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    Home»Inchiesta sanità 1»Fortunato: digitale per curare da casa
    Inchiesta sanità 1

    Fortunato: digitale per curare da casa

    Matilde ScuderiDi Matilde ScuderiFebbraio 19, 20210 VisualizzazioniTempo lettura 9 min.
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    Photo by National Cancer Institute on Unsplash
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    Vincenzo Fortunato

    Le tecnologie digitali hanno già da qualche tempo iniziato a contribuire significativamente al ripensamento di diversi aspetti dell’assistenza sanitaria. Tale processo ha subito un’accelerazione straordinaria con l’epidemia di COVID 19, evento che ha costretto a ripensare in toto le modalità di interazione sociale, spingendo ai massimi livelli la pervasività della tecnologia nelle nostre vite. Tanto più nel settore della sanità e dell’assistenza, che più di tutti ha combattuto in prima linea per arginare la diffusione del virus e che, purtroppo, è stato tra quelli che ha visto il numero più elevato di vittime del contagio: stando ai dati INAIL  proprio qui si registra il 68,8% delle denunce e un quarto (25,2%) dei decessi codificati. Vanno progettate nuove architetture per il nostro sistema sanitario che lo rendano più agile, inclusivo e resiliente, come ci spiega l’esperto Vincenzo Fortunato, Manager, senior advisor e imprenditore con una laurea in fisica e quasi trent’anni di esperienza internazionale in innovazione e trasformazione digitale nel settore pubblico e privato.

     

    Cosa si intende per “sanità digitale”?

    In parole semplici, è l’applicazione di tecnologie digitali di diversa natura alla cura di pazienti e dei cittadini in generale, in modalità ubiqua, connessa, sicura e continua. Intendiamoci, la sanità oggi è già digitale, il problema è che lo è solo nelle strutture di ricovero e di cura. La rivoluzione necessaria, starà nel portare queste tecnologie a casa delle persone o sul loro smartphone, per esempio per rispondere a emergenze come l’attuale pandemia, senza inseguirla, considerandola apparentemente un fenomeno di difficile gestione. In sostanza, andranno abbattute virtualmente le mura degli ospedali, per far sì che cambi radicalmente l’architettura del sistema sanitario nel suo complesso.

    Dovremo arrivare a un modello basato sul concetto di sanità digitale intesa come erogazione di un servizio continuo, senza limiti di spazio e di tempo, nel quale la coscienza da parte del paziente delle proprie condizioni fisiologiche e psicologiche sarà parte integrante del rapporto con il proprio medico. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il cosiddetto patient empowerment è “un processo attraverso il quale le persone ottengono un maggiore controllo sulle decisioni e sulle azioni che riguardano la loro salute”. Tale coscienza passerà attraverso l’utilizzo di strumenti digitali che ci informeranno in tempo reale del nostro stato psicofisico.

    In Germania, dal 2019 è possibile per i medici di base prescrivere l’utilizzo di app a carattere terapeutico o per il monitoraggio, collegate a qualche sistema di analisi della sfera fisiologica dei pazienti o delle loro abitudini di vita, ma anche per potersi collegare in tempo reale al proprio medico di famiglia o a uno specialista per una prima indagine in remoto. Il Digital Healthcare Act (DVG) ha aperto un percorso strutturato per far rimborsare le applicazioni per la salute digitale dai fondi di assicurazione sanitaria, rendendole così accessibili ai pazienti su una base molto ampia. Anche in Italia, di recente, la Conferenza Stato-Regioni ha approvato le “Linee guida per la Telemedicina nel SSN”. Le prestazioni sanitarie attraverso la telemedicina entrano così ufficialmente nelle opportunità offerte da Servizio sanitario nazionale.

    La rivoluzione è appena iniziata.

     

    Quali sono i vantaggi dell’applicazione di tecnologie quali la telemedicina o il telemonitoraggio in ambito sanitario?

