Ancora una volta la Siria appare il crocevia delle contraddizioni mediorientali, la spina nel fianco di molti protagonisti del confronto in atto nel mondo arabo e dei grandi protettori che, dall’esterno, da sempre aspirano a condizionare le fazioni in lotta per determinare equilibri geo-politici a loro favorevoli.
Sunniti contro sciiti con le loro diverse sigle, Israele contro Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran, che poi significa la più grande sfida tra Stati Uniti da una parte Russia e Cina dall’altra, una contrapposizione che sta sempre più minacciando la pace mondiale, trova oggi il suo epicentro in Siria.
Apparentemente a guadagnare dalla caduta del regime di Assad sembrano essere la Turchia, che sostiene alcune delle fazioni islamiche in Siria, ma soprattutto l’Occidente e il suo maggiore alleato in Medio Oriente, Israele, che ha approfittato dell’avanzata jihadista per occupare il Golan e distruggere le installazioni militari siriane.

Vicolo dell’antica Aleppo, foto di Fadi Alagi, Unsplash
Il Paese è stato dominato negli ultimi anni, con la protezione della Russia e dell’Iran, dall’élite di Assad, un governo minoritario basato su una struttura statale ed economica inefficiente e sulla repressione dell’opposizione, quindi il rovesciamento del regime dovrebbe essere una buona notizia per la Siria.
Ma perché è difficile credere agli eventi di questi giorni come a una possibile stabilizzazione del Paese, nonostante le affermazioni dei nuovi padroni della Siria?
Il «liberatore»
Anche l’opposizione ha i suoi scheletri nell’armadio, primo tra tutti la presenza nelle sue fila di elementi di Al Qaida e dello Stato Islamico, i movimenti che hanno insanguinato il Paese con una violenta pratica di persecuzione ed eliminazione degli avversari politici e religiosi e introdotto la sharia, promuovendo conversioni forzate e discriminazione di genere.
Lo stesso leader della rivolta, che ora si fa chiamare Ahmed Hussein al-Shar’a, meglio conosciuto fino a pochi giorni fa come Abu Mohammad al-Jolani, proviene dalle fila dell’Isis di Abu Bakr al-Baghdadi ed è stato in seguito nominato «emiro» di Al-Nusra, filiale siriana di Al-Qaida, della quale era stato fondatore, agenzia protagonista dei massacri delle minoranze alawite e degli assedi a diversi villaggi cristiani.
L’agenzia, poi ribattezzata con un’operazione di maquillage Ayat Tahrir al-Sham (Organizzazione per la liberazione del Levante), non meno interprete di violenze, arresti e uccisioni di oppositori, giornalisti e nemici sbrigativamente bollati come «infedeli», è stata giudicata dagli organismi internazionali responsabile di gravi violazioni dei diritti umani e crimini di guerra e inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Il nostro Raineri sospende il giudizio: «Oggi in Occidente alcuni parlano di Jolani come di un jihadista e un terrorista, un prestanome dello Stato Islamico. Lo è stato, undici anni fa. Ma da anni ogni volta che al Jolani deve scegliere tra una svolta più estremista e una svolta meno estremista sceglie quella meno estremista. Queste parole, meno estremista, vanno misurate con l’ambiente nel quale al Jolani si trova. Il governatorato di Idlib non è un cantone svizzero e al-Jolani non è un leader liberaldemocratico. Hts rimane un gruppo islamista che sostiene la sharia ed è ideologicamente molto rigido».
Questa nuova attitudine è segnalata in un’intervista dello stesso Raineri ad Hanna Jallouf, vicario apostolico per la Siria, cioè la maggiore autorità cattolica siriana, che era stato prima vescovo della regione di Idlib, controllata da al-Jolani, e che fa un’esplicita apertura di credito nei confronti del nuovo capo islamista.
Ma, aggiungiamo noi, nonostante la conversione, negli ultimi anni, dell’organizzazione e del suo leader su posizioni più moderate, l’uccisione indiscriminata di militari e funzionari siriani di queste ore sembra rinnovare la pratica sanguinaria dei vincitori, in totale contrasto con il diritto internazionale.
Gli ingombranti vicini
Uno dei probabili sponsor della caduta di Assad, la Turchia, ha interesse ad estendere la propria influenza in Medio Oriente a spese del popolo curdo, conflitto che costituisce una perenne fonte di tensione nell’area.

Le rovine di Palmyra, foto di Andrea Lamberti, Pixabay
Israele, altro Paese che trae vantaggio dagli ultimi avvenimenti, ne ha apparentemente ricavato il guadagno maggiore, disarticolando uno Stato avamposto dell’Iran e di Hezbollah, muovendosi militarmente quasi in perfetta sincronia e coordinazione con le forze jiadhiste.
L’Iran, di nuovo perdente dopo il ridimensionamento di Hamas ed Hezbollah, prosegue nel proprio rafforzamento strategico in collaborazione con la Russia ed ha ancora avamposti in Siria, soprattutto a ridosso delle frontiere.
Lo sfondo geo-politico
Gli Stati Uniti, che hanno sempre ricavato le proprie fortune economiche, più che militari, sul divide et impera ottenuto con le guerre infinite dal potere militare-industriale, apparentemente si sono tenuti alla larga dalle vicende siriane se non con asseriti bombardamenti alle basi dell’Isis.
Anche se è impensabile che non abbiano offerto un supporto logistico all’operazione, che costituisce un colpo da maestro contro gli interessi russi in Medio Oriente.
La Russia d’altra parte è stata anch’essa poco attiva nel contrastare il rovesciamento di Assad, anche se per ora apparentemente è uscita umiliata – e in qualche modo con essa anche la Cina – dal confronto con le forze jihadiste e quindi con l’Occidente e la Turchia.
Ma ha aperto un canale di comunicazione con la fazione egemone (derubricata da movimento terroristico a forza di opposizione) e mantiene le proprie installazioni militari nella regione, rinsalda l’alleanza con l’Iran e ha più libertà d’azione nella guerra in Ucraina.
La conclusione è che nell’intricata questione mediorientale si potrebbe dire ancora una volta che niente è come sembra, visti i repentini capovolgimenti politici e di alleanza che caratterizzano quella regione.
E anche se vorremmo sperare in una via d’uscita positiva dal rebus siriano, le vicende storiche del Medio Oriente e della Siria in particolare non ci permettono di stare tranquilli.
Rileggere le cause che portarono allo scoppio della prima guerra mondiale potrebbe aiutarci a comprendere, oltre il dramma siriano, il rischio che stiamo correndo. Riflettendo ad esempio su quanto manchi un approccio diplomatico coerente mirato ad allontanare i molteplici rischi rappresentati dalla più che complessa odierna situazione internazionale.
Immagine di apertura: Villaggio cristiano di Maalola, Siria, foto di Iyad al-Ghafari, Pixabay