« Il sole di Roma è tramontato. Il nostro giorno è finito.

Nuvole, rugiade e pericoli arrivano; le nostre imprese sono concluse. »

William Shakespeare, Giulio Cesare

« Il vecchio mondo muore. Il nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri. »

Antonio Gramsci

Il mondo nato dopo la Seconda Guerra Mondiale — quello di Bretton Woods, del multilateralismo e del diritto internazionale — sta morendo sotto i nostri occhi. Era il mondo della libera circolazione di beni e capitali, dei tassi di cambio fluttuanti, inaugurato con la decisione di Richard Nixon del 15 agosto 1971 di porre fine alla convertibilità del dollaro in oro. In Europa, tale fase fu caratterizzata dal Sistema Monetario Europeo, in cui il marco tedesco fungeva da moneta di riferimento entro margini di fluttuazione prima ristretti e poi ampliati, sino a culminare, vent’anni dopo, nell’Unione Economica e Monetaria e nella storica creazione di una moneta comune.

È anche la fine dell’epoca dell’iper-globalizzazione, avviatasi con la modernizzazione della Cina e il crollo del comunismo in Europa. Come per il sistema di Bretton Woods, anche questa fase si è conclusa per gradi. In quel contesto, gli Stati Uniti esercitavano un ruolo egemonico tramite la cooperazione internazionale, supportati dalla loro potenza economica e militare. Oggi, con un’eventuale rielezione di Donald Trump, non vi è più alcuna volontà di partecipare a una cooperazione globale.

Viviamo una transizione verso un mondo caratterizzato da competizione tra potenze economiche rivali e, forse domani, tra zone monetarie più integrate. L’economia aperta e cooperativa è ormai un ricordo. Chi prenderà il suo posto? Come saranno riorganizzate le relazioni economiche internazionali e quale sarà il ruolo dell’Europa?

Il ritorno del protezionismo e lo shock “Trump”

Il mondo cambiò rotta nel 1979, con l’ascesa di Margaret Thatcher nel Regno Unito e, poco dopo, con l’elezione di Ronald Reagan negli Stati Uniti nel 1981. Con Reagan prese forma una dottrina economica — la cosiddetta Reaganomics — basata sulla deregolamentazione e sulla protezione doganale delle industrie americane in declino. Venne introdotto un sistema di quote per limitare le importazioni giapponesi di acciaio, automobili ed elettronica, accusate di invadere il mercato statunitense, fenomeno oggi replicato con la Cina. Durante il primo mandato di Trump, furono applicati dazi del 25% su acciaio e alluminio, successivamente sospesi da Biden.

La nuova dottrina economica americana si fonda su un presupposto chiaro: un sistema internazionale costruito su squilibri strutturali tra i surplus di bilancia corrente (Cina, Germania) e i deficit cronici degli Stati Uniti è insostenibile. In un controverso rapporto, Stephan Miran, uno dei principali consiglieri economici di Trump, descrive un mondo ostile coalizzato contro gli USA e propone una ristrutturazione dell’ordine economico globale. La proposta chiave è la svalutazione forzata del dollaro, in modo unilaterale, a differenza degli accordi del Plaza del 1985. Nella nuova retorica si fa riferimento a un “accordo di Mar-a-Lago”, dal nome della residenza di Trump, dove i dazi diventano strumenti di pressione e coercizione.

L’obiettivo reale è ridurre l’enorme debito pubblico statunitense, ormai oltre il 130% del PIL. Finché questo evolve in linea con il PIL globale, non rappresenta un problema. Tuttavia, la proposta di Miran di tassare i detentori stranieri di titoli del Tesoro minaccia la stabilità finanziaria internazionale. L’idea è far pagare una “commissione d’uso” sui rendimenti dei titoli in dollari, di fatto trasformando la moneta americana in una proprietà a pagamento. La Cina, oggi secondo detentore di titoli USA dopo il Giappone, ha ridotto la propria quota dal 18% a meno del 4%, in un processo di graduale disimpegno.

Nel suo discorso del 2 aprile 2025, Trump ha annunciato un cambiamento radicale: un dazio generale del 10% su tutte le importazioni, accompagnato da tariffe ancora più alte sui partner con cui gli USA hanno i maggiori deficit (20% per l’UE, 34% per la Cina). È una rottura storica: mai, dal dopoguerra, gli Stati Uniti avevano rigettato così apertamente il principio di reciprocità che regola il commercio internazionale.

