Con l’emergere dell’economia cinese, una Russia sempre più aggressiva, ma soprattutto con il grande tradimento da parte degli Stati Uniti di Trump, un’Europa federale è una necessità geopolitica ed economica. Ma attenzione, un’unione di istituzioni e burocrazie non ci salverà.
Negli ultimi anni parlare di Europa è diventato sempre più complicato. Siamo passati dal sogno dell’integrazione alla crisi dei debiti sovrani, dalla Brexit ai nazionalismi risorgenti, dalle migrazioni mal gestite a una nuova guerra mondiale diffusa.
Eppure, in questo scenario incerto, una nuova voce si sta levando: quella di chi non vuole limitarsi a difendere l’Europa così com’è, ma vuole costruirne una diversa. Migliore. Più giusta. Più coraggiosa.
Ma migliore come? Che cosa dovrebbero essere questi nuovi “Stati Uniti d’Europa” al di là di un cattivo slogan elettorale che occhieggia al modello turbocapitalista degli Stati Uniti D’America? L’Europa, infatti, e stata per lungo tempo la bandiera che hanno sventolato forze moderate, neoliberali, di destra e sinistra o centriste. Qualcosa di astratto, un progetto di tecnocrati sul quale si poteva vagamente concordare nei salotti buoni, condannare dalle fila più estreme del dissenso sociale e beatamente ignorare nella vita reale. Ma un’Europa concreta, che si interroga sui diritti di chi lavora indipendentemente da dove vive, che distribuisce tecnologia ed energie oltre i confini, e che inventa soluzioni comuni a cambiamenti globali – dal lavoro al clima, dal diritto internazionale all’intelligenza artificiale – non è stata davvero mai testata.
Pero di fronte a un mondo in cui il leader del nostro più grande e storico alleate dimostra non solo riprovazione per le democrazie europee, ma forse anche un diretto desiderio di smantellare l’Unione messo per iscritto nella propria strategia di Sicurezza nazionale, la risposta non può essere la rassegnazione. Deve essere una nuova ambizione europea non solo immaginata ma progettata, e con una precisa cornice valoriale.
1. Un’Europa accogliente: contro la Fortezza Europa, per la dignità di tutti
A destra, ormai, non si parla più di uscire dall’UE come qualche anno fa. La nuova strategia è trasformarla in una fortezza: muri visibili e invisibili, centri di detenzione alle porte delle nostre città, accordi di esternalizzazione delle frontiere con Paesi che non rispettano i diritti umani, o che siamo abituati a trattare come colonie. Il tutto giustificato da una narrativa tossica che dipinge il migrante, soprattutto se musulmano, come una minaccia. Non c’è niente di meno europeo di odiare chi è diverso.
L’Europa che vogliamo riconosce che la diversità è una forza, che chi arriva qui non è un numero, ma una persona. Che il nostro futuro dipende dalla capacità di attrarre talenti, idee, energie da tutto il mondo e mescolarle alle nostre.
E in barba alle narrative, sempre più popolari in politica, che gridano all’ordine pubblico, è impossibile chiamare “ordine” un sistema che finanzia la Guardia Costiera libica, che permette profilazioni razziali e che costruisce nuove prigioni fuori dai confini per non doversi assumere responsabilità.
Altro che ordine, questo è caos puro che sta già generando violenza e instabilità ai confini dell’Europa come emerge dalle ultime vicissitudini in Tunisia. La vera alternativa è un modello umano, efficace e basato sui diritti. Perché un’Europa che tratta tutti come uguali è un’Europa che si prepara al futuro.
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Un’Europa economicamente giusta: la prosperità non richiede disuguaglianze
Ci hanno ripetuto per anni che l’ineguaglianza è inevitabile. Che alcuni devono accumulare ricchezze astronomiche affinché, forse, un giorno, una parte minuscola ricada anche su di noi. Ma i numeri parlano chiaro, in Europa ci sono440 miliardari da un lato, e dall’altro 93 milioni di persone sotto la soglia o a rischio povertà.
La matematica non torna, e nemmeno la logica.
Non possiamo accettare un’Europa in cui, mentre pochi accumulano ricchezze che superano l’immaginabile, i giovani scappano all’estero per avere stipendi dignitosi, gli affitti divorano i salari e le famiglie non sanno come arrivare a fine mese. Chiedere giustizia economica non è un’idea da estremisti radicali, è pragmatico, è di buon senso. Perché, quando il contratto sociale crolla, crolla anche la fiducia. E senza fiducia, nessuna comunità può prosperare. Un’Europa economicamente giusta è un’Europa più ricca, più stabile, più forte.
3. Un’Europa coraggiosa nel mondo: la forza di parlare con una sola voce
Per troppo tempo ci siamo adagiati nell’idea che qualcun altro, spesso gli Stati Uniti, avrebbe gestito per noi la diplomazia, le crisi, la sicurezza. Ma oggi il mondo non funziona più così e l’Europa non può permettersi l’illusione della dipendenza perpetua.
Come possiamo contribuire a una pace giusta in Ucraina o a Gaza se non abbiamo una politica estera comune? Come possiamo influenzare lo scacchiere geopolitico se non abbiamo un esercito europeo? Come possiamo guidare il mondo nella transizione verde, nei diritti umani, nella tecnologia, se continuiamo a parlare con 27 voci differenti?
Un’Europa adulta, autorevole, capace di far valere il proprio peso globale richiede una vera diplomazia europea, un esercito europeo, e una politica estera comune.
Il coraggio non è uno slogan: è una necessità.
Questa visione non nasce nei palazzi, ma nelle città, nei movimenti, in chi crede che la politica sia ancora uno strumento per migliorare la società. Giovani che rifiutano la rassegnazione, persone più mature che portano esperienza e saggezza. Femministe che sanno che uguaglianza significa guardare a tutte le disuguaglianze, non solo a quelle più comode. Europei che vogliono cambiare l’Europa dall’interno, invece di abbandonarla.
Un’Europa accogliente, un’Europa giusta, un’Europa coraggiosa. E alla domanda: “Chi la sta costruendo?” dobbiamo avere il coraggio di metterci in gioco e rispondere: noi, noi la stiamo costruendo! Noi stiamo creando il nuovo futuro dell’Europa!