    Visitare un paziente connesso in remoto presso la propria abitazione o tenerlo sotto osservazione continua per mezzo di sensori medicali connessi a un sistema di telemonitoraggio cambieranno in maniera radicale l’approccio dell’atto medico. I vantaggi per i cittadini saranno enormi: immagini la possibilità di attivare in tempo una televisita con il medico di base perché il mio sensore da polso ha rilevato un’anomalia nei miei parametri vitali. Se il mio medico avesse poi necessità di un parere specialistico, aprirebbe una sessione di teleconsulto con un collega magari all’estero, potendo così decidere istantaneamente se sia necessario un intervento di personale sanitario a domicilio o un ricovero tramite un servizio di automedica connessa inviata dal centro specializzato più vicino, che arriverebbe con i miei tracciati già a bordo dei propri sistemi mobili.

    Foto del National Cancer Institute su Unsplash

    Ciò è emerso con chiarezza nella gestione della pandemia di COVID-19: alcuni Paesi hanno già avuto approcci diversi alla gestione del contagio, sia in termini organizzativi (sistemi di verifica dell’insorgenza della pandemia), che di diagnostica sul campo (attraverso, p. es. medici di base e/o presìdi mobili a tale scopo attrezzati), che per l’utilizzo di tecnologie disponibili a livello internazionale per il monitoraggio in tempo reale della pandemia.  Le nuove tecnologie anche in Italia potrebbero nell’immediato futuro consentire il controllo e la protezione della popolazione, nonché la pianificazione di attività diagnostiche su larga scala, oltre all’assistenza integrata in remoto per pazienti affetti presso le proprie abitazioni. Vi sarebbe quindi meno necessità di accesso alle strutture sanitarie e questo, in situazioni come quella della pandemia che stiamo vivendo, porterebbe enormi vantaggi per le strutture stesse in termini di protezione del personale sanitario e di disponibilità di terapie intensive solo per i casi di comprovata necessità.

    È il paradigma del futuro prossimo.

     

    In che modo cambia il rapporto tra medico e paziente grazie alle tecnologie digitali?

    La telemedicina e la sanità digitale ci daranno accesso alle risorse sanitarie necessarie in tempo reale, sempre e ovunque. Non dimentichiamo però gli aspetti del contatto umano. È qui che si giocherà la sfida per la cura delle persone, soprattutto se fragili, come gli anziani e i pazienti cronici. Il tema non è solo e unicamente tecnologico e rappresenta forse la rivoluzione più grande, non tanto per chi accede alle risorse sanitarie poco spesso, quanto per chi ne ha maggiore necessità in termini di specializzazione e di continuità temporale. Sappiamo bene che una sfera psicologica integra fa parte delle risorse a disposizione per curare una malattia, anche semplicemente per evitare che peggiori. Qui si combatterà la sfida decisiva per non abbassare la soglia di attenzione verso la persona, semplicemente perché c’è un algoritmo o un robot sanitario che si prende cura di qualcuno. Altrimenti, le tecnologie potrebbe avere addirittura l’effetto opposto, creare lazzaretti digitali remoti è l’ultima cosa che dobbiamo fare. In questo senso, la rivoluzione toccherà in primis il personale sanitario stesso, in particolare i medici, quelli di famiglia certamente. Una visita con un proprio assistito che si conosce da anni non è mai una routine. Visitarlo a distanza domani potrebbe avere un impatto diverso. L’introduzione di nuove tecnologie ha conseguenze spesso diverse da quelle che si riescono a immaginare. Si pensi allo smart working e alla didattica a distanza, che si sono resi necessari in tempi di lockdown.

     

    Come si può aggirare il gap tecnologico che potrebbe mettere in difficoltà i pazienti più anziani?