Questo rappresenta un colpo durissimo per i modelli economici fondati sull’iper-globalizzazione, come quelli tedesco e cinese. In quanto area altamente aperta, l’Europa sarà colpita in misura maggiore rispetto agli USA, che dispongono di un’economia più chiusa e resiliente agli shock esterni.

Quale risposta per l’Unione Europea?

La risposta dell’UE a questo shock sarà determinante. Innanzitutto, l’Europa non può vincere una guerra commerciale per via della sua maggiore apertura. Anche includendo i servizi, il saldo commerciale UE-USA è relativamente equilibrato. Inoltre, la politica commerciale è competenza esclusiva dell’UE, dotata di strumenti come le misure anti-dumping e l’iniziativa anti-coercizione (usata contro la Cina).

Tre sono gli scenari possibili.

  1. Risposta proporzionata: L’UE potrebbe adottare misure di ritorsione. Tuttavia, ogni imposizione tariffaria, anche modesta, potrebbe scatenare reazioni sproporzionate da parte di Trump, come già avvenuto nei confronti della Cina (dazi al 125%). Una risposta simile sui servizi digitali, dove l’UE ha margine normativo (DMA/DSA), andrebbe considerata solo come extrema ratio.
  2. Proposta conciliativa: La Commissione ha avanzato l’idea di un accordo “zero for zero” per l’eliminazione reciproca dei dazi sui beni industriali. Tuttavia, questa proposta è inattuabile nel contesto attuale. L’obiettivo americano è ridurre il proprio deficit con l’Europa. Il saldo commerciale UE-USA supera i 200 miliardi di euro annui. Né l’acquisto di armi americane, né l’aumento delle importazioni di gas naturale liquefatto, né tantomeno l’allentamento delle normative sanitarie per accettare OGM e pollame clorato, colmerebbero questo divario.
  3. Autonomia strategica europea: La terza opzione, più ambiziosa, prevede un rafforzamento della domanda interna europea e la riduzione della dipendenza dai surplus commerciali. Parallelamente, l’UE dovrebbe continuare a diversificare i suoi partner economici, perseguendo un multilateralismo bilanciato.

Qualunque sia lo scenario, la soluzione agli squilibri richiede un riequilibrio macroeconomico transatlantico: più investimenti e minore propensione al risparmio in Europa; consolidamento fiscale negli Stati Uniti. Purtroppo, la stagione della diplomazia economica del G7 e degli accordi valutari come quello del Plaza appare superata.

Il tempo dell’Europa potenza

Con la fine del neomercantilismo, i modelli economici di Cina ed Europa risultano insostenibili. Tuttavia, l’Europa può ancora emergere come attore geopolitico autonomo.

Occorre anzitutto ridefinire le relazioni con la Cina, evitando una deriva protezionistica cieca. La cooperazione multilaterale deve restare la bussola, con l’obiettivo di evitare una recessione globale causata dalle misure americane. In questo contesto, si potrebbe rilanciare il Comprehensive Agreement on Investment (CAI), negoziato dal 2013 ma mai ratificato per via della mancata reciprocità di accesso al mercato cinese.

Un secondo fronte riguarda la stabilità finanziaria. Le turbolenze attuali nei mercati richiamano alla memoria la crisi del debito sovrano europeo del 2010-2012. Un coordinamento strategico tra economie avanzate può ancora sostenere un ordine multilaterale, o quantomeno stabilizzarne gli elementi chiave.

Infine, l’UE potrebbe ambire a diventare un pilastro di stabilità economica. Ma per farlo, deve superare le proprie debolezze: un’unione monetaria priva di un’unione fiscale, dipendente dai surplus esterni, sarà sempre vulnerabile. È tempo di ripensare il proprio modello, puntando su investimenti, innovazione e completamento del mercato interno, in particolare nei settori dell’energia, dei servizi digitali e finanziari, come indicato nel Rapporto Letta al Consiglio europeo dell’aprile 2024.

Come ricordava François Perroux nel suo celebre L’Europe sans rivages del 1954:

« I compiti dell’Europa sono compiti mondiali. »

Per assolverli, l’Unione dovrà sviluppare una politica estera integrata che includa difesa e sicurezza, cooperazione allo sviluppo, relazioni di vicinato, educazione e cultura.

Solo così potrà affermare la propria autonomia strategica, riconquistando il ruolo che le spetta nel mondo multipolare di oggi.