
Due anni dopo, gli elettori americani ci hanno ripensato: bocciano Donald Trump e i repubblicani; e promuovono i democratici che, nel voto di midterm, conquistano la maggioranza alla Camera – era largamente previsto – e al Senato – non era affatto scontato -. Questa volta, i sondaggi sbagliano perché sopravvalutano il magnate presidente e sottovalutano lo scontento popolare per gli effetti delle sue scelte, la guerra all’Iran e i dazi, il caro benzina e il caro vita che ne sono conseguiti.
Gli elettori americani vanno alle urne per rinnovare la Camera – 435 seggi – ed un terzo del Senato – 35 seggi su 100 – e per scegliere i governatori di 36 Stati e tre territori, decidere la composizione di assemblee statali e locali, pronunciarsi su sindaci, sceriffi, magistrati, votare in referendum.
Al Senato, i democratici, che avevano 47 seggi, si ritrovano con 55/56 seggi – spogli e verifiche sono ancora in corso -: strappano ai repubblicani sette seggi senza perderne nessuno, Maine, North e South Carolina, Ohio, Iowa, Kansas, Texas; sono testa a testa in Alaska e in Mississippi. Alcuni risultati sono clamorosi: non accadeva da 94 anni che il Kansas avesse un senatore democratico; non accadeva da 38 anni che il Texas eleggesse un senatore democratico.
Alla Camera, i democratici viaggiano vero i 250 seggi su 435. Quella che all’inizio era un’onda blu – blu è il colore dei progressisti – diventa con il passare delle ore una marea blu, poi uno tsunami.
La botta è talmente forte che il presidente Trump ne resta sconcertato: cancella tutti gli impegni dall’agenda di mercoledì, per valutare la situazione con i suoi collaboratori; pubblica post fra di loro contraddittori; e rilascia interviste a raffica, disseminando messaggi fra di loro discordanti. Si dice conciliante e disponibile al compromesso con i democratici, poi ribadisce di essere pronto a porre raffiche di veti sulle iniziative dell’opposizione.
Parte lancia in resta alla caccia dei responsabili della disfatta – il maggiore e forse l’unico è proprio lui, ma questo non lo ammetterà mai – e punta il dito contro il segretario alla Guerra Pete Hegseth, che gli avrebbe fatto attaccare l’Iran. Poi fa l’elogio della sua squadra e dello stesso Hegseth. Sull’Iran, parla di negoziati ma non esclude una ripresa dei bombardamenti.
L’aggressione all’Iran, lanciata il 28 febbraio insieme a Israele, e il conseguente aumento del costo della vita “sono le cause principali della sconfessione del presidente da parte degli elettori”, scrive Le Monde. Trump aveva loro promesso di innescare la pace in Ucraina e in Medio Oriente, e di non coinvolgere più l’Unione in guerre, oltre che di contenere l’inflazione: non ha mantenuto nessuno degli impegni presi, tranne quelli di imporre dazi e di deportare con modi spicci migranti irregolari.
Usa: midterm, i risultati e i personaggi
Nella notte delle elezioni, i risultati arrivano più spediti del solito e sono univoci: i democratici vincono largo dove sono favoriti e sono competitivi anche là dove non dovrebbero esserlo; e invece i repubblicani non vincono nessuna delle corse in bilico e faticano a imporsi là dove sono favoriti.
Fra i democratici, in evidenza il senatore della Georgia Ion Ossoff, soprannominato l’Obama bianco per la sua eloquenza, al secondo mandato; e i neosenatori del Michigan e del Texas Abdul el Sayed – il primo senatore musulmano – e James Talarico – un predicatore che si autodefinisce “la fionda del Signore” -. Per motivi diversi, El Yusef e Talarico sono acerbi per la Casa Bianca; Ossoff, invece, è già pronto per la corsa alla nomination, che partirà all’inizio del 2027, quando s’insedierà il nuovo Congresso, il 6 gennaio.
E sono pure pronti a scendere in campo i due governatori brillantemente confermati di Pennsylvania e Illinois, Josh Shapiro e JB Pritzker. Il campo degli aspiranti alla nomination democratica, con pure Kamala Harris, Peter Buttigieg e chi sa chi altri, s’annuncia molto ampio: nessun aspirante, tranne forse Harris, ha una notorietà nazionale; tutti devono farsi conoscere, trovare fondi, capire se hanno chances.
Altri personaggi di queste elezioni sono Chris Pappas, il primo senatore dichiaratamente gay, eletto nel New Hampshire, e Keisha Lance Bottoms, prima governatrice della Georgia e prima nera governatrice dell’Unione.
