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    Home»Mondo»Biden, luci come presidente, ombre da candidato
    Mondo

    Biden, luci come presidente, ombre da candidato

    Domenico MaceriDi Domenico MaceriMarzo 20, 20240 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    "Joe Biden" by Ancho. is marked with Public Domain Mark 1.0.
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    Joe Biden è stato un buon presidente ma sarà un pessimo candidato al secondo mandato. Questa sarebbe la sintesi dell’editorialista Ezra Klein del New York Times il quale auspica il ritiro di Biden, suggerendo che sarebbe sostituito da un altro candidato scelto alla Convention del Partito Democratico.

    L’idea di Klein è poco ortodossa ma non è da escludere e potrebbe essere forzata nei prossimi mesi. Tutto dipende dalla condotta di Biden che, salvo colpi di scena, culminerà con la nomination ufficiale alla Convention nel mese di agosto a Chicago.

    I primi tre anni e mezzo della presidenza Biden riflettono una buona performance da parecchi punti di vista. Nonostante la risicata maggioranza alla Camera e al Senato l’attuale presidente è riuscito a fare approvare importanti leggi che hanno messo gli Stati Uniti nella giusta direzione. Le leggi sulle infrastrutture e sulla riduzione all’inflazione, abbinate all’ampliamento dell’Obamacare, la riforma sanitaria approvata durante la vicepresidenza di Biden, hanno avuto successo. Biden è anche riuscito a costringere le compagnie di assicurazione ad iniziare le negoziazioni con Medicare, la sanità degli anziani, riducendo i costi delle medicine. L’economia americana si trova in ottima posizione, avanti di quella dei Paesi europei e anche quella della Cina.

    In politica estera Biden è riuscito a riportare l’America nel suo ruolo tradizionale di leader, rassicurando gli alleati. Inoltre l’attuale presidente ha ricucito le fratture create dal suo predecessore, organizzando il fornimento di armi all’Ucraina che hanno tolto alla Russia ciò che si aspettava essere stata una vittoria lampo. Dopo due anni Vladimir Putin ha poco da gioire anche se negli ultimi mesi la riluttanza dei repubblicani, specialmente alla Camera, ha congelato ulteriori rifornimenti di armi all’Ucraina, causando non pochi grattacapi a Volodymyr Zelensky. Nel caso del conflitto del Medio Oriente Biden è stato molto meno efficace a controllare le uccisioni di innocenti a Gaza che alcuni considerano un genocidio. L’attuale inquilino alla Casa Bianca ha apertamente espresso dissapori con Benjamin Netanyahu senza però riuscire a fargli cambiare rotta.

    Foto di Richard Duijnstee da Pixabay

    Questi successi di Biden come presidente sono stati riconosciuti da ambedue le ali del Partito Democratico. Ecco come si spiega il fatto che non sia stato sfidato seriamente per la nomination. Le primarie democratiche fino adesso hanno visto Biden stravincere poiché la concorrenza offerta da Marianne Williamson e Dean Phillips rimane inefficace. Un po’ più preoccupante per Biden sarebbe il voto degli arabo-americani nelle recentissime primarie del Michigan. Questo gruppo potenzialmente decisivo nelle presidenziali di novembre ha scelto il voto dei “non schierati” come protesta per la politica americana nel Medio Oriente. Ciononostante Biden ha ricevuto l’81 percento dei consensi, i “non schierati” 13%, Williamson 3%, e Phillips 2,7 %. La nomination sembra dunque essere assicurata per Biden nonostante il fatto che una buona maggioranza degli americani non riconosca i suoi successi come presidente. Secondo alcuni sondaggi l’operato di Biden è approvato solo dal 37% degli americani. Inoltre la maggioranza dei sondaggi lo darebbe sconfitto in un rematch con Donald Trump, il probabile portabandiera del Partito Repubblicano.

    Queste ombre sulla possibile vittoria a novembre hanno condotto Klein a ipotizzare il ritiro di Biden vedendo rischiosa la sua candidatura. Chi potrebbe però convincere Biden a gettare la spugna? Klein suggerisce che i suoi collaboratori più stretti e alcuni luminari di fiducia come Barack Obama e Nancy Pelosi avrebbero buone chance di convincere Biden a lasciare il campo. Sembra improbabile fino adesso. Ovviamente il tempo stringe e Biden sarà sotto esame nei prossimi mesi prima della Convention democratica. Se continuerà a dare segnali di mancanza di energia per svolgere il doppio lavoro di presidente e candidato al secondo mandato, qualcosa potrebbe muoversi. In tal caso il candidato democratico sarebbe scelto alla Convention dato che i delegati vinti da Biden nelle primarie diverrebbero svincolati e voterebbero per il candidato che riuscirebbe a convincerli nel breve tempo che rimarrebbe prima dell’elezione.

    L’età di Biden e la sua percepita acuità mentale sono infatti più marcate nel caso di Trump il quale viene giudicato meno severamente. Il probabile candidato repubblicano, a 77 anni, non è tanto meno giovane e la sua capacità espressiva è sempre stata basica e spesso incoerente. Con frequenza non riesce a completare una frase in maniera logica, storpiando le parole, e le sue gaffe continuano ad aumentare. In tempi recenti si è riferito a sua moglie Melania chiamandola Mercedes. Ha inoltre confuso Nikki Haley, sua avversaria alle primarie, con Nancy Pelosi, ex speaker democratica della Camera, accusandola di essere stata responsabile degli assalti al Campidoglio il 6 gennaio 2021. In un recentissimo comizio ha detto che “alcuni Stati permettono a un bambino di nascere dopo nove mesi nel grembo della madre” completando che ciò “è sbagliato”. Si riferiva all’aborto? Non si sa esattamente ma questo tipo di incoerenze non sembrano causare scalpore. I media però ne parlano poco perché dopotutto Trump ha sempre dato segnali di incoerenza.

    Ciononostante il rischio di un secondo mandato Trump esiste ed è per questo che Klein ha tracciato l’idea di sostituire Biden. Una nuova presidenza Trump sarebbe ovviamente rischiosa per gli Stati Uniti ma avrebbe anche conseguenze sconvolgenti per la democrazia. Avrebbe inoltre serie ripercussioni anche sul resto del mondo.

    Foto di apertur: “Joe Biden” di Ancho.  Public Domain Mark 1.0.

    armi all’Ucraina Casa Bianca elezioni USA Joe Biden Medicare nomination
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    Domenico Maceri

    PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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