Forse questa è la volta buona che i leader europei mollano Donald Trump: smettono di adularlo e imbracciano il bazooka commerciale. Pochi giorni or sono, Politico si chiedeva se non fosse “l’ora di mollare Trump”, raccontando sotto questo titolo la tentazione, o la convinzione, di molti leader e di decine di milioni di cittadini europei di fronte all’arroganza e all’aggressività del presidente Usa.
L’interrogativo è tanto più attuale dopo che Trump ha annunciato dazi supplementari del 10%, che scatteranno il 1à febbraio, sull’import da otto Paesi europei Nato ‘colpevoli’ di volere contribuire alla difesa della Groenlandia. Il presidente francese Emmanuel Macron chiede una risposta dura (e non è il solo); persino la premier italiana Giorgia Meloni definisce la mossa di Trump “un errore”, pur tentando di evitare una rottura Ue / Usa (che di fatto c’è già).
Groenlandia: la decisione di Trump e le reazioni degli europei
La decisione di Trump, annunciata con un post sul suo social Truth, che per lui è una gazzetta ufficiale universale – quello che lui arbitrariamente ci scrive è legge per tutti – è la prova palese d’un dato di fatto ovvio: a Trump, della sicurezza della Groenlandia, non interessa assolutamente nulla, come non interessava nulla della democrazia in Venezuela o del narco-traffico. Quello che conta per lui in Groenlandia sono le ricchezze, il petrolio e le terre rare, come quello che gli importava in Venezuela era il petrolio.
Perché, se fosse la sicurezza a preoccuparlo, la disponibilità dei Paesi della Nato a contribuirvi dovrebbe fargli piacere: per gli Usa, vorrebbe dire meno sforzi da fare da soli -e, quindi, meno spese da sostenere–.
Per le Monde, “Trump sceglie l’escalation commerciale contro l’Europa pur di avere l’annessione della Groenlandia – o l’acquisizione, ché il termine commerciale meglio gli si addice, ndr –: vuole applicare, dal 1° febbraio, dazi supplementari contro diversi suoi alleati europei e progetta d’aumentarli dal 1° giugno”, finchégli Stati Uniti non possano fare proprio il territorio autonomo danese. “Un colpo di temperino in più nell’Alleanza atlantica”, che Trump considera un peso e non una risorsa.
Gli otto Paesi colpiti dai dazi supplementari del 10% sono Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda; quelli, cioè, che partecipano a manovre militari – poco più che simboliche – in Groenlandia per testimoniare la volontà di contribuire alla difesa dell’isola e, quindi, alla sicurezza transatlantica (ma anche per ribadire, nel contempo, che la Groenlandia non è in vendita).
In una dichiarazione congiunta, i leader degli otto avvertono che il magnate presidente “minaccia, con i dazi, di compromettere le relazioni transatlantiche e rischia d’innescare la pericolosa spirale del loro degrado”. Secondo Politico, i Paesi di Ue e Nato valutano opzioni fino a poco tempo fa “impensabili”, ma nessuna decisione è stata ancora presa e Paesi come l’Italia fanno da calmieri. Mark Rutte, segretario generale dell’Alleanza atlantica, cerca di tenere aperto il dialogo: vedrà Trump al Forum economico di Davos questa settimana.
I nuovi dazi vanno ad aggiungersi a quelli già imposti a vario titolo, quasi sempre in modo arbitrario sia dal punto di vista del diritto internazionale che di quello americano (la Corte Suprema degli Stati Uniti deve a breve pronunciarsi in merito).
I dazi in vigore dal 1° febbraio saranno incrementati di un ulteriore 25% dal 1° giugno se non sarà avvenuto per quella data “il completo e totale acquisto della Groenlandia da parte degli Stati Uniti”: una citazione dal post su Truth, dove le parole tutte maiuscolo, cioè urlate, si sprecano.La decisione di Trump è stata annunciata dopo che sabato, a Copenaghen e a Nuuk, capitale della Groenlandia, s’erano svolte manifestazioni a sostegno della sovranità dell’isola e contro le mire Usa. A Nuuk, c’erano migliaia di persone, quasi un abitante su dieci dell’enorme territorio.
Groenlandia: tanta terra (e tanto ghiaccio), poca gente, ma tosta
L’isola è grande più di un quinto di tutti gli Stati Uniti, ben più dell’Alaska, che è il più grande degli Stati dell’Unione, ma ha appena 57 mila abitanti – l’Alaska ne ha 15 volte di più -. Sono pochi, ma tosti, i groenlandesi che, con un referendum, nel 1982, decisero di uscire dalla Cee, pur restando danesi. Perché volevano maggiore autonomia di gestione delle risorse ittiche (allora, non si parlava ancora del petrolio sotto i ghiacci e delle terre rare). Con l’uscita, effettiva dal 1985, la Cee allora a 10 perdette metà del proprio territorio.
Il messaggio aggressivo del magnate presidente è arrivato mentre una delegazione del Congresso degli Stati Uniti, in missione in Danimarca, cercava di ridurre le tensioni e di rassicurare i danesi che molti americani si oppongono ai piani di Trump per acquistare la Groenlandia.