    Quando le tecnologie sono sufficientemente mature e sofisticate, diventano semplici da usare. Oggi monitorare i parametri vitali di un paziente richiede ancora apparati costosi, ingombranti e utilizzabili solo da personale specializzato, presso ospedali e strutture di ricovero. Esistono però già soluzioni tecnologiche che hanno miniaturizzato i sensori di raccolta del dato vitale, ma soprattutto esiste l’intelligenza artificiale che tramite specifici algoritmi legge e interpretata i “raw data” raccolti sul paziente e li confronta con particolari soglie che non dovrebbero essere superate, avvisando sia il paziente stesso che una centrale di controllo remota che quella persona è “a rischio” di un evento avverso. Non a caso, tali sensori oggi diventano “indossabili”: sarà semplice come portare un orologio e il sistema intelligente dietro a quel dispositivo farà il resto.

    Insieme a un gruppo di partner “visionari”, stiamo testando un dispositivo rivoluzionario, nato da uno spin-off del Massachusetts Institute of Technology e che la NASA ha scelto per monitorare il sonno degli astronauti nel prossimo futuro. Si tratta di un device indossabile, in grado di monitorare in tempo reale alcuni parametri fisiologici, tramite i quali un algoritmo basato su Intelligenza Artificiale è in grado di avvertire il paziente o una centrale di controllo che quel paziente è a rischio di un attacco, per esempio una crisi respiratoria o epilettica. Con questi sistemi, si va nella direzione della medicina predittiva, prevedere cioè su base probabilistica gli eventi potenzialmente avversi con un anticipo tale da consentire il salvataggio di vite umane.

     

     

    Visto il particolare assetto della sanità italiana, come conciliare la necessità di un SSN complessivamente più agile con le diverse velocità a cui viaggiano i nostri diversi sistemi nazionali regionali?

    Da questo punto di vista, le tecnologie digitali potranno giocare un ruolo decisivo nel coordinamento. Avere piattaforme tecnologiche nazionali, quando l’interesse è quello della profilassi internazionale, oltre a rispondere al dettato costituzionale, potrà anche abilitare la visione d’insieme che oggi manca in tempo reale, rispetto ai sistemi sanitari regionali.

    In sostanza, le procedure mediche a scopo di prevenzione e di terapia, per esempio, che bene possono essere integrate nel mondo digitale, favorirebbero le politiche attive regionali, arrivando a potenziare l’assistenza territoriale e la continuità assistenziale che, per esempio i medici di base devono garantire come primo presidio verso la popolazione. Dotarli di nuovi strumenti digitali, il più possibile semplici da utilizzare, sarà una delle risposte alle emergenze come quella che stiamo vivendo da mesi.

    Foto del National Cancer Institute su Unsplash

    Che cos’è PNEUS?

    È un progetto visionario, ma realizzabile, nato come risposta all’emergenza Covid, un esempio di come un insieme di alte tecnologie già disponibili possono andare incontro agli obiettivi che abbiamo citato. Anche in questo caso, l’efficacia di questa proposta non si esaurisce nell’attuale situazione, ma potrebbe rappresentare una delle propaggini avanzate di un nuovo sistema sanitario digitale. Tecnicamente è un sistema di realizzazione del censimento epidemiologico polivirale, sierologico e molecolare, dei soggetti immuni/contagiati/puri, attraverso il dispiegamento territoriale di unità mobili connesse in rete, che non prevedono la presenza di personale sanitario e realizzano, ciascuna singolarmente ed in maniera coordinata tra loro, la gestione integrata, sincronizzata e completamente automatizzata, attraverso robot antropomorfi, nel pieno rispetto della privacy, di tutto il ciclo di deposito autonomo e analisi di campioni biologici, saliva in particolare. Più semplicemente, si tratta di “droni sanitari terrestri”, totalmente automatizzati, in grado di pianificare anche il proprio dispiegamento territoriale, sulla base delle necessità. Chi lo ha concepito, non a caso, viene da ambiti tecnologici diversi da quello sanitario.

    La contaminazione di esperienze e competenze diverse rappresenterà presto un fattore decisivo per innovare la sanità. Un giorno non lontano ingegneri, fisici ed esperti di logistica e robotica collaboreranno per rendere possibile ciò che oggi stiamo iniziando a immaginare.

    sanità tecnologia telemedicina
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    Matilde Scuderi

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