell’Europa – 13 complessivamente i successi mondiali europei nella competizione – sull’America latina – 10 le vittorie -. La fase a gironi aveva scontatamente confermato la forza delle due ‘super-potenze’ calcistiche continentali: per l’Europa 13 squadre promosse e tre eliminate; per l’America latina, cinque promosse e una sola eliminata, a sorpresa l’Uruguay. Ed era esplosa la forza emergente dell’Africa, con una sola eliminata a nove promosse.
La fase a gironi aveva invece decretato la disfatta dell’Asia, al di là delle previsioni, nonostante sia evidente che la sua presenza ai Mondiali è calcisticamente gonfiata – una promossa, sette eliminate – e dei Paesi dell’America centro-settentrionale – tre eliminate su tre, ma c’erano i tre organizzatori ammessi di diritto, tutti passati -.
Ma è soprattutto nella fase ad eliminazione diretta che è emerso lo strapotere europeo: delle squadre agli ottavi, sette erano europee – nonostante l’affondamento di due ‘corazzate’ come Germania e Olanda -, due africane e quattro latino-americane, oltre ai tre Paesi organizzatori; ai quarti, c’erano sei europee, una latino-americana e una africana.
Le letture socio-geo-politiche s’intrecciano. Stefano Feltri, sui suoi Appunti, rileva che “le nazionali di calcio mostrano che integrazione e orgoglio nazionale possono convivere”. Eppure, “la lezione del patriottismo multi-etnico” fatica a essere accettata da radicalismi e populismi di destra e sinistra, anche se dovrebbe essere una lezione appresa, o almeno trangugiata, dal 1998, quando la Francia multi-etnica di Zinedine Zidane e Lilian Thuram s’impose per 3 a 0 sul Brasile.
E mentre in Spagna, e non è la prima volta, il calcio stempera le rivalse separatiste – catalani e baschi sono tutti spagnoli, quando indossano la maglia delle ‘furie rosse’ -, l’esito dei Mondiali conferma che “la storia del calcio dimostra che vince chi sa aprirsi alle idee degli altri”.
È stato un torneo come sempre denso di iperboli e di melensaggini – come ritornello, il passaggio di consegne tra Lionel Messi e Lamine Yamal, il bambinello cui il già campione faceva il bagnetto -; e prevedibilmente zeppo di americanate: lo show nell’intervallo della finale, come al Super-Bowl del football; e i tre minuti obbligatori di ‘stop caldo’ a ogni tempo, per ‘regalare’ alle tv tre minuti di pubblicità in più. Poche le partite spettacolari (e in genere, quelle che non contavano più, come la finale per il terzo posto fra Inghilterra e Francia); qualche rimonta mozza-fiato; una finale sterile decida da un gol nei supplementari in uno stadio ‘di periferia’, il MetLife nel New Jersey.
Per lo storico Andrea Riccardi, i Mondiali “hanno dimostrato che la credibilità dello sport è ridotta al lumicino”, specie quando il potere politico – Trump – interviene su quello sportivo – Infantino, che gli dà retta, per fare annullare una squalifica stracciando i regolamenti. E ci sono anche state “penose narrazioni su ‘rivalità storiche’ ammantate di poesia, come quella tra Inghilterra e Argentina”.
Per Riccardi, “Anche giornalisti, compiacenti e sprovveduti, hanno fatto la loro parte nel costruire uno scenario grottesco. Una ‘grande battaglia’ figlia della guerra per le isole Falkland – Malvinas, promossa dal regime militare dei 30.000 desaparecidos e durata 73 giorni nel 1982”. E quel gol ricorrente di Maradona nel 1986, la ‘mano di Dio’ idolatrata che in realtà fu un furto sportivo. E, ancora, “il costo dei biglietti della finale di un ex sport popolare” lievitato a due milioni di dollari, sul mercato delle rivendite.
In linea con la storia ‘a fumetti’ delle ricostruzioni nazional-popolari, Politico presenta la vittoria della Spagna sull’Argentina come “il trionfo dei conquistadores”. A me pare piuttosto la tenuta d’una linea di resistenza alla nuova barbarie delle motoseghe e della presupponenza.


