Elettrificazione ed ETS, l’Europa rilancia la transizione verde ma l’industria chiede garanzie. Siamo a una nuova svolta lungo la strada della transizione verde? Cerchiamo di capirci qualcosa.
Indipendenza energetica: la sconosciuta
La Commissione Eu nei giorni scorsi ha riaperto il dossier green, concentrandosi su competitività industriale, indipendenza energetica e decarbonizzazione. Tre pilastri di un nuovo Piano d’azione per l’elettrificazione e della proposta di revisione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione (EU ETS). Bruxelles vuole accelerare la transizione energetica facendo leva sull’elettricità prodotta da fonti pulite e su un mercato della CO₂ più efficace a sostegno degli investimenti. Gli ETS, appunto. Ma i soldi sono sempre la cartina di tornasole di ogni buona intenzione politica. Il percorso presentato a Bruxelles si annuncia, però, tutt’altro che semplice e riapre il confronto con il mondo produttivo sulle ricadute economiche della transizione.
Europa vulnerabile
Le crisi energetiche degli ultimi anni hanno dimostrato che la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili rende l’Europa vulnerabile ad ogni tipo di eccesso bellico. L’elettrificazione è, quindi, la strada per rafforzare la sicurezza energetica e ridurre il peso delle importazioni di petrolio e gas. I numeri, del resto, fotografano una situazione lontana dagli obiettivi europei. Il 70% dell’elettricità dell’Unione è prodotto da fonti pulite interne, ma l’elettricità è appena il 23% dei consumi finali. Bruxelles punta, allora, al 46% di elettrificazione entro il 2040. Un traguardo raggiungibile se si investono risorse e si prendono per buone le stime di una riduzione di circa 300 miliardi di euro l’anno di importazioni di combustibili fossili.
Investimenti necessari
Le prospettive economiche ritornano interessanti mettendo soldi in sistemi di accumulo, mobilità elettrica e nell’ammodernamento degli impianti industriali. Ma è qui che emergono le principali perplessità del sistema produttivo. Molte imprese chiedono tempi compatibili con i cicli industriali, costi dell’energia più competitivi e strumenti finanziari adeguati ad accompagnare la transizione. Temono la capacità di competere sui mercati internazionali.
Al centro del dibattito c’è la riforma del sistema europeo di scambio delle quote di emissioni inquinanti introdotto nel 2005. Il meccanismo ha prodotto risultati significativi e ridotto del 50% le emissioni dei settori interessati. La Commissione ritiene ora necessario adeguare il sistema alla situazione internazionale. Un quadro nel quale l’ETS resta la principale leva della politica climatica. Una parte del mondo industriale teme che un costo della CO₂ troppo elevato diventi un aggravio per le imprese energivore, già penalizzate da alti prezzi dell’energia. Le organizzazioni ambientaliste e molti economisti ritengono, invece, che indebolire il segnale di prezzo dell’ETS equivale a rallentare gli investimenti nelle tecnologie pulite e trascurare gli obiettivi climatici europei.
«Il modo migliore per ridurre la dipendenza dell’Europa dall’energia fossile è alimentare la nostra economia con energia elettrica proveniente da fonti pulite e autoctone» ha spiegato Ursula von der Leyen. Il consenso sull’obiettivo è ampio. Diciamo che von der Leyen ha messo la palla al centro di un campo sul quale ci sono giocatori agguerriti, nemici, che da venti anni non riescono ad alzare il trofeo della salvaguardia dell’ambiente con la sostenibilità economica. La partita riprende adesso con il mondo sconvolto da guerre devastanti. L’Europa smetta di essere un campo di nemici. Occasione da non perdere.