Usa: midterm, i responsabili della disfatta e i ‘capri espiatori’
Nel campo repubblicano e alla Casa Bianca, invece, cercansi capri espiatori: Trump ne indica uno nel segretario alla Difesa Pete Hegseth, che lo avrebbe spinto alla guerra all’Iran – poi fa marcia indietro e ne tesse l’elogio -. Nei prossimi giorni, vedremo gente che lascia l’Amministrazione perché sfinita – la capa dello staff Susie Wiles -; gente ‘epurata’; e gente che si defila per ‘rifarsi una verginità non trumpiana’ (uno potrebbe essere il segretario di Stato Marco Rubio, se vuole coltivare sogni di presidenza). Chi non può smarcarsi troppo e il vicepresidente JD Vance, che rischia di restare prigioniero del suo ruolo e di subirne contraccolpi negativi a fine mandato.
Quanto ai ‘capri espiatori’, in pole position c’è James Blair, che Trump chiama – o forse chiamava – ‘James il brillante’, lo stratega repubblicano di queste elezioni, noto per la conoscenza enciclopedica di ogni minimo dettaglio elettorale, dei trend storici della geografia dei collegi. Le doti di Blair – scrive il Washington Post – gli hanno conquistato la fiducia del magnate presidente: gli fornisce informazioni in modo diretto, sintetico e pragmatico.
Però, anche le persone più brillanti alla fine possono finire male. Blair, 37 anni, ha il profilo ideale della persona su cui scaricare le responsabilità. Da vicecapo dello staff della Casa Bianca è stato promosso ‘stratega in capo’ della campagna dei repubblicani, finita ora in un flop quasi senza precedenti: è vero che le elezioni di midterm sono in genere sfavorevoli al presidente, specie durante il secondo mandato, ma non in queste dimensioni. Se sarà cacciato, Blair non ne sarà sorpreso: sapeva bene che, se i repubblicani avessero vinto, il merito sarebbe stato tutto di Trump; ma siccome hanno perso la colpa è tutta sua. Del resto, il magnate presidente va ancora dicendo che se il suo nome fosse stato sulla scheda sarebbe finita diversamente.
Storicamente, le elezioni di midterm vedono un’affluenza più bassa rispetto alle presidenziali: mediamente, nel dopoguerra è andato alle urne il 40% dell’elettorato, rispetto al 50/60 % quando c’è in palio la Casa Bianca. Quest’anno, però, anche se mancano ancora cifre ufficiali, l’affluenza ai seggi è stata molto elevata, proprio per l’effetto referendum pro o contro Trump creatosi.
I timori di interferenze col voto da parte dell’Amministrazione o di Elon Musk o di attori stranieri non si sono apparentemente concretizzati. E non sono venute da Trump e/o dei repubblicani denunce di brogli, nonostante il Dipartimento della Giustizia abbia cercare di esercitare un controllo sulle procedure di voto, che sono di competenza dei singoli Stati, e – in qualche caso – di intimidire gli operatori ai seggi. Tutto si è svolto nella calma, fino allo tsunami dei risultati.
Usa: midterm, riflessi su guerre e relazioni internazionali
I risultati delle elezioni di midterm negli Usa vengono seguiti e commentati in tutto il Mondo: c’è prudenza, perché c’è l’incognita del colpo di coda della belva ferita, cioè il rischio che Trump voglia coprire con i boati dei bombardamenti sull’Iran il tonfo sordo della sua sconfitta. Pechino apre all’ipotesi di un vertice triangolare Cina-Russia-Usa, una sorta di Yalta del XXI Secolo, Mosca guarda ai negoziati indiretti con l’Ucraina la prossima settimana, mediati dagli Usa. L’Europa non piange una lacrima per Trump, ma l’entusiasmo che traspare per il successo democratico è fuori misura: al midterm, hanno perso il presidente e i repubblicani, più di quanto non abbiamo vinto i democratici.
L’indebolimento di Trump è una cattiva notizia per il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che forse perde una spalla per riprendere gli attacchi all’Iran. Poco prima del voto, il presidente Usa, provando alla disperata a corteggiare il voto ‘pro pal’, aveva annunciato il blocco della fornitur all’Iran di aiuti umanitari a Israele per quattro miliardi di dollari l’anno. Trump aveva spiegato che Israele è un Paese ricco e non ha bisogno di soldi degli Stati Uniti, ma piuttosto di armi; e che potrà sempre comperare dagli Stati Uniti armi per l’equivalente di quella somma.
Sul fronte ucraino, c’è fermento diplomatico e si preparano gli incontri della prossima settimana: oltre ai negoziati indiretti tra Russia e Ungheria, c’ sarà un Vertice europeo straordinario e anche una consultazione in ambito nato fra stati Uniti e Francia, Germania e Gran Bretagna. L’Italia ne resta fuori.


