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    Home»Inchiesta Carcere amaro - 2»Recidere il nero filo della vendetta
    Inchiesta Carcere amaro - 2

    Recidere il nero filo della vendetta

    Alessandro Erasmo CostaDi Alessandro Erasmo CostaOttobre 20, 20230 VisualizzazioniTempo lettura 4 min.
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    Foto di Valentin Salja su Unsplash
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    Molti cittadini sinceramente democratici, che credono nei diritti umani, si meravigliano che moltissimi altri cittadini, dinnanzi all’orrenda situazione delle carceri italiane, pensino, o addirittura dicano, “ma in fondo se lo sono meritato, potevano pensarci prima di commettere reati”.

    Molta parte della società umana, non solo di quella italiana, continua a considerare la pena, il carcere, come una sorta di vendetta, contro coloro che hanno causato alle loro vittime danni fisici o materiali.

    Foto di Lisa Redfern da Pixabay

    Non si deve dimenticare però che il carcere, l’esclusione dei colpevoli dalla comunità, è stato un gigantesco passo avanti rispetto a secoli nei quali si applicava la legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente”. Però la reclusione dei cattivi, a ben guardare, non era tanto un gesto di umanità, quanto prendere atto che la vendetta rendeva la società ancora più insicura. Tagliare la mano al ladro era forse un messaggio forte, ma attizzava l’odio e il risentimento dei parenti e della comunità del colpevole: la spirale d’odio rischiava di non avere fine. Giuristi e politici illuminati hanno pensato di avere inventato il senso rieducativo della pena, oggi previsto da molte costituzioni. Si è trattato di un innegabile passo avanti, ma in realtà non erano loro ad averlo pensato per primi. Duemila anni fa il Cristianesimo si fondava sul perdono, porgere l’altra guancia e millequattrocento anni fa Maometto definiva Allah come “il clemente e il misericordioso” e tutte le Sure del Corano cominciano con questa affermazione. Viene in mente che non si trattasse solo di migliorare gli esseri umani, ma anche di superare la vendetta che, prima di tutto, non funzionava.

    Riccardo Di Segni – – Foto da wikipedia.org – CC BY-SA 2.0

    Anche per gli ebrei Dio è misericordioso. Un fondamentale riferimento si trova nell’Esodo (34:6) che vede «l’Iddio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in benignità e fedeltà». Per l’ebraismo però la misericordia è inscindibile dalla giustizia. Riccardo Di Segni, l’attuale Rabbino Capo di Roma, ci fa notare nel suo prezioso saggio, Perdonare le offese, che “nessuna delle due qualità regge da sola: non c’è giustizia senza misericordia, non c’è misericordia senza giustizia”. Anzi, con grande onestà intellettuale ed enorme saggezza, specifica “il primo progetto creativo del mondo, dicono i rabbini, era basato sulla giustizia, ma vedendo che il mondo non avrebbe potuto resistere, il Creatore optò per il piano B, quello della misericordia unita alla giustizia”. Non si potrebbe dire meglio di così quanto la misericordia, la clemenza, faccia parte della giustizia, e non vi sia contrapposizione fra di esse.

    Recuperare i cattivi serve per ottenere una comunità coesa, perché tutti possiamo diventare cattivi. Riportare i colpevoli nella comunità significa renderla più forte, mentre la vendetta perpetua l’odio e la separazione, generando spesso nuova violenza.

    Mia nonna criticava la parabola del figliol prodigo: le sembrava una ingiustizia che si facesse tanta festa per qualcuno che non aveva rispettato le regole, mettendo in disparte i giusti che si erano sempre comportati bene.

    Mi ci sono scervellato per anni, ma poi credo di aver capito.

    Tutte le comunità umane provano immensa felicità quando un figlio o un amico ritornano dalla selva oscura, ritornano fra noi. Siamo felici che voglia ritornare a vivere con noi, che abbia capito che le nostre regole erano quelle giuste. Forse che il nostro cuore, preferisce riaccogliere? La clemenza ed il perdono sono le prime radici del senso rieducativo della pena.

    Oggi chiamiamo giustizia riparativa quel procedimento che serve a riconciliare i colpevoli con le loro vittime. È stato utilizzato in Sudafrica, dopo la fine dell’apartheid, perché coloro che avevano commesso assassini, violenze ed atrocità si incontrassero con le vittime o i loro parenti per riconoscere la loro colpa e manifestare pentimento. In molti casi ha funzionato, come mostra il bellissimo film “In My country”, l’obiettivo è proprio quello di rompere la spirale dell’odio e della vendetta, perché il riconoscimento della colpa e il pentimento sono spesso più forti del castigo della legge. Il padre di uno dei ragazzi uccisi nell’attentato terroristico del Bataclan, a Parigi, ha detto “terroristi, non avrete il mio odio”. E forse per non odiare non ci vuole una grande bontà, un grande cuore, ma soltanto una chiara coscienza che l’odio non ci libera dai risultati di un crimine: resta soltanto un oscuro veleno nella mente e nel cuore delle vittime.

    Giustamente ci indigniamo per la condizione delle nostre carceri, ma la battaglia non sarà vinta da politici, filosofi e giuristi. Ma soltanto quando faremo comprendere a tutti, come mi ha detto un mio vecchio amico, che aiutava due donne con parenti in carcere perché pensa, che coloro che hanno sbagliato non sono diversi da noi.

     

    Foto di apertura di Valentin Salja su Unsplash

    carcere giustizia riparativa perdono vendetta
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    Alessandro Erasmo Costa

    Alessandro Costa nato a Roma, ha insegnato il diritto internazionale e i diritti umani per 40 anni. Ha lavorato nella Cooperazione per lo Sviluppo Economico in molti paesi del mondo e in particolare Medio Oriente e Mediterraneo e Africa (piccole e medie imprese, lavoro delle donne e dei giovani, rispetto dei diritti umani da parte delle imprese). Ha pubblicato molti saggi fra i quali “Il Governo e le Regole dell’economia globale nell’era dei metaproblemi” e più recentemente “il libro Le Diverse, che raccoglie storie di donne di tutto il mondo.

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