
La politica, si sa, oggi è marketing. Annunci raramente tramutati in realtà. Ma sulle pensioni la demagogia elettorale ha toccato picchi inauditi. Avete presente la riforma Fornero, quella che destabilizzò completamente il mondo del sindacato e del lavoro, con un salto quasi quantico di 5 anni per il collocamento a riposo? Beh, tutti gli avvisi di smantellamento di quel discusso provvedimento legislativo, adombrati dalla Lega, sono finiti sostanzialmente nel vuoto. E l’abisso che viene evocato è quello dell’impossibilità di mantenere un rapporto sostenibile tra il numero dei lavoratori e quello dei pensionati, pena il tracollo dello Stato che già fa i conti con un debito che ha superato i tremila miliardi. Ebbene, la valutazione è falsa e andiamo a dimostrarlo.
Ci si appoggia a una dichiarazione del presidente dell’Inps per questa falsa costruzione. “Nel 2023 la spesa pensionistica si è attestata al 15,3 del Pil, uno dei dati più elevati d’Europa considerando che la media continentale è di 12,5”. Sparso l’allarme se ne raccolgono le conseguenze: la legge non si tocca salvo piccole sfumature che impallidiscono davanti al caos inerziale provocato dalla mancata valutazione delle figure di migliaia di esodati rimasti in mezzo al guado nel momento del varo della Fornero. In realtà la spesa previdenziale per il 2023 è stato al netto di 311 miliardi che fa scendere l’incidenza sul Pil a una percentuale compresa tra il 14,6% e il 14,9%. Ma nel pozzo-calderone di questa previdenza ci sono molti altri addendi che non vanno confusi con la spesa pensionistica pura. Come la gestione di interventi assistenziali (acronimo Gias), le agevolazioni contributive per redditi e salari, misure di sostegno assistenziali, prepensionamenti, pensioni sociali e relativi aumenti, pagamenti delle quattordicesime. Questo perché l’Inps è un autentico ministero di sostegno. Tutto questo filone indotto vale da solo 44 miliardi.
Dunque, se dai 311 scaliamo quando indicato la spesa netta scende a 267 miliardi e l’incidenza sulla spesa totale si assesta al 12,5% del Pil in perfetta media con quanto matura nei rendiconti europei. Di più sarebbe possibile sottrarre altri importi a quei fatidici 267 miliardi detraendo contribuzioni assistenziali e non previdenziali. Con questa ennesima sottrazione si scende a 244 miliardi (con una riduzione all’11,5% del Pil). Dunque, un trend perfettamente un regola e, dal punto di vista finanziario, perfettamente sostenibile. Inoltre, i pensionati italiani si vedono tassate le pensioni, un’anomalia che non si verifica in Germania. Operazione di comodo per lo Stato anche se ovviamente il trattamento fiscale lavoratori/pensionati sul piano della razionalità dovrebbe essere differente visto il diverso ruolo che giocano nella società le due figure.
Tutto questo viene regolarmente ignorato dalla politica. Perché fa comodo. La preoccupazione semmai è per una proiezione verso anni più lontani vista l’aumento della soglia di aspettativa di vita e il problematico rapporto tra chi lavora e chi va in pensione. Ma non esiste un allarme in senso stretto per gli anni che viviamo. Strumentale tirare la cinghia su previdenza e sanità spingendo i lavoratori a andare in pensione a 67,5 anni (succederà nel 2029) mentre si prediligono altre discutibili uscite di spesa. Tipo l’uniformità alla richiesta di Trump di aumentare la quota parte di Pil (lui pretende il 5%, noi facciamo fatica ad arrivare al 2%) per la devoluzione alla Nato. Si scrive per la difesa, si legge offesa.