Gli esponenti del Congresso, fra cui la senatrice repubblicana dell’Alaska Lisa Murkowski, critica di Trump, hanno attaccato chi, vicino al presidente, gli consiglia atteggiamenti predatori e hanno pure annunciato d’avere presentato una proposta di legge per bloccare azioni militari contro l’isola. Ma è difficile che azioni del genere vadano in porto
I leader europei hanno espresso preoccupazione per le mosse di Trump. Chi, nei Paesi non colpiti, come l’Italia, esprime soddisfazione per esserne per ora al riparo dalle grinfie, mostra grettezza e miopia, perché colpire le economie europee è colpire anche l’Italia, la cui salute economica dipende in gran parte da quella dei suoi principali partner commerciali, in primis Francia e Germania.
Da Asuncion, in Paraguay, dove hanno firmato l’accordo commerciale Ue – Mercosur, mostrando concretamente mostrato la volontà dell’Ue di costruire ponti, contrapposta a quella di creare barriere di Trump, i presidenti della Commissione e del Consiglio europei Ursula von der Leyen e Antonio Costa hanno pubblicato una dichiarazione congiunta, affermando che l’Europa sarà ferma nella difesa del diritto internazionale e nella risposta ai nuovi dazi
A Bruxelles, fonti del Parlamento europeo avvertono che la mossa di Trump compromette l’accordo sui dazi tra Usa e Ue raggiunto l’estate scorsa e che deve essere ancora perfezionato. Ancora Politico sintetizza. “Trump morde, l’Europa cerca un antidoto”.

Groenlandia: il dialogo Usa – Danimarca aveva lasciato la questione aperta
A metà gennaio, c’era stato un dialogo sulla Groenlandia tra Stati Uniti e Danimarca, con la Nato e l’Ue a dare pieno appoggio per una risposta negoziata alle preoccupazioni di sicurezza avanzate da Washington a sostegno delle mire di annessione.
Prima dell’incontro, Trump aveva definito “inaccettabile” qualsiasi alternativa al controllo diretto degli Usa sulla Groenlandia, mentre per Copenaghen e per Nuuk, la capitale dell’isola, questa è ‘una linea rossa’ che non può essere oltrepassata, che ciò avvenga con la conquista o con l’acquisto.
Dopo l’incontro, Trump era stato più vago: “Troveremo una soluzione”, aveva detto, rispondendo nello Studio Ovale alla domanda di un giornalista. “Non ho intenzione di rinunciare alle opzioni… Se la Russia o la Cina volessero occupare la Groenlandia, non c’è nulla che la Danimarca possa fare, mentre noi possiamo fare tutto…. Lo avete visto la settimana scorsa con il Venezuela… Non posso fare affidamento sul fatto che la Danimarca sia in grado di difendersi da sola”.
In realtà, la Groenlandia non dovrebbe difendersi da sola, perché fa parte della Nato e può avvalersi delle garanzie di sicurezza offerte dall’Alleanza atlantica. Ma, come abbiamo già visto, non è solo questione di sicurezza. In ballo, ci sono le risorse naturali, petrolio e terre rare, di cui la Groenlandia è ricca e il cui sfruttamento, finora improbo, è ora reso possibile da temperature meno rigide. Secondo una stima di accademici ed ex funzionari, citata dall’ANSA, gli Stati Uniti potrebbero pagare fino a 700 miliardi di dollari per annettersela, la metà del bilancio di un anno della Difesa.
Il vertice a Washington tra la delegazione di alto livello americana e quelle danese e groenlandese, se pur “franco e costruttivo”, non era riuscito ad avvicinare le posizioni. Il ministro degli Esteri danese Lars Lokke Rasmussen aveva detto che Copenaghen è “pronta e disponibile” ad impegnarsi per aumentare la sicurezza nell’Artico, ma aveva anche affermato che il trasferimento del controllo sull’isola agli Usa è “assolutamente non necessario”. Il dialogo con Washington dovrebbe proseguire nelle prossime settimane, in un gruppo di lavoro di alto livello.
Rasmussen ha però ammesso che, durante l’incontro all’Eisenhower Building, con il vice di Trump JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, lui e la sua collega groenlandese Vivian Motzfeldt non erano riusciti a fare cambiare idea agli americani. “È chiaro che il presidente desidera acquisire la Groenlandia e noi abbiamo chiarito in modo inequivocabile che ciò non è nel nostro interesse”. Parlando nella lingua della sua gente, Motzfedt aveva affermato che la Groenlandia “non vuole essere conquistata dagli Stati Uniti”.
Il clima dell’incontro non era stato migliorato dalla presenza, inizialmente non prevista, di Vance, di cui diplomatici danesi ed europei confessano di avere l’impressione che “ci odi”. Ma l’ostilità all’Europa traspare anche dalle parole del segretario al Tesoro Scott Bessent, che, forse per uscire dal cono d’ombra in cui è finito, dice: “L’America proietta forza, l’Europa debolezza”.